The Dreamers di Bernardo Bertolucci

questo blog è un poco fermo, cerchiamo di ravvivarlo un pochetto.
Volevo essere brillante e sostenere che il film è la storia di due enormi capezzoli che si trovano a leggere "L’uomo a una dimensione" di Marcuse e si scambiano commenti, ma siccome negli scorsi tre giorni ho fatto tanti kilomentri in macchina come un camionista vi beccate una recensione banale e poco ispirata.
Io non amo Bertolucci, l’unico film che trovo davvero pregevole è Il conformista, che mi ha fatto appisolare. L’ultimo Bertolucci sembra aver abdicato decisamente dalla regia per darsi a qualcosa che sembra riuscirgli piuttosto bene, forse più remunerativa, che è l’arredamento di interni. Che assieme ai due dissertatori citati sopra è l’unica cosa pregevole del film.
Tutto deriva da due mie idiosincrasie: i film che usano il sesso e la carnalità per dire qualcosa di alto, in modo simbolico (?) e i film che affrontano la Storia senza riuscirci.
Questo film mette d’accordo le mie due antipatie. La polemica sul sessantotto come rivoluzione privata prima ancora che pubblica non mi interessa, sembra interessare anche poco al film, forse di più al regista che sproloquia in interviste e in polemiche sterili con "Il foglio". Il film la manca completamente, e qualsiasi tesi che sia ascrivibile al film sull’argomento è da buttare (per me sostiene tesi contraddittorie e mal poste)
Capitolo sesso: passi il discorso sulla cinefilia che si incorpora e diventa citazione seducente per un gioco liberatorio, ma per il resto il rapporto tra i tre (fighissimi) giovani non si regge su nulla, che non sia una psicanalisi passatista, un erotismo davvero scialbo e patinato, didascalismo nei passaggi chiave.
(Lo so che non dovrei, ma un altro elemento negativo mi sembra riscontrabile nel fatto che il film si risolve in una celebrazione romanzata dell’ego dell’autore, che può essere identificato con tutti i tre lati del triangolo amoroso). A voi la palla. Manu

17 Comments

  1. anonimo
    Posted 15 ottobre 2003 at 13:25 | Permalink | Rispondi

    che dire, se non che è film che non respira. sul ’68 forse lo salvo, poteva essere più spocchioso e in fondo si è mantenuto abbastanza equilibrato (anche se forse hai ragione nel leggere i 3 punti di vista come sommo egocentrismo) e soprattutto intimistico. il guaio è che il versante intimistico è privo di qualsiasi spessore, non si capisce se voglia metterla sul sesso, sulla psicanalisi o sulla metafora “il privato è pubblico”. fatto sta che non ne esce e che la sceneggiatura è ridicola. peccato, già che c’era almeno poteva confezionare un bello spettacolino erotico, il materiale non mancava di certo, invece cerca senza riuscirci di épater le bourgeois con un immaginario che più freddo e splendente non si può. Imperdonabile la scelta del sangue- non era stata efficace una prima volta, perché proporla di nuovo lungo il film? Ridicola la “sorpresa” della verginità di lei, dato che era evidente che prima che a Michael Pitt e al fratello l’aveva data a tutta la Rive Gauche

  2. anonimo
    Posted 15 ottobre 2003 at 16:23 | Permalink | Rispondi

    tutto d’accordo, anch’io sono uscito dal cinema gridando vendetta. ma mi sembra anche che il film attivi un sistema di citazioni molto lucido: il cinema che Bertolucci mostra in maniera diretta è (volutamente) l’abc della cinefilia, e la vita non fa altro che appiattirsi in un rapporto mimetico sul cinema amato. ora, il meccanismo è lo stesso del citazionismo beota di Almodovar, ma qui c’è la consapevolezza che alla fine cinema e vita non possono essere la stessa cosa. credo che vada interpretato così l’ultimo segmento che Bertolucci ci fa vedere: Mouchette si uccide per gioco, i tre deficienti di The dreamers non ci possono riuscire e sono costretti a fermarsi. Bertolucci sarà anche un bambino viziato (come regista, intendo), ma ha il coraggio di dichiarare il proprio amore e contemporaneamente la propria sconfitta. certo, Il disprezzo e C’era una volta in America erano un’altra cosa, ma fermarsi a Eva Green mi sembra un po’ poco. p.

