Dammi solo un minuto: Sette opere di misericordia

“Dammi solo un minuto” è una rubrica del programma radio Seconda Visione. Durante la puntata chiediamo agli spettatori di scegliere (via mail o sms) uno dei conduttori per fargli riassumere in un minuto trama e giudizio di uno dei film in scaletta.

In una puntata all’insegna della noja con la “j”, Tommaso torna all’esibizione in sessanta secondi, questa volta sul malriuscito Sette opere di misericordia.

Bonus track (perché siamo generosi): cosa sarebbe successo se la premiata coppia Trent Reznor – Atticus Ross avesse sonorizzato Guapperia, con Mario Merola (live dall’ultima puntata di SV)

Shame, Steve McQueen, 2011

Eccolo infine il film più scandaloso dell’anno, quello che avrebbe dovuto mostrare al mondo la nudità integrale di Michael Fassbender e illanguidire sensi ed occhi con il godimento di un erotismo sfacciato, e titillante le più segrete fantasie. E invece l’opera da censurare per eccellenza di questo anno cinematografico, Shame, lungi dall’essere un nuovo ultimo ballo o tango, ha molto più dell’angoscia esistenziale del moralismo alla Rohmer che dell’”esasperato pansessualismo fine a se stesso” bertolucciano.  Il protagonista Brandon (il nostro Fassbender) è un uomo di fascino che dietro alla facciata di una vita agiata e tranquilla, solo venata da un’ombra di diffidenza costante nel suo sguardo, nasconde una dipendenza sessuale da erotomane disperato, ed è incapace di vivere il rapporto amoroso e sessuale se non come merce da acquistare, consumare e digerire quanto più in fretta possibile, espellere e defecare in solitudine, dimenticare in fretta, non senza un profondo senso di vergogna. La sorella Sissy (Carey Mulligan) è una creatura fragile e disperata, affamata di un amore che svende a poco prezzo, che si aggrappa disperata al senso di famiglia ed appartenenza che il fratello dovrebbe per lei incarnare, mentre Brandon è incapace di assumersi la responsabilità di un affetto. Ma il suo dramma è proprio in questo rifiuto del contatto reale, che allontana come debolezza, senza che a questo si sostituisca la piena accettazione del suo essere chiuso nella propria ossessione erotica, che in ugual modo respinge. Intorno a loro una New York  grigia, a tratti illuminata dalle fredde luci al neon della notte: la città che non dorme mai, che “se posso farlo qui posso farlo ovunque” è in realtà, per i due fratelli irlandesi, il supremo concretizzarsi della spersonalizzazione. La meta, certo, la città in cui potersi anche perdere e passare inosservati a fare cose che in altri contesti non sfuggirebbero all’attenzione, ma pure il luogo per eccellenza dell’alienazione e della solitudine.  Come nel precedente, bellissimo, Hunger (le ultime sei settimane di vita in carcere dell’attivista  irlandese Bobby Sands, interpretato dallo stesso Fassbender), McQueen usa piani sequenza lunghissimi come vere e proprie prove fisiche sull’attore, dal primissimo piano di Carey Mulligan in una versione struggente, lentissima di New York, New York  al volto contratto dallo spasmo dell’amplesso orgiastico di Fassbender. Una violenza che trasforma il sesso consumato sullo schermo nel contrario della forza vitale della pulsione erotica,  allontanando ogni morbosità e avvolgendo tutto in un soffocante senso di disperazione, con la distruzione totale di ogni desiderio dell’epoca del consumo di massa. Menzione d’onore più che a Fassbender, che pure è bravissimo e si è senza dubbio meritato la Coppa Volpi a Venezia, ad una colonna sonora che dosa con straordinaria carica emotiva le Variazioni di Goldberg di Glenn Gould e Blondie, John Coltrane e Chet Baker. Ma soprattutto a Carey Mulligan. Che è cresciuta, ed è bravissima, ed è il vero cuore pulsante del film: bambina disperata, bionda platino à la Marylin, capace di commuovere e scuotere con la sola piega degli occhi. Una benedizione.

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Anniversari importanti: i 25 anni di La croce dalle sette pietre, di Antonio Andolfi, 1987

Quante ricorrenze verranno celebrate in questo 2012 appena iniziato? Moltissime: ma noi vogliamo ricordare che, proprio venticinque anni fa, veniva prodotto uno dei film italiani più incredibili di sempre: La croce della sette pietre. Per questo abbiamo ripreso questo vecchio articolo ancora inedito che celebrava quel titolo.

