Revanche – Ti ucciderò, Götz Spielmann, 2008

Con un protagonista così, una specie di laconico Franco Causio biondo col mullet, che spacca legna per metà film (giuro), nessun film può essere brutto.

Non è che si vedano tanti film austriaci, ma la sensazione che si prova è che non siano esattamente finanziati dall’ente per il turismo nazionale. A parte Haneke, ricordo anche un Canicola che descriveva l’allegra joie de vivre del paese alpino. Un po’ come accade per i film belgi, che ritraggono la nazione come uno dei posti più sanamente disperati al mondo. “Venite in Austria, abbiamo i sobborghi più noiosi del pianeta!”. “Venite in Austria, per una disperazione senza ostacoli”

In attesa di essere smentiti da commenatori che conoscono la tagliente ed esilarante commedia austriaca, noi ci accontentiamo di questo film popolato da delinquenti di mezza tacca monosillabici, poliziotti impotenti e in panico, vecchi suonatori di fisarmonica in punto di morte, puttane ucraine sfruttate, sogni andati in vacca, papponi viscidi, casalinghe disperate, legna da spaccare. Tanta legna da spaccare.

A parte gli scherzi, tutti questi personaggi vanno a costruire un film dalla trama molto semplice fin quasi a raggiungere lo status di racconto morale. Il protagonista con il mullet, Alex, delinquente di mezza tacca che fa il tuttofare in un bordello, prova a scappare con la sua amata, Tamara. ma durante la rapina per ottenere i soldi per fuggire a Ibiza e aprire un locale, lei rimane uccisa. Questo non è solo il punto di rottura dell’equilibrio, ma anche il cambio di registro del film. Se prima si era più dalle parti dell’osservazione entomologica della realtà e del disagio, di Alex e della periferia metropolitana ma anche della campagna, subito dopo diventa meditazione sulla vendetta e sul suo senso. Come comportarsi con il poliziotto che ha ucciso Tamara? Ucciderlo o altro? Continua a leggere »

Donne senza uomini, Shirin Neshat, 2009

Il film vincitore del Leone d’argento all’ultima Mostra del cinema di Venezia è un prodotto atipico, a partire dalla regista, Shirin Neshat. Al suo primo lungometraggio, l’artista iraniana, ma che da trent’anni vive a New York, decide di raccontare la storia di quattro donne del suo Paese in un momento molto particolare. Donne senza uomini, infatti, è ambientato nel 1953, anno cardine per chi si occupa di storia mediorientale: in quell’anno, infatti, il regime democratico di Mossadeq viene rovesciato grazie a un colpo di Stato, in cui è ben evidente la mano della CIA e delle potenze occidentali. Il tutto, manco a dirlo, per il petrolio. Questa la Storia. La trama raccontata nel film, invece, riguarda Zarin, una prostituta che fugge dal bordello in cui lavora, Munis, una donna rimasta sola col fratello integralista religioso, che le impedisce di informarsi su quanto sta accadendo in Iran, e l’amica di lei Faezeh, innamorata del fratello ma marchiata per sempre dall’aver subito uno stupro. Le tre si rifugiano in una sorta di giardino incantato nel quale c’è una casa: è lì che si è rifugiata, abbandonando il marito generale dell’esercito, Fakhri, una donna sui cinquanta, un tempo apprezzata cantante, ma che ha abbandonato il suo talento soffocata dal consorte.

Insomma, quattro donne diverse tra loro in qualche modo soffocate dai mariti nell’Iran della definitiva perdita della possibilità di essere un Paese libero e democratico. Ma storia e Storia sono praticamente abbandonate dalla Neshat, che si concentra sul lato estetico della narrazione, creando immagini belle formalmente, ma non considerando un gran che tutto il resto. Prima di proseguire dobbiamo fare due precisazioni: non abbiamo letto il romanzo omonimo da cui il film è tratto e, lo ammettiamo, di cultura iraniana non sappiamo molto. Quindi la musica, molto presente nel film, non fa suonare in noi alcun campanello, e le nozioni di storia, forse, sono troppo superficiali perché si possano dare per scontati degli elementi che, magari, sono ben noti agli iraniani. Ciononostante, il film perde di un centro forte. Tutto si sposta sul metaforico e sul simbolico, grazie al forte peso specifico estetico che il lungometraggio assume. Ma in questo vago onirismo si perdono anche le caratteristiche dei personaggi: la ex prostituta rimane tale, e, a parte un suo momentaneo miglioramento fisico, non sappiamo altro di lei. Munis può finalmente “fare” politica, ma la Neshat indulge spesso in teatrini piuttosto banali, in cui figurine di marxisti e di sostenitori del regime dello Shah si fronteggiano in modo superficiale. E lo stesso vale per Faezeh, violata e bollata, sì, ma poi? Forse il personaggio più interessante è quello di Fakhri che, come la regista del film, si isola in un ambiente bellissimo in cui è possibile coltivare l’arte e parlare liberamente. Tuttavia, senza svelare il finale del film, anche il giardino (dell’Eden?) è violabile e forse tutti quelli che si sono esiliati volontariamente devono poi fare i conti con le proprie difficili origini. Chissà, forse questa è l’opera più personale della Neshat, ma ci pare che, tutto sommato, poco ci arrivi di quello che (forse) voleva dire.