  3. Posted 15 ottobre 2003 at 19:35 | Permalink | Rispondi

    sono perfettamente d’accordo con “anonimo” sulla fasulla verginità di eva green. come ho detto martedì in radio, secondo me il film non funziona né dal punto di vista personale, né politico. apro però una questione nuova: è veramente possibile rappresentare il sessantotto? voglio dire: è un’epoca che anche noi, nati circa dieci anni dopo, “conosciamo” bene. è forse tremendamente lontana nel tempo, ma troppo vicina nelle sue rappresentazioni continue. voglio dire: effettivamente c’erano janis e jimi nel ’68, ma possibile che tutti ascoltassero i loro dischi? il cinema, in quegli anni, viveva un momento di grande splendore, ma era tutto lì? cosa faceva chi non faceva le rivolte? e non dico i “borghesi reazionari” (termine quanto mai difficile e ostico), ma le persone che, per un motivo o per un altro, pur condividendone gli ideali, non sono entrati nel movimento? mi continuo a chiedere se effettivamente sia possibile rappresentare il sessantotto. ma non mi chiedo se la rappresentazione di bertolucci sia buona. su quello non ho dubbi: non mi è piaciuta per niente.

  4. Posted 16 ottobre 2003 at 09:45 | Permalink | Rispondi

    Rispondo ad alcune questioni, ricordando la definizione di mauro gervasini sul film “floreale e senile trastullo”.
    1) E’ ovvio che non è possibile la rappresentazione completa del fenomeno sessantotto, (come quella del novantasei), è impossibile. Alla fine il resto di coloro che l’haoo vissuto hanno avuto giustizia in altro modo, con la musica pop, con la televisione, con un altro tipo di cinema. Il sessantotto ha di suo il crimine storico di aver inaugurato la moda degli “intellettuali e artisti per grazia ricevuta”, per cui tutti, anche ora, si sentono in dovere di “partecipare al dibattito” con la loro “preziosa e pungente opinione”. Mi devo dunque sorbire inerme i libri di Mario Capanna, le celebrazioni delle utopie e delle rivolte creative, i formidabili quesgli anni, le citazioni continue del Pasolini dopo Valle Giulia, quando la loro portata storica è sotto gli occhi di tutti. E mi fa incazzare il fatto che ci sia della gente che dice che è “fatto per i ggiovani, per conoscere quel periodo fantastico”. A parte che ormai sono uscito dai ggiovani, ma era meraviglioso perché erano i tuoi vent’anni e non i miei.
    2) Non l’ho vista tanto come dichiarazione di imoptenza del cinema, quanto di potenza senza seguito (che forse è la stessa cosa).
    Il cinema è presentato come educazione: non c’è nulla a Parigi per Michael Pitt oltre alla Cinémateque Française, è iniziazione civile, politica, sessuale, interpersonale. Le citazioni sono efficaci perché dirigono la vita dei tre protagonisti. La cinefilia come rito di iniziazione che poi si mostra insufficiente, un gioco da bambini, quando il sesso, le relazioni e la politica diventano grandi, il cinema scompare e diventa un gioco da camera di tre ragazzini. Le dichiarazioni di impotenza, per quanto mi riguarda, devono essere più sentite e più graffianti, non la semplice constatazione di essere un ritrattista alla corte dei nouveau riches.
    manu

  5. anonimo
    Posted 16 ottobre 2003 at 11:29 | Permalink | Rispondi

    la visione di P è interessante, non so se però non stia facendo un po’ troppo onore a un regista un po’ troppo autocompiaciuto. però spero di si, perché in fondo in fondo nel vecchio Bernardo ci credo ancora. però, ribadisco, presta troppa poca attenzione alla sceneggiatura.
    In compenso il post di Paolo mi ha ricordato la scena pre-finale con l’inserto da Mouchette, la sola davvero bella e memorabile del film, e soprattutto un po’ meno gratuita di altre

    quanto al sessantotto come problema. Mah, richiede anche quello ancora un po’ di riflessione. Non so, non credo che si possa liquidarlo come periodo bello solo perché mitizzato da chi l’ha vissuto da ventenne. credo che sia una rappresentazione problematica, ma del tutto legittima e per quanto mi riguarda affascinante. Il problema è che pochi ci riescono, tra questi pochi di certo non c’è il Bertolucci di The Dreamers.