Capita che, nel dicembre di qualche anno fa, uno dei miei occasionali studenti mi porti alla fine della lezione un cd-r e mi dica: “Questo lo devi vedere”, senza aggiungere altro. Sul cd c’è scritto “La croce dalle sette pietre, di Antonio Adinolfi, 1987”. E basta.
Capita che, tornato a casa, infili il cd nel lettore dvd/DivX, ma che questo non lo riconosca: codec errati. E capita quindi che io mi dimentichi completamente del cd, del film che contiene e della frase detta dal mio studente.
Fino ad una sera dell’agosto 2005, quando ho deciso di vedere La croce dalla sette pietre sul portatile. Un’ora e mezza in cui avrò detto almeno trenta volte ad alta voce “No, non è possibile”, e chissà quante volte l’ho solo pensato.

Il film scritto, diretto, interpretato e montato da Marco Antonio Andolfi (sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf, probabilmente perché adottare come pseudonimo Eddy Welles sarebbe stato veramente troppo) è incredibile. Vi basti, per ora, un sunto della trama.
Marco (Andolfi) va a Napoli per incontrare una cugina. Appena dopo avere fatto colazione al bar viene scippato di un grosso gioiello, la croce del titolo, che potrebbe tranquillamente vincere il premio “bigiotteria contro i diritti umani”, ed appare disperato oltre il dovuto. Perché? Perché lui è il figlio nato dall’unione tra sua madre e la Bestia, ed è condannato, senza l’amuleto, a trasformarsi in lupo mannaro e a fare stragi orrende. La trasformazione avviene a mezzanotte, a prescindere dalla luna, tant’è che in un momento del film che precede la mutazione si vede un’inquadratura di una luna a metà, ma il plenilunio, come altri elementi classici, nell’horror di oggi non servono, no? Del resto anche i vampiri di The Addiction giravano liberamente di giorno: è il postmoderno, baby.

Insomma, il nostro monoespressivo protagonista scopre che la croce è finita nelle mani di don Raffaele Esposito. Dopo avere rifiutato “’na tazzuliell’ ‘e café”, gentilmente offerta dal boss (che non aggiunge “Pure in carcere ‘o sanno fa’” per motivi ignoti), il nostro viene malmenato perché sospettato di nascondere qualcosa e di non volere solamente la croce. Anche per questo motivo, il boss inizia a chiedergli perché Marco sia lì: nell’“interrogatorio”, il boss rivela al nostro licantropo praticamente tutte le attività criminali del clan, con domande tipo “Sei qui per il traffico di droga? Se qui per le armi che importiamo?” e così via. Disperato, quando scopre che Marco viene da Roma, pensa che si tratti di altro e quindi… Quindi donraffaeleesposito chiama l’Onorevole, dicendo cose come “Ci hanno scoperti: è la fine”, ma viene subito zittito, perché, lo sappiamo, la camorra ci sta, ma alla fine la colpa è dei politici, signora mia. Marco si libera dei malviventi a mezzanotte, trasformandosi e uccidendoli a spinte e testate, tipo Bud Spencer, e va a Roma con la sua bella (si innamorano così velocemente che, in confronto, un colpo di fulmine è una affare tormentato e complesso). E chi ha la croce? Ma una specie di battona tardona, con la quale Marco ha un amplesso che credo entri di diritto nell’olimpo delle sequenze di sesso della cinematografia mondiale: a vederlo sembra che Andolfi volesse effettivamente fare del cinema verità, mentre l’attrice che interpreta la prostituta è decisamente a favore del Codice Hays. Durante il rapporto, il nostro si trasforma, uccidendo la donna, ma alla fine l’amore suo lo salva, gli dà la croce e tutto torna a posto.
Inquadratura finale con i due protagonisti che passeggiano con barboncino al guinzaglio in piazza San Pietro, con la basilica scampanante su cui appare, lo giuro, un’immagine in sovrimpressione di Gesù.

