La rassegna stampa del sabato

Chi ha paura? Flavio De Bernardinis ha curato per l’ultimo numero di Segnocinema uno speciale sull’insegnamento del cinema in Italia. Nemmeno a dirlo si parla soprattutto di università e il tono complessivo dei contributi non è esattamente incoraggiante. Qui il sito di Segnocinema e qui (finché non scade) il link all’introduzione del curatore.

“Pirateria: presentato il piano strategico per la lotta alla contraffazione”. Annuncia il “Giornale dello Spettacolo”. Il resto dello notizia è (almeno per me) abbastanza incomprensibile, se non per il fatto che a occuparsi della questione sarà l’onomatopeico CNAC, Centro Nazionale Anticontraffazione. Di passaggio, questa assimilazione pirateria-contraffazione mi sembra una mossa curiosa e tutt’altro che innocente.

Reality. Il film di Matteo Garrone arriva a Cannes. Marco Giusti su Dagospia dice che il film è tra le cose migliori viste al Festival e potrebbe anche vincere. Peter Bradshaw sul Guardian scrive invece che il film è guardabile, ma “fundamentally a little sentimental and predictable” e che, cosa ancora più preoccupante, è in fin dei conti una satira sulle illusioni causate dalla TV.

Romanzo di una strage. Un po’ fuori tempo massimo (colpa mia) c’è da segnalare questo articolo che fa il punto critico su Romanzo di una strage di M. T. Giordana e spiega, tra le altre cose, perché un film del genere in fondo non c’è nemmeno bisogno di vederlo.

Dammi solo un minuto: The Avengers

“Dammi solo un minuto” è una rubrica del programma radio Seconda Visione. Durante la puntata chiediamo agli spettatori di scegliere (via mail o sms) uno dei conduttori per fargli riassumere in un minuto trama e giudizio di uno dei film in scaletta.

La stagione è ormai agli sgoccioli, ma i film sui quali metterci alla prova non mancano mai: ecco cosa ha detto Francesco dell’urfumettone © diretto da Joss Whedon.


Dammi solo un minuto: To Rome With Love

“Dammi solo un minuto” è una rubrica del programma radio Seconda Visione. Durante la puntata chiediamo agli spettatori di scegliere (via mail o sms) uno dei conduttori per fargli riassumere in un minuto trama e giudizio di uno dei film in scaletta.

Nella puntata del genetliaco dell’anziano Tommy, proprio il conduttore festeggiato è stato colto da un fuoco di fila di voti, che l’hanno costretto, da amante ferito, a recensire in sessanta secondi l’ultima “fatica” di Woody Allen, To Rome with Love.


Dammi solo un minuto: Diaz

“Dammi solo un minuto” è una nuova rubrica del programma radio Seconda Visione. Durante la puntata chiediamo agli spettatori di scegliere (via mail o sms) uno dei conduttori per fargli riassumere in un minuto trama e giudizio di uno dei film in scaletta.

Nella puntata di ieri un solo voto, con due parole dentro: Francesco e Diaz. Ecco sessanta secondi sul film di cui più si parla in questi giorni…


La rassegna stampa del sabato

Mediaset. La TV in chiaro in Italia non passa un bel momento, ma, scrive Gianfrancesco Turano sull’Espresso, la crisi di Mediaset – tra programmi vecchi o di scarso successo, calo degli ascolti e della raccolta pubblicitaria – è assai più seria di quella dei suoi competitori.

The internet really is for porn. Questa è la conclusione di un’analisi di Sebastian Anthony che trovate qui. I superaffollati siti porno online pongono infatti questioni di immagazzinamento di enormi quantità di dati,  di gestione di flussi variabili di visitatori e di sperimentazioni sulle tipologie di server che li rendono una sorta di avanguardia della rete.

Saving Mr. Banks. Walt Disney diventa un personaggio di fiction, interpretato da Tom Hanks, per un film prodotto (ovviamente) da Disney e ispirato alle vicende che portarono alla produzione di Mary Poppins. Da Variety.

Circuito Cinema Bologna. Rischiano di chiudere i cinema Jolly ed Europa, che poi è il vecchio e indimenticato Lumière, entrambi del Circuito Cinema, che solo fino a qualche anno fa sembrava immune dalla crisi che ha colpito le sale cittadine. Dita incrociate, soprattutto per i trenta lavoratori in cassa integrazione straordinaria.