  6. Posted 16 ottobre 2003 at 15:08 | Permalink | Rispondi

    Non parlo di rappresentazione completa del ’68, Manu, andiamo… Parlo di altri punti di vista.Fra

  7. anonimo
    Posted 16 ottobre 2003 at 15:22 | Permalink | Rispondi

    insisto: è un film sul cinema e come tale va valutato. non puoi prendertela con Apocalypse now perché la guerra del Vietnam era diversa, o con Buongiorno notte perché la Braghetti in realtà era cattiva e Maccari più alto. prevengo la contestazione di Manu: il cinema sul cinema ci ha finito di stancare. vero, ma questo non è il solito metacinema, almeno non è il metacinema come riflessione nostalgica sul genere (leggi: incapacità di lavorare col genere) dei vari Craven, Almodovar, von Trier. Bertolucci lavora sull’esperienza cinefila, e qui mi sembra che faccia vedere delle cose non scontate. poi possiamo discutere se il film raggiunga questo obiettivo o meno, ma il ’68 mi sembra un falso problema, o meglio un problema di paratesto (come si diceva un tempo in secondavisione 1.0 e 2.0…), perché un film lo devi pure lanciare sul mercato e mentre il ’68 e Eva Green passano, dubito che la cinefilia passi. paolo

  8. anonimo
    Posted 17 ottobre 2003 at 10:40 | Permalink | Rispondi

    Per f.: gli altri punti di vista non penso siano molto interessanti, se non in negativo (mostrare anche che c’era qualcuno che il sessantotto non l’ha fatto in quel modo). Chi non ha vissuto quell’esperienza “epocale” ha vissuto il sessantotto come il sessantacinque e come il settantadue. Vita quotidiana dunque. Inoltre, per ragioni di ceto, chi ha fatto il sessantotto si è messo poi a fare cinema, per questo ciò che ci è passato sono discorsi, più o meno efficaci, su quell’esperienza.
    Per p.: che lavori sulla cinefilia siamo d’accordo, che ci faccia vedere cose non scontate passi, ma non mi sembra che lavori esclusivamente su quello. Spiego: la cinefilia da giovani turchi è presentata come ambiente accogliente e di formazione per il protagonista (ma anche per tutti e tre), che poi apre ad altro. Nella politica, dalla protesta per Henri Langlois, a una rivolta per istanze più radicali (da Top Hat al libretto rosso di Mao). Nel sesso, il gioco seduttivo e innocente delle citazioni “incorporate” si passa a problemi sessuali, psicanalitici ecc. La cinefilia si pone come ponte tra i vari aspetti, che però non sono solo secondari. Si tratta della dichiarazione di impotenza di uno splendido gioco (non tanto fare il cinema, ma goderne fanaticamente e appieno) che è travolto dalle istanze stesse che promuove (liberazione sessuale? Fantasia al potere?).In questo caso, ciò che dice Bertolucci è interessante, fors’anche nuovo. Ma come lo dice? Sembra un elegante libro di memorie, senza graffi, senza dolore, senza neanche rassegnazione. Sembra che si acontenti di affrescare questa tesi senza darle un seguito passionale che pure vorrebbe esserci. L’esperienza cinefila consistente, in fondo, in una partita a bridge? Può essere, ma bisogna raccontarlo in altro modo. m.

  9. anonimo
    Posted 17 ottobre 2003 at 21:47 | Permalink | Rispondi

    Intervengo per la prima volta in questo blog, per disquisire su questo film cartolina che il non sempreverde bertolucci ci ha voluto regalare. Quando un film non convince fino alla fine si chiude con un ” è da vedere”, bene io credo che l’unica cosa da vedere sia unicamente l’arredamento di quella splendida casa!! in questo concordo pienamente con il primo messaggio.
    Per quanto riguarda le citazioni cinematografiche ovvero le scene migliori del film (peccato non siano sue) , trovo siano veramente gratuite, prima fra tutte, quella con godard. Trovo che il regista non voglia far vedere che i tre inizino la loro conoscenza attraverso la passione per il cinema,se non all’inizio facendoli conoscere alla cineteque, ma si compiaccia solamente di inserire tranche di bei film nel suo film. Veramente inutile a mio modesto parere.
    Comunque.
    Il ’68 è uno sfondo abbastanza sfocato.
    Questo fu contestazioni in piazza, caduta dei modelli istituzionali, quali la famiglia, e la liberazione sessuale. Bene, Bertolucci più che di liberazione sessuale parla di perversione dei due fratelli che coinvolgono con successo il terzo. E non credo questa derivi dalla società repressiva che i sessantottini si vogliono scrollare di dosso!!. E’ una tara mentale dei due fratelli troppo morbosi e stop. Mentre il rigetto per i genitori è appena accenato.
    Per cui io credo che se l’intenzione del regista era quella di fare un film con piccoli assaggi di tutto, allora forse c’è riuscito, ma se ha tentato qualche approfondimento, allora il ’68 poteva lasciarlo perdere. Questo entrò nel privato come nel pubblico, salvo eccezzioni sì, ma nel privato del film, ribadisco il ’68 è solo uno sfondo.
    E la storia dell’americano troppo democratico che è assolutamente contro la violenza? veramente uno stereotipo!!
    ciao
    DA

