La Roberta Saviana della fiction italiana

Ci eravamo lasciati con la conclusione di una soap e l’inizio di un nuovo progetto, maledetto, ambientato nel 1400: ma Machiavelli manca di qualcosa…

E questo è l’inizio della terza stagione di Boris. Ritroviamo più o meno lo stesso cast incontrato tre anni fa: il regista Renè Ferretti (Francesco Pannofino), l’assistente alla regia Arianna Dell’Arti (Caterina Guzzanti), il divo Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), lo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi), l’ex-schiavo ora operatore Lorenzo (Carlo De Ruggieri) e il capo elettricista Augusto Biascica (Paolo Calabresi), eccetera eccetera.

La troupe, come sicuramente sapete, non è più impegnata sul set de Gli occhi del cuore, come nelle prime due stagioni: è il momento della qualità, della televisione che osa, insomma dell’hospital drama Medical Dimension. Finora sono andate in onda su FoxFX le prime quattro puntate, che vedono alla regia la nuova entrata Davide Marengo, mentre gli script degli episodi sono sempre affidati ai meravigliosi Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo.

Visto che non siamo neanche a un terzo di stagione, è prematuro dare dei giudizi, ma vi regaliamo l’intervista realizzata nella trasmissione Maps a Ninni Bruschetta e Francesco Pannofino qualche giorno in prima del debutto della serie che è davvero la Roberta Saviana della fiction del nostro Paese.

Ascolta Duccio e Renè!

Inspiring final lines of a speech that douchebags will quote in their facebook profile

Istruzioni per fare un trailer per una major in modo perfetto.

Shutter Island, Martin Scorsese, 2010

Cominciamo ad avvertire che non si può, o meglio non si vuole, parlare di questo film senza fare degli spoiler. Quindi, chi vuole proseguire lo faccia assumendosi le responsabilità.

Se non avete visto il film, se leggete quello che sta sotto, rischiate di rovinarvelo.

A parer mio non c’è molto da rovinare, e ciò che si può rovinare non è di sicuro la trama, però comunque vi svelo alcune cose.

Piuttosto che lasciare riferimenti e non detti, preferisco interrompere quelli che non l’hanno visto e vogliono andare al cinema.

Chiarito questo, proseguiamo.

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Goodbye, Corey…

Si spegne a 38 anni, per un’overdose, una delle figure più tragiche del Teen Movie anni ‘80: Corey Haim. Il secondo Corey, la spalla comica che non faceva ridere di Corey Feldman. Un’esistenza triste, un personaggio secondario, ricordato e omaggiato, sfortunatamente, da pochi. Berremo un succhino Billy in tuo onore.

Symbol, Hitoshi Matsumoto, 2009

E poi bisogna tenere conto di quei film talmente strani, talmente assurdi, talmente fuori di testa, che uno si chiede: ma come diamine è possibile scrivere una cosa del genere? Come ti viene un’idea così? Da dove ti viene? Ti droghi? Forte? Ma soprattutto: cosa cavolo hai raccontato ai produttori per convincerli a darti i soldi? Vi racconto la trama. Un uomo in pigiama si sveglia in una enorme stanza completamente vuota. A un certo punto, centinaia di putti spuntano da dietro le pareti di questa stanza. È una fugace apparzione: si fanno vedere per un secondo, poi vengono riassorbiti dalle pareti. Resta fuori solo una parte: il pene. Il pisellino dei putti. Per cui. C’è un uomo in pigiama in un’enorme stanza vuota sulle cui pareti spuntano centinaia di pisellini di putti. E pensate amici, che questo è niente…

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Frequently Asked Questions About Time Travel, Gareth Carrivick, 2009

Il succo di tutto questo delizioso film a basso budget sta nella correzione che uno dei personaggi fa quando un suo compagno di avventure lo definisce nerd: non è la parola giusta, è meglio immaginatore (in originale “imagineer”). FAQ About Time Travel non è un film da nerd, ma un film da immaginatori, tutto basato, oltre che sulla letteratura dei viaggi nel tempo, da Verne a Welles, passando per il cyberpunk e tutto il cinema che è derivato da centinaia di anni di letteratura, sulle domande che hanno da sempre scatenato i nostri giochi più reali e impalpabili dell’infanzia: “Facciamo che…”, oppure “Ma ti immagini se…”.

