
PASTA NERA, Alessandro Piva, 2011
Una storia poco nota, quella raccontata da Pasta nera, documentario di Alessandro Piva (presentato all’ultimo festival di Venezia), che viene dal dopoguerra delle città ferite d’Italia, quando le donne dell’Udi (Unione Donne d’Italia, nata come movimento antifascista e resistente, in seguito divenuta la più grande organizzazione per l’emancipazione femminile in Italia) si mobilitarono per un’iniziativa che doveva servire a strappare dalla morsa della miseria i bambini del meridione. Sciuscià, scugnizzi, figli del sotto-sottoproletariato del mezzogiorno, delle campagne devastate. Napoli, la Ciociaria, la Puglia, Cassino, Roma i luoghi di partenza. Le città dell’Emilia Romagna, quelle dei comunisti mangia bambini, sì, ma pure della mortadella e del salame, della ricostruzione miracolosa, i porti d’approdo per scampare alla fame. Sul finire del 1947 vennero organizzati dei treni speciali per portare al nord i bambini, in bilico tra il recalcitrante e l’eccitato, perchè sì, c’era il rischio che i comunisti trasformassero i corpicini pelle e ossa in sapone, ma c’era pure l’emozione della prima volta il treno, la prima volta il mare, la prima volta una tazza di latte al mattino, la prima volta le lenzuola fresche di bucato e una stanza tutta per sé. Decine di migliaia di emigranti in erba s’imbarcarono così per Modena, Reggio Emilia, Bologna. Miriam Mafai sullo schermo testimonia una di quelle traversate dello Stivale, 38 ore di delirio disorganizzato, treni di donne e bambini, la diffidenza reciproca di comuniste e crocerossine mandate ad accompagnare i piccoli. Che nel frattempo sono diventati anziani, anziani quanto (se non di più) i loro vice genitori del nord: e gli uni e gli altri raccontano di fronte alla telecamera le loro storie, emozionati, divertiti, stupiti di fronte allo stupore di chi, oggi, guarda a questa macchina perfetta di solidarietà come ad una sorta di prodigio irrimediabilmente perduto, irripetibile. In fondo, dicono loro, c’era solo da aggiungere un posto a tavola. E non si trattava di colore politico. O meglio, la politica c’entrava, eccome, e i comunisti pure, la solidarietà e tutto il resto, ma era come fosse vissuta sottopelle, come fosse la naturale conseguenza dell’esistere. E poi non c’erano solo compagni e compagne ad attendere i bambini nelle piazze al loro arrivo, spauriti, a sceglierli e portarseli a casa per vestirli, lavarli e nutrirli. Le immagini dell’oggi scorrono alternate a quelle di repertorio. Sguardi di bambini di sessant’anni fa che brillano ancora in quello che rimane dietro alle ragnatele di rughe sul viso. Una commozione palpabile, senza retoriche, senza buonismi o facili trucchi da piazzisti di buoni sentimenti. Chi tornò a casa portò per anni nel cuore quei mesi di beatitudine, e un fagotto di cappelletti. Altri a casa non ci tornarono più, ed oggi parlano con un’orgogliosa “esse” da manuale padano. Una storia che, per un motivo o per un altro (pudore? Desiderio di proteggere l’infanzia? Il fatto che fossero “compagne” e non “compagni” ad esserne promotori) viene a galla a più di mezzo secolo di distanza, per un caso. Il regista, Alessandro Piva, stava intervistando uno dei protagonisti del film alla stazione di San Severo di Foggia, su un argomento del tutto differente. Fu l’anziano a dirgli “Ma lo sai quand’è stata la prima volta che ho preso un treno? Ora ti racconto un fatto”. Splendidamente, Piva ha prestato orecchio e dato voce e volto a una vicenda straordinaria. Un film da vedere, per riaggrapparci all’orgoglio, che nel presente è, per usare un eufemismo, piuttosto appannato, di essere cittadini, o, se si preferisce, di essere, senza altre specificazioni.
IMDB | Trailer
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