“Mistero, intrigo, amore, orrore”, dice una scritta sulla locandina del film: a cosa sia servita la locandina, peraltro, è un mistero, visto che questo film pare non sia uscito nelle sale, come tanti altri finanziati dall’articolo 28. E cosa vogliamo di più dal cinema? In fondo, negli anni ’50, nei drive-in, una delle ultime esperienze popolari e di massa dello spettacolo moderno, c’erano questi elementi nei film, ed erano obbligatori. Ma Andolfi alza il tiro, nel film, e mischia dei generi ben precisi che si riferiscono alle quattro macrocategorie sopra: quindi ecco il crossover tra licantropia e camorra, tra bestialità e satanismo, tra poliziottesco e sceneggiata.
Solo che La croce dalle sette pietre è fuori tempo massimo, o semplicemente tremendo, in tutto e per tutto. Non ha avuto successo allora, non è stato energicamente ripescato nella fase di amnistia generale di qualche anno fa, non è stato allegato ad un numero di Nocturno, non è mai stato proiettato in nessuna retrospettiva di nessuna rassegna di nessun posto, non è diventato un cult neanche in rete, tra blog, forum e via dicendo. Ha avuto (pare) qualche riscontro in Giappone, ma che c’entra: tutti i film hanno avuto successo in Giappone, a parte, forse, qualche elemento minore della filmografia di Macario.
Il film è veramente frutto di una sola persona, l’Orson Welles de noantri, Andolfi, che pare abbia portato avanti tutto questo da solo, credendoci davvero, fino in fondo, e scrivendo battute come “Be’, in fondo Napoli è proprio bella”, mentre lui&lei sono in macchina e vanno verso ‘o Vesuvio.

Andolfi, in conclusione, segue il vero principio del fantastico, enunciato da Coleridge qualche centinaio di anni fa: il willing suspension of disbelief, cioè la volontaria sospensione dell’incredulità, elemento necessario per lasciarsi trasportare in maniera irrazionale nella narrazione. Però applica questo principio alla sola realizzazione del film, senza pensare agli spettatori che, quando lo vedono conciato da licantropo, riescono solo a distinguere (perfettamente) quanti zerbini e quanti tappeti per auto formano il suo costume.

IMDB | Trailer?

P.S. Segnaliamo questo bellissimo numero monografico di Rapporto confidenziale dedicato ad Andolfi e al suo cinema.

Il nostro viaggio nel cinema italiano /33: Volo per l’inferno, Al Passeri [Massimiliano Cerchi], 2002

Il mio nuovo computer può anche fare i titoli ai video

Trama
Due coppie di milionari si imbarcano sul superaccessoriato aereo-casinò “Roulette One”, che decolla da Las Vegas per andare da qualche parte. Attraversando una turbolenza l’aereo viene investito da una specie di blob verde: la sostanza si infilerà all’interno della cabina trasformandosi in uova e quindi in mostroni che faranno strage di equipaggio e ospiti.

Che bella la vita sul Roulette One!

Giudizio sbrigativo
Qualcuno ha definito Al Passeri come l’Ed Wood di casa nostra. Sì, ma è l’Ed Wood della fine del XX secolo: ai modellini di cartone e ai fili si sostituisce un uso massiccio e continuo di effettacci in computer grafica scarsa. Per intenderci, di quelli che ti fanno sbarrare gli occhi dallo stupore: sì, ma se sei rimasto chiuso in una stanza per vent’anni con l’Amiga del tuo fratello maggiore e tutto il mondo fuori che si evolve. Credo che almeno due terzi del film abbia qualcosa di digitale; in compenso sono certamente tre i terzi del film in cui manca senso del ritmo, recitazione e sceneggiatura. Ci arrendiamo.

Lei si è fatta le cannette, evidentemente...

Perché lo abbiamo visto?
Per puro caso. No, dai: ormai è chiaro che si va in cerca dell’orrido.

L'orrido (grazie a copia sangue e incolla sangue)

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
Di sicuro tutte le scene di interazione tra il mostrone e i personaggi: lì l’Amiga bolliva e la ventola girava che era un piacere. Poi che c’entra se sembrano completamente inverosimili.

Brividi!

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Quando Passeri non sa cosa fare, non si arrende: non può girare la scena che aveva in mente? L’hanno girata altri, chi vuoi che se ne accorga… Be’, noi di sicuro, ma tranquillo che non diciamo niente a John Cameron.