David di Donatello. Quanti sono i giurati che assegnano il prestigioso premio? E con che criterio sono scelti? Qua le risposte di Michele Anselmi, e anche qualche utile proposta.

Diario di un maestro, Vittorio De Seta, 1973

È successo così: scopro improvvisamente che, allegato a un noto quotidiano meneghino, è uscito finalmente in dvd, dopo 40 anni di oblio, Diario di un maestro di Vittorio De Seta, un film che da anni tento di recuperare. Mi scapicollo nell’edicola più vicina a comprarlo, per poi scoprire, esattamente dieci minuti dopo l’estatico acquisto, che quello stesso giorno veniva pubblicata la versione integrale in doppio dvd più libro da 180 pagine per una nota casa editrice ambrosiana. E ovviamente non ho saputo resistere e l’ho comprata. Direte voi: che geppo. Ma vuoi mettere ora la soddisfazione di potersi bullare di possedere sia la versione cinematografica di 135’, accuratamente restaurata dal laboratorio L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna, sia la versione originale televisiva di 270’? Questo post vuole quindi essere un invito a fiondarvi immediatamente fuori di casa, qualsiasi cosa stiate facendo, e accorrere a comprare Diario di un maestro, uno dei film più straordinari che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, Voi mi chiederete: ma se dovessi scegliere tra la versione cinematografica e quella televisiva, quale si dovrebbe acquistare? Ebbene, miei giovin lettori, inutile dirlo: quella televisiva di oltre quattro ore, nonostante non sia restaurata, visti gli evidenti segni del tempo sulla pellicola.

Essì, perché forse uno degli aspetti più incredibili di Diario di un maestro è il suo essere prodotto televisivo, andato in onda nel 1973 in 4 puntate alla Rai, riscuotendo ascolti record che hanno superato i 12 milioni di spettatori. Quella stessa Rai che ora la cosa più eclatante che produce è una fiction su Don Giussani. The times they are a-changin’. Tratto dal libro di Albino Bernardini Un anno a Pietralata, Diario di un maestro è il racconto di resistenza del maestro Bruno D’Angelo, che al primo incarico si trova a dover gestire una turbolenta classe quinta di “malestanti”, come si definiscono loro: ragazzi di strada e non ancora di vita nella degradata borgata romana del Tiburtino 3°, “scarti” delle altri classi per motivi disciplinari. L’arrivo, la diffidenza, i dubbi, la violenza, le scoperte, le speranze, le baracche, i padri, il futuro, la vita, l’universo e tutto quanto. Diario si potrebbe quasi definire un film sperimentale e innovativo. Sicuramente lo è il metodo pedagogico del maestro, lontano mille miglia dal nozionismo sterile ed empirico dei libri e dei programmi ministeriali, incapaci di stare al passo coi tempi e la società, in favore di un approccio educativo legato alle esperienze di ciascuno. Una scuola basata sulla vita e non sui libri. Ma soprattutto per come è stato girato.

Immaginate una scheggia impazzita di nouvelle vague che va in onda nelle case degli italiani in prima serata. Un incrocio tra la realtà dei ragazzi, tutti presi dalle strade della borgata, e la finzione del maestro interpretato dallo straordinario e compianto Bruno Cirino, attore di bravura e sensibilità rara (tutto il contrario di suo fratello – nella vita reale – Paolo Cirino Pomicino nda). Sperimentale per la sceneggiatura presto abbandonata i primi giorni di riprese, in favore di un canovaccio che permettesse a Cirino di improvvisare con i ragazzi, e la troupe leggera composta da De Seta, dal fonico di presa diretta, da una segretaria di edizione e da un direttore della fotografia e operatore come Luciano Tovoli, che si era costruito una speciale macchina da presa a mano, sorta di primordiale steadicam per muoversi liberamente, con la responsabilità di cogliere tutto quello che accadeva tra le quattro mura della classe: gesti, sguardi, battute, liti, risate. Ne esce fuori un’opera unica, totale e libera, che partendo dal documentario restituisce la verità attraverso lo sguardo puro del cinema. È un film d’amore, pieno di umanità, vivo e pulsante, ancora tremendamente attuale. A suo modo un film partigiano. Che fate ancora in casa?