La storia è presto raccontata: tre amici, kidult, come si dice, cioè adulti con l’animo da bambino, senza un lavoro fisso, senza una donna, ma con mille idee (irrealizzate) in testa, si trovano una sera in un pub. Ad uno di loro, miracolo, rivolge la parola una donna, che però non è una persona qualsiasi: è una sua fan, che viene dal futuro, e, approfittando del suo lavoro (che consiste nel riparare le falle temporali), riesce a conoscerlo. Nel futuro, infatti, Ray sarà uno famoso, per qualcosa di non ben specificato, ma che ha a che fare con la sua fissazione con i viaggi nel tempo. Quando racconta la cosa ai suoi amici Pete e Toby, questi, ovviamente, la prendono come l’ennesima fantasia da imagineer quale Ray è. Ma scoprono presto che Cassie, la ragazza, ha ragione, e la falla temporale è nei bagni del pub. Da qui un’ora e mezza scarsa di deliri, accavallamenti del continuum del tempo, paradossi di vario tipo e avventure che porteranno i tre nel futuro, poi di nuovo nel presente a contatto con i “loro precedenti” e poi ancora in catastrofici scenari alternativi temporali.

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And The Tuono Pettinato Goes To…

ed è anche profumato!!!

E il più figo di tutti (telepatico & veloce) è stato Valido! Ti arriverà a casa la tavola originale dell’Artista un tempo noto come Tuono Pettinato.

Un “bravissima!” a Clumsy, la sola che ha beccato la difficile statuetta per il Miglior Film Straniero.
E un “campionissimo!” a Costa, unico partecipante che è riuscito nella difficile impresa di non azzeccare nemmeno una categoria.
Un cinque altissimo a tutti voi che avete votato. Si replica l’anno prossimo.

Dopo il salto, tutti i vostri risultati:
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And The Oscar Goes To…

… Tuono Pettinato! È un dato di fatto: il nostro amico -  und artista rinomato negli ambienti che contano – Tuono Pettinato ne sa una più del dimonio. Del dimonio e del diapason messi insieme. La 82° Cerimonia degli Oscars è appena finita, e il dato più importante è che uno di Voi si è aggiudicato il nostro favoloso premio: la tavola originale di Tuono, ispirata prorpio a The Hurt Locker! Non siete contenti? Ma soprattutto: vi rendete conto? Questa è la prova provata che noi  sapevamo già tutto! In più, Sandrona Bullock ha vinto! E questo – come tu, ma proprio tu m’insegni – è uno dei segni dell’Apocalisse! Moriremo tutti. Non solo. Moriremo tutti in modo particolarmente brutto. Ma anche questa è la bellezza del Cinema… Questa, e non dormire la notte.

A domani con l’incoronazione del guaglione.

Oscar 2010: Oscar insanguinati e canzonette

Noi le amiamo. Non possiamo farne a meno. È vero, sono kitsch, esagerate,  danno ancora più spago alla massa di detrattori fanatici del termine americanata, ma quelle piccole statuette dorate raffiguranti un pelatone hanno un fascino ineguagliabile. Certo, il sospetto che non siano infallibili e che non sempre vengano assegnate al film più meritevole rimane, assomigliando, per una volta, alla Repubblica delle Banane e delle Canzonette che ben conosciamo. Ecco quindi cinque tra i più discutibili vincitori degli ultimi anni nella categoria miglior film, quando il premio di cinema più famoso al mondo è andato di pari passo con alcuni controversi vincitori di una nota kermesse canora nostrana. Come quella volta, nel 1997, quando un misconosciuto gruppo col nome di un personaggio dei Robinson vinse cantando di corsi d’acqua e vocaboli…

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Oscar 2010: An Education, Lone Scherfig, 2009

Cominciamo.