  10. anonimo
    Posted 20 ottobre 2003 at 12:14 | Permalink | Rispondi

    Grazie di aver partecipato, rischiavamo di torcerci tra noi. Son d’accordo sul “molte idee e confuse” di Bertolucci, non tanto sulla dimensione privata del rapporto incestuoso tra i due fratelli, che mi sembra richiamare a temi più alti e complessi.
    La scena di esterni di lotta manifestanti polizia è parecchio brutta, specie al confronto con la cura degli interni.
    Per una recensione che mi trova d’accordo rimando all’articolo di Escobar sul Domenicale di ieri, domenica 19 ottobre.
    ciao, manu

  11. anonimo
    Posted 10 novembre 2003 at 01:21 | Permalink | Rispondi

    Che dire di fronte a tanta pervasiva ferocia? Sembra che NON amare TheDreamers sia di moda e che chi l’ha amato non capisca un cazzo di cinema o sia un borghese. Secondo me questo film ha fatto emergere un prepotente cinismo.
    Bertolucci secondo me ci ha regalato un ricordo/sogno. E che attualità può avere una cosa del genere? Voi fate sogni veridici, politici, con sceneggiature chiare e dense di significato? Caspita se si, siete fortunati. Io no e credo che sia lo stesso per molti altri comuni mortali.Tra l’altro è buffo fino a che punto la tautologia passi inosservata, questi SONO i sognatori e sognano ma il sogno è ovviamente il ricordo rarefatto di un ’68 come il regista avrebbe voluto che fosse, NON LA REALTA’.
    Fate COSI’ fatica a lasciarvi andare? Non si può essere GIA’ talmente severi, questo film lui l’ha fatto per noi, è il sogno, l’ho detto, di un sessantenne nostalgico. O lo prendi in questi termini o è logico che ti sembra una vaccata.Se volete un sesso non patinato non andate a vedere bertolucci, affittatevi Gola Profonda. E se volete la politica (che trita i cogl…)guardatevi i film del’68 di Godard e Gorin.
    Non voglio pensare quante polemiche scatenerà il mio commento, ma l’ho detto, amare TheDreamers ti fa passare per uno sfigato. Me ne frego. Io l’ho AMATO. Ed amo Betrolucci. Marina

  12. anonimo
    Posted 10 novembre 2003 at 01:47 | Permalink | Rispondi

    Ok, perdonate l’exploit. De gustibus, è vero. Però quello che ho detto lo penso:) Marina

  13. anonimo
    Posted 10 novembre 2003 at 15:51 | Permalink | Rispondi

    Brava, io ho odiato The dreamers, ma mi piacciono opinioni così, con energia e vis polemica quanto basta. Ma a parte l’ammirazione per il tono, non sono per nulla d’accordo con te (lo so che uso una banale captatio benevolentiae).
    Per quanto riguarda il sesso patinato, a me sta bene che uno lo faccia se la pensa così, ma poi non mi tira fuori gente che si sporca la faccia con sangue per dare vita a un erotismo spento. Non è neanche sangue, è voglia di dare carne a un film che non ne ha (e non ne dovrebbe avere, se vuole essere un film sul cinema, un gioco linguistico, ed in questo è rispettabile).
    Nessuno accusa chi ama The Dreamers di essere uno sfigato, ma a me non ha fatto sentire nulla se non un travaso di bile. Potrà anche essere un sogno di un sessantenne, ma si sa che i sogni raccontati agli altri sono noiosi, e sarebbe buona creanza tenerli per sé. Inoltre, come sogno mi sembra molto riconciliato, poco gioioso, poco onirico insomma.
    mi piacerebbe avere una tua risposta
    manu colui che detesta bertolucci