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Burton, Eastwood, Scorsese: Fail.


Voi sapete cos’è la sudditanza arbitrale? Dovrebbero spiegarvelo altri due che scrivono qui, molto più ferrati di me, ma ci tento io (tentando di farli arrabiare). Nel calcio, quando una squadra è troppo forte o ha una fama che la precede, un arbitro è portato a concederle molto di più, ad essere di manica molto larga nel giudizio. In poche parole, a favorirla. Questo fatto, nel mondo del giuoco del pallone, ha avuto terribili conseguenze: per esempio, ha fatto vincere alla squadra della Juventus un paio di scudetti immeritatati. Ce ne faremo una ragione. Ma spostiamo di poco il discorso: passiamo dal giuoco del calcio al Cinema. La sudditanza arbitrale ci ha fatto bere un sacco di film brutti. Ma non temete: sono arrivati i giorni della rivalsa. Secondavisione, il blog di Cinema che non guarda in faccia a nessuno, è qui per insegnarvi come pronunciare una frase come “l’ultimo Eastwood/Burton/Scorsese è un brutto film” e non sentirvi come uno che ha appena bestemmiato in chiesa. Pronti? Via.
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Crazy Heart, Scott Cooper, 2010

 
Premettiamo:

che a Jeff Bridges abbiano dato un Oscar ci sta tutto. Che poi non è solo Drugo e quanto ne è conseguito. Io glie l’avrei dato pure quando faceva il cadavere sul divano sotto agli occhi di Jeliza-Rose per quel pazzo di Terry Gilliam. Ha sempre quest’aria di chi ci è capitato per caso e il regista gli chiede “senti mi servirebbe un personaggio così e così”, e lui risponde “d’accordo, mi pare ragionevole, cinque minuti, mi faccio una sigaretta poi torno qua e te lo faccio”. E viene fuori perfetto. Insomma me lo immagino così.

Questo breve cappello introduttivo dovrebbe servire a porgere preventive scuse a Jeff che sicuramente ci legge: perché la sua interpretazione in questo Crazy heart, che è senza dubbio ottima, è al servizio di un film da far rientrare nella categoria del sei stiracchiato. E dire che, come si dice, sulla carta le premesse per una storia buona c’erano tutte. Jeff Bridges è Bad Blake, che una volta fu star del country ed ora, a 57 anni suonati, è costretto ad accettare ingaggi in squallidi bowling nella più desolata provincia americana, con wisky e sigarette come unico appiglio ad un’esistenza senza direzione. Gli anni sono passati, di canzoni nuove nemmeno a parlarne, che l’ispirazione se n’è andata da un pezzo e si deve lasciar spazio all’odiato pupillo che ora è ricco e famoso (il nostro Colin Farrel in versione Daniele Silvestri yankee)  ed accontentarsi di un po’ di sesso con donne che sono il ricordo sfumato della loro passata giovinezza. Fino a quando l’incontro fortuito con la giornalista Jean (Maggie Gyllenhaal) e il suo bambino non provoca un corto circuito, uno scarto che, anche se non farà andare le cose esattamente nella direzione sperata, concederà a Bad (ritornato Otis, il vero nome inconfessabile, provinciale ed inadeguato) una seconda possibilità.