(C) Qualcun Altro

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare)
I titoli di testa destano qualche interesse. Uno, due, tre minuti. Poi, quando l’azione (si fa per dire) è ampiamente cominciata e ci sono scritte a tutto schermo che la oscurano, be’, è troppo tardi: sono già passati cinque minuti e la curiosità morbosa cresce.

La situazione è disperata e lei si dà allo scotch

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Qui non c’è una vera e propria scena-suicidio, ma di certo il mostro che esce dal naso del meccanico dell’aereo è un momento in cui mi sono detto “Mio Dio”.

"Mio Dio"

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Il conflitto c’è, eccome: non solo quello banale tra uomini e mostri perché, ci insegna il Passeri, i mostri sono anche dentro di noi. E quindi ecco la fine caratterizzazione del proprietario dell’aereo, che vuole in realtà truffare i suoi ospiti giocatori, grazie ai meccanici dell’aereo che sono anche hacker. E sapete perché? Perché è avido. Pensate che vorrebbe vendere i mostri a un istituto di ricerca, invece che ucciderli. Se non è senso degli affari questo…

"Dai che cinquanta euri me li danno, per 'sta roba"

La società si prende le sue colpe?
Che sia tutto un modo per condannare il gioco d’azzardo?

Sul Roulette One si può anche giocare a scacchi, con la magia della realtà virtuale!

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
No, zero.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Come abbiamo detto, si copia (e incolla) non ci si limita a citare. Quindi 10. O zero.

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Molto basso: a meno che non si riveda questo film con la stessa nostalgica passione con cui si lanciano gli emulatori dei giochi “arcade” degli anni ’80. Però PacMan era divertente, Volo per l’inferno è anche di una noia epocale.

Il computer di bordo fornisce dati spiacevoli.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Le attrici non si spogliano mai, ma hanno come modello evidente la pornografia di basso livello, nello specifico lo stile delle scene non di sesso. Faccette, minigonne e battute come “Sei fantastico”, “È terribile”, “Ah”, “Eh”, “Oh”.

Pubblico? Quale pubblico?
Il film, ovviamente straight to video, ha fallito anche nel raggiungimento dello status di scult minore: viene preso in giro, sì, ma tutto sommato da pochi.

Ce lo meritiamo?
No, dai, no.


Dammi solo un minuto: La talpa e Shame

Michael Fassbender mentre legge il blog che state leggendo voi. Che roba.

“Dammi solo un minuto” è una rubrica del programma radio Seconda Visione. Durante la puntata chiediamo agli spettatori di scegliere (via mail o sms) uno dei conduttori per fargli riassumere in un minuto trama e giudizio di uno dei film in scaletta.

Nella seconda puntata dell’anno, doppietta per Francesco che ha il compito di raccontare e “giudicare”, in sessanta secondi, entrambi i film in scaletta: La talpa e Shame.

Il nostro viaggio nel cinema italiano /32: At the End of the Day / Un giorno senza fine, Cosimo Alemà, 2011

Trama
Sette amici, ragazzi e ragazze, decidono di passare un fine settimana a giocare alla guerra simulata. Per la loro partita di softair scelgono un’ex prigione militare, convinti che sia deserta. Si sbagliano. Uh, se si sbagliano.

Giudizio sbrigativo
E bravo Alemà. Il film non vuole essere altro che un film d’azione bello teso e violento: e ce la fa. Chi se ne frega dell’originalità: la storia è già vista, alcuni passaggi della sceneggiatura non sono brillantissimi e il regista usa uno stile identico a se stesso (macchina a mano e fuoco ballerino) per tutto il film. Ma si rimane avvinti a At the End of the Day dall’inizio alla fine.

Perché lo abbiamo visto?
Perché ne abbiamo sentito parlare bene diffusamente (e anche dagli amici dei 400 Calci) e perché, insieme a WW e Hammock, ci sono le musiche della mia adorata Soap&Skin.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
Non ci sono picchi particolari: c’è una certa cura nella costruzione di ogni sequenza e quando, dopo quindici minuti la tensione si impenna, ogni scena è tesa. Forse Alemà poteva osare di più.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Nessuno: il regista ha sfornato decine e decine di videoclip di medio e alto budget (sempre relativamente a quanto viene speso per i video). Sa girare, insomma.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare)
In realtà si nota che si è di fronte a un prodotto ben fatto da subito. Certo che quando viene fatto fuori il primo personaggio, si capisce che qua nessuno la manda a dire…

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Come si diceva, ogni tanto ci sono dei passaggi davvero troppo scontati: la caratterizzazione dei personaggi è davvero ai minimi sindacali, anche per un film orgogliosamente di genere come questo. Ma c’è poco tempo per pensarci, perché il film è tirato fino all’ultimo fotogramma (e non lo dico per dire).