IMDB | Interviste

Bonus track: un estratto dal documentario I malestanti trent’anni dopo, un documentario del 2003 di Claudio Di Mambro, Luca Mandrile e Marco Venditti prodotto da Todomodo e Farfilms

Dammi solo un minuto: Magnifica presenza

Elio Germano mentre chiama in diretta per dare il suo voto per la rubrica.

“Dammi solo un minuto” è una rubrica del programma radio Seconda Visione. Durante la puntata chiediamo agli spettatori di scegliere (via mail o sms) uno dei conduttori per fargli riassumere in un minuto trama e giudizio di uno dei film in scaletta.

Non era sufficiente il fatto di vedere un film di Ozpetek: il crudele pubblico ha voluto che Francesco riassumesse Magnifica Presenza in sessanta secondi. La prossima volta chiamiamo Amnesty International!


Pasta nera, Alessandro Piva, 2011

 

PASTA NERA, Alessandro Piva, 2011

 

Una storia poco nota, quella raccontata da Pasta nera, documentario di Alessandro Piva (presentato all’ultimo festival di Venezia), che viene dal dopoguerra delle città ferite d’Italia, quando le donne dell’Udi (Unione Donne d’Italia, nata come movimento antifascista e resistente, in seguito divenuta la più grande organizzazione per l’emancipazione femminile in Italia) si mobilitarono per un’iniziativa che doveva servire a strappare dalla morsa della miseria i bambini del meridione. Sciuscià, scugnizzi, figli del sotto-sottoproletariato del mezzogiorno, delle campagne devastate. Napoli, la Ciociaria, la Puglia, Cassino, Roma i luoghi di partenza. Le città dell’Emilia Romagna, quelle dei comunisti mangia bambini, sì, ma pure della mortadella e del salame, della ricostruzione miracolosa, i porti d’approdo per scampare alla fame. Sul finire del 1947 vennero organizzati dei treni speciali per portare al nord i bambini, in bilico tra il recalcitrante e l’eccitato, perchè sì, c’era il rischio che i comunisti trasformassero i corpicini pelle e ossa in sapone, ma c’era pure l’emozione della prima volta il treno, la prima volta il mare, la prima volta una tazza di latte al mattino, la prima volta le lenzuola fresche di bucato e una stanza tutta per sé. Decine di migliaia di emigranti in erba s’imbarcarono così per Modena, Reggio Emilia, Bologna. Miriam Mafai sullo schermo testimonia una di quelle traversate dello Stivale, 38 ore di delirio disorganizzato, treni di donne e bambini, la diffidenza reciproca di comuniste e crocerossine mandate ad accompagnare i piccoli. Che nel frattempo sono diventati anziani, anziani quanto (se non di più) i loro vice genitori del nord: e gli uni e gli altri raccontano di fronte alla telecamera le loro storie, emozionati, divertiti, stupiti di fronte allo stupore di chi, oggi, guarda a questa macchina perfetta di solidarietà come ad una sorta di prodigio irrimediabilmente perduto, irripetibile. In fondo, dicono loro, c’era solo da aggiungere un posto a tavola. E non si trattava di colore politico. O meglio, la politica c’entrava, eccome, e i comunisti pure, la solidarietà e tutto il resto, ma era come fosse vissuta sottopelle, come fosse la naturale conseguenza dell’esistere. E poi non c’erano solo compagni e compagne ad attendere i bambini nelle piazze al loro arrivo, spauriti, a sceglierli e portarseli a casa per vestirli, lavarli e nutrirli. Le immagini dell’oggi scorrono alternate a quelle di repertorio. Sguardi di bambini di sessant’anni fa che brillano ancora in quello che rimane dietro alle ragnatele di rughe sul viso. Una commozione palpabile, senza retoriche, senza buonismi o facili trucchi da piazzisti di buoni sentimenti. Chi tornò a casa portò per anni nel cuore quei mesi di beatitudine, e un fagotto di cappelletti. Altri a casa non ci tornarono più, ed oggi parlano con un’orgogliosa “esse” da manuale padano. Una storia che, per un motivo o per un altro (pudore? Desiderio di proteggere l’infanzia? Il fatto che fossero “compagne” e non “compagni” ad esserne promotori) viene a galla a più di mezzo secolo di distanza, per un caso. Il regista, Alessandro Piva, stava intervistando uno dei protagonisti del film alla stazione di San Severo di Foggia, su un argomento del tutto differente. Fu l’anziano a dirgli “Ma lo sai quand’è stata la prima volta che ho preso un treno? Ora ti racconto un fatto”. Splendidamente, Piva ha prestato orecchio e dato voce e volto a una vicenda straordinaria. Un film da vedere, per riaggrapparci all’orgoglio, che nel presente è, per usare un eufemismo, piuttosto appannato, di essere cittadini, o, se si preferisce, di essere, senza altre specificazioni.