Cosa c’è che non funziona allora in una storia di discesa agli inferi e successivo, faticoso ma vitale, riscatto? E’ che ti viene in mente l’ultimo, disperato assalto di Randy “The Ram” Robinson , interrotto dal nero dei titoli di coda nel magnifico The wrestler di Aronofsky e ti rendi conto che le distanze sono abissali. Qui è tutto appiattito, nonostante la bella prova di Jeff Bridges che presta in maniera efficace volto e rughe,corpo e sudore ai fantasmi e al senso di fallimento dell’ex gloria sull’inevitabile viale del tramonto. Ma non è sufficiente lui da solo a salvare il film: troppo patinata la fotografia, con quel New Mexico a tratti da immagine di catalogo viaggi? Sono i personaggi di contorno che non funzionano? Troppa Holliwood? Maggie Gyllenhall che ha quest’aria un po’ cinguettante e servizievole (e non basta mostrarla ubriaca in un paio di sequenze per farne la ragazza perduta)? Troppo Duvall? Troppi stereotipi (lui dannato-lei che lo salva- lui che recupera gioia di vivere ed estro compositivo – e addirittura gli risalta fuori l’istinto paterno – e si ricorda di avere un figlio ventottenne da qualche parte negli States col quale sente il disperato bisogno di recuperare un rapporto)? E’ il doppiaggio che pialla tutto ciò che magari in lingua originale ha un sapore del tutto differente, sicuramente più ricco, impasto di slang e linguaggi da folk singer? Troppo poco country? Tutto questo assieme ne fa un film che vira al mediocre. Sono cattivissima, lo so. Ed è pure il secondo film passato alla notte degli Oscar che tratto con sufficienza. Speriamo solo che laggiù nella città degli angeli qualcuno non se ne abbia a male.

Trailer|IMDB

Sunday Trailer Fever

Settimana ricchissima. Pronti?


Predators
, Nimord Antal, 2010

Si sapeva, eh. Ma vedere che la parte di Arnold, è stata data VERAMENTE a Adrien Brody… è una delle cose più fastidiose di sempre. Si segnala però nel cast la presenza del nostro attore prefe di sempre: Mahershalalhashbaz Ali.


Repo Man
, Miguel Sapochnik, 2010

Clamorosi accenti inglesi, trapianti di organi e violenza a uso ridere. Olè!

Dopo il salto: registi un tempo tosti alle prese con vampiri sbrilluccicanti! Un premio Oscar torna a interessarsi di vecchi arcades! I Black Sabbath diventano parte integrante di un franchise!

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Bastano cinque secondi per fare un film

La Roberta Saviana della fiction italiana

Ci eravamo lasciati con la conclusione di una soap e l’inizio di un nuovo progetto, maledetto, ambientato nel 1400: ma Machiavelli manca di qualcosa…

E questo è l’inizio della terza stagione di Boris. Ritroviamo più o meno lo stesso cast incontrato tre anni fa: il regista Renè Ferretti (Francesco Pannofino), l’assistente alla regia Arianna Dell’Arti (Caterina Guzzanti), il divo Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), lo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi), l’ex-schiavo ora operatore Lorenzo (Carlo De Ruggieri) e il capo elettricista Augusto Biascica (Paolo Calabresi), eccetera eccetera.

La troupe, come sicuramente sapete, non è più impegnata sul set de Gli occhi del cuore, come nelle prime due stagioni: è il momento della qualità, della televisione che osa, insomma dell’hospital drama Medical Dimension. Finora sono andate in onda su FoxFX le prime quattro puntate, che vedono alla regia la nuova entrata Davide Marengo, mentre gli script degli episodi sono sempre affidati ai meravigliosi Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo.

Visto che non siamo neanche a un terzo di stagione, è prematuro dare dei giudizi, ma vi regaliamo l’intervista realizzata nella trasmissione Maps a Ninni Bruschetta e Francesco Pannofino qualche giorno in prima del debutto della serie che è davvero la Roberta Saviana della fiction del nostro Paese.

Ascolta Duccio e Renè!

Inspiring final lines of a speech that douchebags will quote in their facebook profile

Istruzioni per fare un trailer per una major in modo perfetto.

Shutter Island, Martin Scorsese, 2010

Cominciamo ad avvertire che non si può, o meglio non si vuole, parlare di questo film senza fare degli spoiler. Quindi, chi vuole proseguire lo faccia assumendosi le responsabilità.

Se non avete visto il film, se leggete quello che sta sotto, rischiate di rovinarvelo.

A parer mio non c’è molto da rovinare, e ciò che si può rovinare non è di sicuro la trama, però comunque vi svelo alcune cose.

Piuttosto che lasciare riferimenti e non detti, preferisco interrompere quelli che non l’hanno visto e vogliono andare al cinema.

Chiarito questo, proseguiamo.

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Goodbye, Corey…

Si spegne a 38 anni, per un’overdose, una delle figure più tragiche del Teen Movie anni ‘80: Corey Haim. Il secondo Corey, la spalla comica che non faceva ridere di Corey Feldman. Un’esistenza triste, un personaggio secondario, ricordato e omaggiato, sfortunatamente, da pochi. Berremo un succhino Billy in tuo onore.