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
I protagonisti contro i tre folli. Il bene contro il male. Puro e semplice.

La società si prende le sue colpe?
Tutto è delimitato al campo da gioco, per quanto enorme e incollocabile. Certo, la protagonista dice che dovrà andare a fare una missione per una ONG dopo quel fine settimana (ah, poveretta…), ma “l’altrove” finisce là.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Zero.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Inclassificabile: i riferimenti ci sono, ma al genere, appunto. Viene in mente Un tranquillo weekend di paura, anche solo per suggestione. Così come è stato suggestivo il déjà-vu che ho avuto quando la base dei cattivi mi è sembrata simile a un set di Shadow di Zampaglione.

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Troppo avanti, forse no, ma quanto meno tra vent’anni Un giorno senza fine non sembrerà invecchiato male.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Non c’è tempo per le tette. Qua bisogna sopravvivere.

Pubblico? Quale pubblico?
Il film è uscito a luglio, periodo non fortunatissimo, ma è stato presentato, tra gli altri, al Fantafestival di Roma e al Noir in Festival di Courmayeur, con buoni riscontri di critica.

Ce lo meritiamo?
Con tutti i suoi difetti, il film è buono. Noi supportiamolo!

Dammi solo un minuto: Sherlock, J. Edgar, George

“Dammi solo un minuto” è una nuova rubrica del programma radio Seconda Visione. Durante la puntata chiediamo agli spettatori di scegliere (via mail o sms) uno dei conduttori per fargli riassumere in un minuto trama e giudizio di uno dei film in scaletta.

Inauguriamo l’anno nuovo con un’impresa epica: tre film (J. Edgar, Sherlock Holmes: gioco di ombre, Le idi di marzo) in sessanta secondi. Solo un eroe come Tommaso poteva farcela. Solo dei bastardi come gli ascoltatori del programma potevano volerlo.

L’anno che verrà – Winter Edition 2012

Puntuali come lo sconto sui panettoni al supermercato dalla mattina di ieri, eccoci qua con l’elenco di film che speriamo non saremo costretti a vedere, con link e trailer, quando ci sono.

Sotto i nani /1

"E salutami quel pelatone di papà tuo"

In un impeto di rutilante creatività, il regista Tarsem (Singh) ha deciso di rivisitare la fiaba di Biancaneve e i sette nani: i piccoletti, in questa coraggiosa reintepretazione, sono dei banditi e Biancaneve (Lily Collins, figlia di Phil) si unirà a loro per affrontare Grimilde (Julia Roberts). C’è gente che già paragona questa rilettura all’Alice di Tim Burton: e il paragone è da intendersi come complimento. Quello che si capisce dal trailer è che Tarsem vuole fare ridere, ma anche impaurire, senza dimenticare la fiaba, ma anche senza dimenticare Bollywood (è ancora di moda?). Mirror Mirror (da noi uscirà come Biancaneve) è previsto per la fine di marzo. C’è tutto il tempo, quindi, di leggere un buon libro.

Sotto i nani /2

Charlize Theron si tiene in forma sollevando una villica

In un impeto di rutilante creatività, il regista Rupert Sanders ha deciso di rivistare la fiaba di Biancaneve e i sette nani: la protagonista, in questa coraggiosa reintepretazione, ha il volto e il corpo di Kristen Stewart, porta la corazza e mena mazzate di qua e di là. I nani non sono veri nani ma attori rimpiccioliti con il computer: tra questi Bob Hoskins e Ian McShane. Charlize Theron fa la regina cattiva che ammazza con cattiveria, per il resto c’è la CGI. Biancaneve e il cacciatore (a-ah! E sapete chi è? Thor, detto anche Chris Hemsworth) esce il primo giugno. C’è tutto il tempo, quindi, di vedere un buon film.

