Cominciamo.
Mi sento un po’ come una liceale che deve fare il suo bel tema, che so, sul Petrarca. E lo sa che deve dare giudizi che non possono stare al di sotto dell’eccellenza, e lo farà, anche se in segreto si è un po’ annoiata pure a comprarlo, il Canzoniere.
Questo, fatte le debite proporzioni (lo so, ho esagerato un pochino), è un po’ il sentimento che provo di fronte a film dei quali non si può affatto parlar male, ma che su di me-persona-papessa non lasciano segni evidenti (chissenefrega, spero diciate voi). E che difetti hanno? Sceneggiatura di ferro (Hornby, mica la dinastia Moccia), interpreti ottimi, fotografia sublime, delicatezza di tocco, ricostruzione d’epoca impeccabile, equilibri narrativi perfetti. Che non sia tutta questa perfezione a stancarmi un po’? Che io sia per la bellezza imperfetta, un leggero strabismo di Venere, un naso ingombrante? Può essere. Ma siccome questa non è materia da interessare ai più procedo a parlare –bene- di An education.
Che è una storia di iniziazione ed educazione, appunto, della sedicenne Jenny/Carey Mulligan (e tra parentesi è tratto dal memoriale di una giornalista inglese, Lynn Barber) figlia della borghesia piccola piccola dei sobborghi londinesi: salotti arredati con le “buone cose di pessimo gusto” riadattate al mondo del boom economico anni Sessanta, genitori liberali in superficie, che incoraggiano la cleverness della giovane donna e il suo pudico anticonformismo (fatto di atti di ribellione in nuce, e chiara volontà di autodeterminazione) nella misura in cui tali qualità la portino ad Oxford, per studiare certo, ma soprattutto per combinare un buon matrimonio.
Fino a quando la scorciatoia ad un’esistenza che si scrolli di dosso il grigiore di un percorso già preconfezionato non incrocia Jenny per strada, a bordo di una fiammante Bristol color amaranto. Che la guidi un trentenne belloccio che ha fatto i soldi in modi poco chiari (l’innocenza non è così innocente, in realtà, si tratta di scelte, e in questo il film è molto onesto) non importa, se può aprire alla giovane, e assetata di vita, Jenny, le porte di un mondo dorato, di teatri e palchi d’opera, aste, corse di cani e quattro passi nella Ville Lumiere (molto meno del sesso, vissuto con un certo disinteresse). Con il benestare, s’intende, dei genitori (Alfred Molina e Cara Seymour, bravi a dare ai loro personaggi le intime essenze di volontà gelatinose e smarrite) che si fregano di nascosto le mani di fronte a quell’inattesa fortuna, chè studiare è importante, certo, ma se si può arrivare con meno fatica agli stessi scopi perché non approfittarne? Il risveglio, ovviamente, sarà amaro: ma indispensabile, necessario perché il tragitto compiuto da Jenny sia una vera educazione.
L’hanno già ribattezzata About a girl la sceneggiatura di Hornby. Il film di Lone Scherfig ha sicuramente una marcia in più rispetto al pur dignitoso film dei fratelli Weistz, gradevole commedia e poco più (nonostante Rachel Weistz…chiedo perdono ai numerosi fan).
E’ un film che sa rispecchiare, con grazia, nella crescita della protagonista, in questa sorta di limbo in cui si viene a trovare e che poi si trasforma in consapevolezza, la crescita, lo sviluppo, la trasformazione di un’intera epoca che di lì a poco avrebbe portato Mary Quant e i Beatles, la liberazione sessuale e il sessantotto, il sogno di affrancamento e la rivoluzione, Woodstock e le marce della pace, l’alba di un nuovo, luminoso futuro. Ha tutti questi pregi, tanti, tantissimi, è da vedere. Il fatto che io, personalmente, non riesca a strapparmi i capelli o a capire cosa ci faccia nella cinquina degli Oscar è affar mio. Perdonatemelo. Ma Carey Mulligan, ecco, lei da sola inonda d’incanto il film, e mi fa pensare che in fondo sia sfuggito a me qualcosa.
Trailer|IMDB