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Au Revoir, Claude…

Romanzo di una strage, Marco Tullio Giordana, 2012

Di fronte alle vicende che si dipanano da quel 12 dicembre di quarantatré anni fa si rimane sconcertati. Decadi di processi, di insabbiamenti, piste false, piste falsate, sentenze che si susseguono negandosi l’un l’altra. Giordana, che scrive il film insieme a Rulli e Petraglia, si è trovato prima di tutto di fronte alla necessità di scegliere cosa raccontare: la trama del film racconta la strage di piazza Fontana e il rapporto tra Calabresi e Pinelli, concentrandosi quindi sulle prime investigazioni (la cosiddetta “pista anarchica”) e sulle loro prime mancanze (che portarono alla “pista nera”), arrivando infine all’ipotesi (accertata) del coinvolgimento dei servizi segreti. Romanzo di una strage mette in scena l’Italia a cavallo tra ’60 e ’70 esattamente come te l’aspetti, con uno sguardo ancorato al presente che tira il collo fino a che può per vedere da vicino il passato e le Figure che sono rimaste nella memoria, anzi, le Figurine.

Più che il Pinelli-buono di Favino, o il Calabresi-buono di Mastandrea (“arricchito” da un’inutilissima Laura Chiatti nel ruolo della moglie Gemma, tanto per non fare vedere il commissario sempre e solo in ufficio), lascia sconcertati il modo in cui nel film si raffigura Moro, interpretato dal solitamente ottimo Fabrizio Gifuni. Sembra che le indicazioni di regia derivino da una specie di “bolla semantica” che deriva dalla paziente setacciatura di milioni di pagine scritti sull’uomo politico della DC, “raccogliendo” alcune parole-chiave: Moro-saggio, Moro-con-il-senso-dello-Stato, Moro-che-si-confessa, Moro-dolente, Moro-religioso, Moro-in-chiesa. E quindi il modo in cui Romanzo di una strage mette in scena una figura complessa e (come ogni politico) non univoca, è paradigmatico del rapporto che il film ha con la sua materia.

Passi, infatti, la semplificazione: come si è detto, da quel giorno di dicembre del 1969 tutto è cambiato e, anche solo seguendo un filo legato alla bomba di piazza Fontana si potrebbero riempire miliardi di chilometri di pellicola. Il problema del film (ricorrente nel cinema del terzetto che firma soggetto e sceneggiatura) è la messa in scena: un Aldo Moro, si diceva, ritagliato col cartoncino, che imita il vero politico pugliese senza nemmeno tentare un’interpretazione (nel vero senso del termine) dello stesso. Una scansione narrativa che non fa altro che spiegare e fascicolare (con dei “titoli di capitoli” francamente imbarazzanti), con la musica che ti aspetti che entra un momento dopo quello in cui ti è parso di sentirla. Spiegoni qua e là, battute pronunciate in maniera tale che ti pare che, nella parte bassa dello schermo, debba comparire il punto di un articolo, saggio o verbale dal quale quelle parole sono state effettivamente estratte. E poi l’ossessione del visibile, vera pecca del cinema di Giordana, ancora una volta declinata in senso “spettrale”. L’apparizione del “fantasma” di Pinelli al commissario Calabresi non potrà che fare tornare alla mente l’analogo momento da”ghost story” de La meglio gioventù dove, se non ricordo male, a comparire era il personaggio (defunto) interpretato da Alessio Boni.

Viene naturale chiedersi se Romanzo di una strage possa avere almeno una qualche valenza didattica: forse, verrebbe da dire, ma anche le ampollosità di Lucarelli nella puntata di “Blu Notte” dedicata alla strage della Banca dell’Agricoltura sono meno fastidiose dei didascalismi di questo film.

IMDB | Trailer

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