Trapasso in India

I giovani protagonisti del film esultano dopo avere scippato il gruppo di vecchi attori

Dei pensionati inglesi, un po’ annoiati, un po’ benestanti, un po’ con poco da vivere, decidono di trasferirsi in India e di vivere in un albergo di lusso. Ma verrà dato loro un pacco totale: però, visto che siamo in India, il solo fatto di trovarsi in quei luoghi mistici&magici cambierà le loro esistenze e i vecchietti (Judi Dench, Bill Nighy, Tom Wilkinson e Maggie Smith tra gli altri) capiranno molto di più di loro stessi e, a occhio e croce, uno di loro lascerà le penne nel subcontinente ma col sorriso sulla bocca. Garantisce il regista di Shakespeare in Love, John Madden che, dopo la mancata vittoria dell’Oscar nel 1999, parte in pole position per il premio equo e solidale e/o per il Cesso d’Oro della nostra trasmissione. Marigold Hotel esce alla fine di marzo. Aridatece Cocoon.

Una volta qui era tutta una sala prove

"Quanta nostalgia, quanto rock! Ah, quando la musica era musica, mica come... Paolo, cos'è la musica ora?"

Dev’essere difficile essere il fratello di Paolo Virzì: eppure, nonostante l’orrenda prova con l’esordio di L’estate del mio primo bacio (e so per certo che, solo leggendo il titolo, un membro del collettivo che ha avuto la fortuna di vedere il film sta avendo dei conati di vomito), Carlo Virzì ci riprova. Siccome il mix di amore-passato-e-nostalgia non aveva funzionato, Virzì (paziente come un alchimista) cambia formula, sostituendo la musica all’amore e mantenendo invariati gli altri elementi. Vediamo se funzia così. I più grandi di tutti, che esce ad aprile, narra di una band livornese (e di dove se no?), i Pluto, dimenticata da tutti tranne che da un fan che li ritroverà e bla bla bla. Che palle.

Riproviamoci /1

E ho detto tutto.

Quando Cado dalle nubi ha fatto il botto, in molti tra produttori e addetti ai lavori si saranno messi le mani nei capelli e avranno maledetto tutte le serate spese a leggere dei romanzi classici invece che ricercare nuovi talenti alla tivù. Ma, come spesso accade in Italia, l’exploitation la fa da padrone: ecco quindi, direttamente dallo Zelig, Jonny Groove il cui tormentone diventa il titolo del film che esce il 9 marzo. Ti stimo fratello è diretto dallo stesso Giovanni Vernia (il Groove di cui sopra), che interpreta il discotecaro Jonny e il più moderato Giovanni e da Paolo Uzzi. Occhio che se andate al cinema non potete cambiare canale.

Riproviamoci /2

Déjà-vu di un déja-vu di un brutto ricordo.

Un sessantenne squallido, per scappare da un boss mafioso, scappa in Lucania, dove viene scambiato per il capo animatore di un villaggio turistico. Se pensate a una trama del genere vedrete che, anche con un cast stellare immaginario, non ne può venire fuori nulla di buono. Ma se alla regia di questo film ci mettete Claudio Fragasso e lo fate interpretare da Jerry Calà, Enzo Salvi e Valeria Marini, capite che Operazione vacanze non è un titolo qualsiasi. Serviva davvero uno spin-off di Professione vacanze? E perché nei panni del boss c’è Francesco Pannofino? Comunque ‘sta monnezza esce a febbraio. Alla faccia di Libeccio.

La solita minestra

Un cuoco blasonato (Jean Reno) rischia di perdere una stella dalla valutazione del suo famoso ristorante. Un cuoco geniale ma sfigato (Michaël Youn) si arrabatta tra ospedali e fast food. Ma quando i due si incontreranno le loro vite diverranno migliori. Ovviamente. Pare che The Chef (in originale Comme un chef) si destinato a grandi successi in Francia. Da noi esce ad aprile, ma sinceramente preferiamo rimanere a digiuno. Aridatece Ratatouille.

Povero Diavolo

Effetti del ponentino su Maria Rossi

Maria Rossi (sì, davvero) uccide tre persone durante un rito di esorcismo e sua figlia vuole vederci chiaro: va quindi in Italia per indagare sulle pratiche di esorcismo non autorizzate dal Vaticano. Questa la trama di L’altra faccia del diavolo, in originale The Devil Inside, film de paura a basso costo prodotto con i criteri che hanno fatto la fortuna di quella porcata di Paranormal Activity, tant’è che anche questo è firmato Insurge. Effettazzi, urla, gente che si contorce, occhi pallati, preti e qualche carrellata (a distanza) sulla Basilica di San Pietro: e il dimonio è servito. L’uscita è prevista per metà marzo.

