Un attore di successo, Johnny Marco (Stephen Dorff), conduce una vita normalmente sregolata, tra impegni di lavoro, feste, ubriacature, sesso casuale. La ex-moglie gli affida la figlia undicenne, Cleo (Elle Fanning), con la quale Johnny passa un paio di settimane, portandosela anche in Italia per ricevere (dalle mani di Simona Ventura e Nino Frassica, sic) un Telegatto, fino a che è ora di portare la figlia a un campo estivo e i due si separano.
E’ proprio questa la trama di Somewhere, l’ultimo film di Sofia Coppola, in concorso a Venezia: sappiamo benissimo che giudicare un film dalla trama non ha molto senso, ma la Coppola aggiunge ben poco di suo all’esile storia che fa da struttura al film. Somewhere, per carità, è girato e interpretato bene, e miracolosamente fa riconciliare con la famiglia Fanning (la sorella minore di Dakota è molto meglio della sorella, per dire). Ma la Coppola indugia troppo sulle piccole cose, cercando di caricarle di significato in quanto messe in scena, e limitandosi a questo. E’ chiaro che c’è l’interesse di mostrare i lati più privati, quotidiani e anche banali dello show-business, mettendo in scena l’ordinario tran-tran del protagonista, tutto sommato lontano dagli eccessi di altri ospiti del residence dove risiede (allo Chateau-Marmont, per dire, è morto John Belushi). E la regista è brava a non caricare emotivamente con scene madri il rapporto (esile) tra padre e figlia, ma forse sbaglia per difetto: tutto, in Somewhere, è delicato, accennato, impalpabile. Non accade quasi nulla, forse per paura che accada troppo: e il tentativo di costruire qualcosa procedendo per un sottile e garbato accumulo non riesce fino in fondo.
Quando la Coppola cerca di attrarre in maniera evidente la nostra attenzione, lo fa in maniera esplicita e fin troppo simbolica: basti pensare all’apertura del film, con il protagonista che percorre in tondo con la sua Ferrari una specie di circuito, per cinque volte, prima di fermare la macchina (una scena legata al finale in maniera fin troppo didattica). O alla sequenza del trucco di Marco, in cui si vede “da vecchio”.
Peccato, perché i numeri ci sarebbero, ma manca la sostanza: Somewhere si vede e, ahinoi, si dimentica abbastanza presto, perché non c’è una storia forte come ne Il giardino delle vergini suicide, o una faccia come quella di Bill Murray in Lost in Translation.
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4 commenti
in effetti i simboli regnano sovrani per l’intera pellicola ma, dopotutto, rappresentano una specie di x-factor per un film che, se giudicato solo dalla trama – come dici giustamente tu, Francesco – dà veramente pochissimo. Certo, se si trattasse di un blockbuster americano, il suo plot racconterebbe di nulla. Ma la Coppola sta più tra l’indie e l’europeo, dunque, in mezzo a tempi morti, dettagli e dialoghi col contagocce qualcosa di “profondo” (lo scrivo ridendo) c’è. Mi pare.
sì, ma non è che se uno dichiara di fare un film “all’europea” può permettersi di non metterci niente: il rischio calco/parodia è dietro l’angolo.
almeno facesse ridere…
è vero è vero, non colpisce al cuore come le vergini suicide o lost in translation ma ha il suo perchè. e trasmette nel suo piccolo delle emozioni.
la fotografia poi è ottima.
http://massimobianconi.tumblr.com/post/1092167823/sofia-coppola-somewhere-somehow
Il film è eccessivamente in posa. Guardate come sono antinarrativo, urla a gran voce, come mi fermo sulle piccole cose, come mi diverto a non farvi divertire aspettandomi che per questo vi divertiate. Penso anche a Del Toro che accetta il cammeo di sè stesso che non fa niente in ascensore: quanto è cool apparire in un film che fa vedere quanto sia poco cool essere così cool. L’apoteosi contorsionista dell’indiefighettaggine. Che fosse di quella specie lo sapevamo già, ma gli altri film avevano una loro vitalità registica, qui ci sono un paio di idee striminzite che la fanno sembrare un Jarmusch in gonnella (niente di male) e pesantemente imborghesito (molto di male). In questi casi io provo a fare un test: se l’avesse girato un esordiente questo film, cosa ne avremmo detto?
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