Mi sento un po’ come una liceale che deve fare il suo bel tema, che so, sul Petrarca. E lo sa che deve dare giudizi che non possono stare al di sotto dell’eccellenza, e lo farà, anche se in segreto si è un po’ annoiata pure a comprarlo, il Canzoniere.
Questo, fatte le debite proporzioni (lo so, ho esagerato un pochino), è un po’ il sentimento che provo di fronte a film dei quali non si può affatto parlar male, ma che su di me-persona-papessa non lasciano segni evidenti (chissenefrega, spero diciate voi). E che difetti hanno? Sceneggiatura di ferro (Hornby, mica la dinastia Moccia), interpreti ottimi, fotografia sublime, delicatezza di tocco, ricostruzione d’epoca impeccabile, equilibri narrativi perfetti. Che non sia tutta questa perfezione a stancarmi un po’? Che io sia per la bellezza imperfetta, un leggero strabismo di Venere, un naso ingombrante? Può essere. Ma siccome questa non è materia da interessare ai più procedo a parlare –bene- di An education.

Che è una storia di iniziazione ed educazione, appunto, della sedicenne Jenny/Carey Mulligan (e tra parentesi è tratto dal memoriale di una giornalista inglese, Lynn Barber) figlia della borghesia piccola piccola dei sobborghi londinesi: salotti arredati con le “buone cose di pessimo gusto” riadattate al mondo del boom economico anni Sessanta, genitori liberali in superficie, che incoraggiano la cleverness della giovane donna e il suo pudico anticonformismo (fatto di atti di ribellione in nuce, e chiara volontà di autodeterminazione) nella misura in cui tali qualità la portino ad Oxford, per studiare certo, ma soprattutto per combinare un buon matrimonio.
Fino a quando la scorciatoia ad un’esistenza che si scrolli di dosso il grigiore di un percorso già preconfezionato non incrocia Jenny per strada, a bordo di una fiammante Bristol color amaranto. Che la guidi un trentenne belloccio che ha fatto i soldi in modi poco chiari (l’innocenza non è così innocente, in realtà, si tratta di scelte, e in questo il film è molto onesto) non importa, se può aprire alla giovane, e assetata di vita, Jenny, le porte di un mondo dorato, di teatri e palchi d’opera, aste, corse di cani e quattro passi nella Ville Lumiere (molto meno del sesso, vissuto con un certo disinteresse). Con il benestare, s’intende, dei genitori (Alfred Molina e Cara Seymour, bravi a dare ai loro personaggi le intime essenze di volontà gelatinose e smarrite) che si fregano di nascosto le mani di fronte a quell’inattesa fortuna, chè studiare è importante, certo, ma se si può arrivare con meno fatica agli stessi scopi perché non approfittarne? Il risveglio, ovviamente, sarà amaro: ma indispensabile, necessario perché il tragitto compiuto da Jenny sia una vera educazione.

L’hanno già ribattezzata About a girl la sceneggiatura di Hornby. Il film di Lone Scherfig ha sicuramente una marcia in più rispetto al pur dignitoso film dei fratelli Weistz, gradevole commedia e poco più (nonostante Rachel Weistz…chiedo perdono ai numerosi fan).
E’ un film che sa rispecchiare, con grazia, nella crescita della protagonista, in questa sorta di limbo in cui si viene a trovare e che poi si trasforma in consapevolezza, la crescita, lo sviluppo, la trasformazione di un’intera epoca che di lì a poco avrebbe portato Mary Quant e i Beatles, la liberazione sessuale e il sessantotto, il sogno di affrancamento e la rivoluzione, Woodstock e le marce della pace, l’alba di un nuovo, luminoso futuro. Ha tutti questi pregi, tanti, tantissimi, è da vedere. Il fatto che io, personalmente, non riesca a strapparmi i capelli o a capire cosa ci faccia nella cinquina degli Oscar è affar mio. Perdonatemelo. Ma Carey Mulligan, ecco, lei da sola inonda d’incanto il film, e mi fa pensare che in fondo sia sfuggito a me qualcosa.

Trailer|IMDB