Mission Impossible

"Siamo qua perché il rischio che il film sia diuretico è fortissimo: vogliamo farci trovare pronti."

Lo sappiamo, Molto forte incredibilmente vicino è stato un caso letterario e il film tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer è già in odore di Oscar. Però scusate: perché la somma di piccolo genio + morte di genitore + romanzo culto + 11 settembre + regista di The Hours + Sandra Bullock non sia una schifezza ignobile ci vuole un miracolo. E il bolsissimo Tom Hanks non aiuta per nulla la difficile operazione. Siamo ovviamente prontissimi a ricrederci: lo giuriamo sul naso posticcio di Nicole Kidman / Virginia Woolf.

Animali sfigati

L'attrice nel mezzo non è stata pagata abbastanza per celare il disgusto

Cosa c’è di più zuccheroso, triste e attira-rogna della storia di un delfino che perde la coda per una rete a strascico, di un bambino che gli si affeziona, di un dottore esperto in protesi impossibili che studia una soluzione, un uomo d’affari crudele che vuole radere al suolo un acquario e un soldato amputato? Il fatto che sia una storia vera e che sia girato in 3D. Rimangono pochissimi giorni prima dell’uscita di L’incredibile storia di Winter il delfino, di cui abbiamo già parlato in onda perché, quando abbiamo visto il trailer, neanche noi volevamo crederci.

Le prove evidenti del fatto che siamo ancora nel pieno della crisi economica

Bob, guarda che si capisce che sei tu, dai, vieni fuori.

Due psicologi, Sigourney Weaver e Cillian Murphy, iniziano a contrastare la genuinità dei poteri di un medium, Robert De Niro.
Ehm, da capo.
Due psicologi, Sigourney Weaver e Cillian Murphy, iniziano a contrastare la genuinità dei poteri di un medium, Robert De Niro.
È inutile che facciate quella faccia, perché questa è la trama di Red Lights, il nuovo imprescindibile thriller di Rodrigo Cortés, quello del pacco Buried.
Noi di SecondaVisione, dal canto nostro, stiamo pensando di aprire un conto PayPal per il povero Bob, perché di continuare a vederlo in questi film non abbiamo più il cuore.

(Qui le edizioni 2004, 2005, 2006, 2007, 2008, 2009 estate, 2010 inverno, 2010 estate, 2011 inverno e 2011 estate)

Quelli che aspettano di andare in Vacanza di Natale a Cortina

Io non riesco a non pensare alla parola ivanomarescotty

Io non riesco a non pensare alla parola ivanomarescotty

Amici carissimi, simo in dirittura d’arrivo con il nostro interminabile speciale dedicato ai Cinepanettoni. Ci siamo presi questo impegno e ovviamente stiamo facendo di tutto per portarlo a termine. Ci sono alcune tra noi che non hanno potuto fare le vacanze per poter vedere questi dannati film e poi scrivere i post. Ed è anhe abbastanza ironico data la natura dei film che stiamo studiando, non trovate? Non posso fare nomi, ma c’è uno tra noi che aveva prenotato le vacanze alle Barbados in compagnia di Rihanna e alla fine s’è visto costretto a tirarle il pacco, che c’era da vedere Natale a Stocatzenberg. Inutile dire che la magnetica interprete di pezzi deligatissimi come Cockiness o Drunk On Love se l’è molto presa e, a quello che non posso dire chi è, ci ha anche detto che se allora preferisce vedere Christain De Sica piuttosto che… Scusate, non riesco a proseguire.

Que azzardos, maestros!

Que azzardos, maestros!

 E allora cosa aspettiamo a pubblicare il post sull’ultimo film di questa lunga serie? Con calma, amici. Con calma. Abbiamo scandagliato un gruppo di marmotte ricercatrici che hanno fatto un sondaggio tra tutti i lettori del sito barchavelainmarmo.com e adesso abbiamo in mano una busta contentente il nome del vip che abbiamo mandato a vedere Vacanze di Natale a Cortina, sottotitolo: dove che poi a Capodanno la Guardia di Finanza ti si incula con la sabbia. Apro la busta? La apro? L’ho aperta. Ora sappiamo chi è il vip che ci farà il post. Noi. Voi non ancora, ma fra pochi giorni l’arcano sarà svelato. Keep calm e abbiate fiducia.