  14. anonimo
    Posted 10 novembre 2003 at 22:19 | Permalink | Rispondi

    Eccoti accontentato.
    Sapevo che avrei scatenato reazioni, un po’ l’ho fatto apposta. Ora passiamo alla controrisposta:
    innanzitutto,ti sembrerò demodè e quel che ti pare, il cinema è fatto ANCHE dei sogni (e degli incubi, vedi Bunuel o Lynch e molti altri) di coloro i quali dispongono di strumenti tecnici, teorici ed economici per “metterli in scena”. Potrai obbiettare che altri, tipo i tra parentesi citati, lo hanno fatto diversamente e meglio; obbietta pure. Su questo la nostra polemicuccia mi appare insanabile ed appartenente all’intoccabile sfera della preferenza individuale. Secondo, credo che, più che qualcosa da dire, il film stesso si autoqualifichi come avente qualcosa da “mostrare” (visto che lo ritieni vuoto, cosa che in parte è, ma credo anche che “leggero” gli si addica di più) — oltre ai vetri di murano; ad esempio trovo che il tema dell’incesto sia trattato elegantemente a livello contenutistico e formale, per dirne una. Terzo: TheDreamers è un film particolare, visto che se ne sapeva già pressocchè tutto molto prima che uscisse e l’approccio al regista molto prima che al film ne ha decretato inevitabilmente a priori il giudizio; questo vale anche per me, che come ho detto, amo Bertolucci e per te, che invece lo detesti. E questo ci riporta un po’ al punto zero del discorso. Quarto ed ultimo punto: l’apprezzamento di un film del genere, e di un regista del genere, dipende dal sostanziale approccio individuale al cinema e mi permetto in proposito di tracciare una distinzione MOLTO ROZZA e che va presa con le pinze, perchè è più esemplificativa che altro. Da un lato ci sono forse un po’ i romantici, magari anche un po’ rompiballe, che quando pensano al cinema pensano alle rotture di maroni tipo Godard, la citazione, il rimasticamento ossessivo di un cinema che si torce su se stesso senza rinnovarsi e si mmorde per così dire la coda. Dall’altro ci sono gli innovatori, quelli che di questa autoreferenzialità si sono stracciati lo stracciabile e chiedono a gran voce un po’ di freschezza formale e non. Mi includo nella prima categoria, magari un po’ pesante e facilmente antipatica. Non mi difendo. Ma capisci perchè amo TheDreamers e perchè amarlo ti va sentire borghese e sfigato :)? MarinaP, scusa se è lungo

  15. anonimo
    Posted 10 novembre 2003 at 22:31 | Permalink | Rispondi

    Comunque la faccenda dei capezzoli che leggono marcuse è favolosa. Si, lo so, ha sempre bisogno di infiorettare sodomie e svergianmenti con chiacchiere della sinistra extraparlamentare. Lo ammetto. Marina

  16. anonimo
    Posted 10 novembre 2003 at 23:55 | Permalink | Rispondi

    Chiedo venia, questo è VERAMENTE l’ultimo. Il mio commento iniziale (ed anche la risposta alla tua risposta) non era specificamente rivolto a te ma voleva essere una risposta alla generale atmosfera creatasi attorno al film. Scusa, le idee stasera mi vengono a rate.
    MP

  17. anonimo
    Posted 11 novembre 2003 at 09:10 | Permalink | Rispondi

    Macché antipatica, non so se sono d’accordo nel modo in cui dividi il mondo della cinefilia, ma posso accettarlo. Alla fine per sanare il dissidio dovremmo davvero risalire ad Adamo ed Eva e ai modi di intendere il cinema. Per esempio io detesto qualsiasi tipo di infiocchettamento esplicito di sesso e violenza, che sono materiali visivi e di contenuto che bisogna trattare con particolare perizia per non cadere nel banale del già detto o nel cliché della trasgressione. Per quanto riguarda i sogni, metterli in scena ne vale la pena solo se riescono a diventare immaginari, onirici, collettivi (niente parentsi junghiane, lo prometto). Se rimangono potentemente idiosincratici e inefficaci non ne vale la pena.
    E per quanto riguarda i sessantotto e il lancio del film, lasciamo le beghe ai salotti impolverati e alle pagine culturali di repubblica (lo so che a volte sembro Giuliano Ferrara, scusate)
    manu

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