Il nostro viaggio nel cinema italiano /31: Vorrei averti qui, Angelo Antonucci, 2010

Trama
Siamo a Roma. Samy (Katia Oliveto Bellucci) ha quasi 18 anni: insieme ai suoi amici sta per varcare l’importante traguardo del diploma, ma uno spettro inizia a farsi strada nella sua vita, quello dell’alcolismo. Tra una birra di qua e una vodka di là insieme ai suoi amichetti, incontra Steven, un sassofonista giramondo che ha il doppio della sua età e se ne invaghisce. Ma l’alcol è in agguato ovunque: scopriamo che il vecchio barbone (Philippe Leroy…) che gira intorno ai ragazzi era un affermato professionista, prima di attaccarsi alla bottiglia, che Steven trinca pure lui e anche la mamma di Samy non ha un passato così pulito. Ci vorrà una morte e un coma etilico prima di arrivare al lieto fine.

Giudizio sbrigativo
Agghiacciante. Se l’idea era quella di fare un film sul problema dell’alcolismo giovanile, il rischio è che si inizi a cercare del crack per la disperazione dopo neanche cinque minuti di visione. Una delle cose peggiori viste negli ultimi tempi, che ti fa rivalutare tutte le campagne sbagliate di sensibilizzazione sulle dipendenze.

Perché lo abbiamo visto?
A questo punto, me ne rendo conto, il sospetto del masochismo è palpabile.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
Una striscia di fuoco si forma sull’asfalto. Non si sa perché. Plongèe su Samy ubriaca, con split screen flou a quattro con flashback intorno alla sua testa. Samy va in coma etilico. Noi spettatori sveniamo.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Tutte, davvero. Il sonoro non è malvagio, ma ad ogni stacco c’è una luce diversa. Per non parlare della recitazione degli attori.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare)
Un film che inizia con un bell’io narrante in voce off che descrive se stesso e i suoi amici con split screen e cartello con “nome-difetti-pregi-citazione preferita” (con errori formali) dove volete che vada?

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Da subito, ovviamente. Ma si capisce che non c’è speranza quando entra in scena Steven (interpretato dal regista stesso): musica di sax, inquadrature ravvicinate dell’attore che evidentemente non lo suona, colpo di fulmine, piani di ascolto di Samy in cui la Oliveto Bellucci prova a seguire le istruzioni del regista (“Fammi lo sguardo innamorato”), ma pare che abbia un fastidiosissimo reflusso gastrico. Sarà l’alcol.

Tarallucci e vino: (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Be’, chiaro: l’alcol e le droghe contro la vita.

La società si prende le sue colpe?
Il film vorrebbe essere didattico-pedagogico e quindi offre a Nina Soldano e Patrizio Rispo (direttamente da “Un posto al sole”) che interpretano i genitori di Samy un paio di scene-predicozzo, in cui si parla anche della società, sì. E della disattenzione dei genitori.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Zero, a meno che non si intenda come film-di-destra perché “proibizionista”: ma il film non prende posizioni di questo tipo. E poi sono proibizionisti anche a sinistra.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Due: siccome la vita di Steven è davvero dedicata al sassofono (ma non era dedicata alla bottiglia?) ha la casa con poster e cd jazz. Del resto lui è uno che “va dove c’è bisogno di un sassofonista” (sic).

Indice di Tarantinabilità: (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Zero: se anche un solo fotogramma di questo film ci sembrerà avanti tra vent’anni, amici, commettiamo un suicidio di massa che è meglio.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Katia Oliveto Bellucci, già in lizza per Miss Italia, non si spoglia e neanche le sue amiche. Che, per la precisione, sono tre: Laura che è così così, Micaela che è bella e Kira che è cicciona (e quindi beve sempre e solo da bottiglie magnum. Lo giuro). Manca quella secchiona, per chi non fosse stato attento.

Pubblico? Quale pubblico?
Nel sito si parla di un uscita in dvd e di possibili proiezioni per le scuole, ma noi non abbiamo avuto altre notizie.

Ce lo meritiamo?
No. È davvero troppo.

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