Come si fa a fare finta di fare un remake

Parliamo un po’ di Horror, ma soprattutto della preoccupante pratica del remake. Allora, Il film originale è un’altra cosa. Banale, certo, ma forse è meglio chiarire subito come è la questione. E Marcus Nispel non è Tobe Hooper. Tutto quello che suggeriva l’originale, soprattutto di politico, tutto quello che diceva sull’America, sul suo passato e sul suo presente, sulla Frontiera, sulla violenza, qui viene completamente dimenticato. È una cosa triste, ma alla fine lo si sapeva già. Detto questo, mi sento di dire che questa nuova versione è abbastanza divertente e che, in qualche modo, in un altro modo, funziona. Ma in che modo? E quindi la questione diventa, perché, ma soprattutto per chi, si rifà dopo trent’anni Non Aprite Quella Porta?  La questione è tutta qui. Chi ha già visto l’originale probabilmente se ne starà a casa, o al massimo si riaffiterà il film di Hooper dopo aver visto la nuova versione. Chi ha sedici anni andrà al cinema e troverà pane per i suoi denti. Micheal Bay, produttore del progetto, dei gusti cinematografici dei teenager brufolosi made in USA un po’ ne sa. Non Aprite Quella Porta 2.0 mantiene furbamente alcune caratteristiche formali dell’originale, declinandole al tempo stesso al gusto nuovo dell’Horror degli ultimi anni. Con qualcosa in più. E qui la questione si fa inquietante. Tutto diventa “simile”, ma al tempo stesso evidentemente diverso dall’originale. Quel clima di malattia, di insania sconvolgente, che nel film di Hooper si manifestava principalmente nell’ambientazione e nella invisibilità della violenza, nel 2003 si limita ad essere un fastidio studiato a tavolino. La sporcizia, fisica e mentale, non è più un elemento pericolosamente strisciante del film, ma si trasforma in una calcolata scenografia. La nuova famiglia Hewitt, la loro casa, il nuovo Texas e i suoi incredibili abitanti, sono stupendamente brutti. E solo un po’ diverso, ma è un  dato che rimane in superficie. La violenza c’è ed è anche molto sanguinolenta. Troppo sanguinolenta. Una fisicità troppo esibita e studiata per fare realmente effetto. Qualcosa a cui il nuovo spettatore può tranquillamente abituarsi. Sembra quasi che la sedicente coppia Nispel-Bay vogliano con questo film creare dei nuovi canoni per il genere, facendo finta di fare un remake, ma in realtà rendendo appetibile per una generazione di spettatori diversa, un film che evidentemente è ancora troppo sconvolgente. Se non si chiamasse come si chiama questo film, lo si potrebbe catalogare come un buon Horror adolescenziale con qualche guizzo di politicamente scoretto e una buona tenuta (e soprattutto una bella protagonista in canottierina bianca perennemente in corsa). Ma come abbiamo già detto: Il film originale è un’altra cosa.

FEDEmc

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2 Comments

  1. Posted 12 dicembre 2003 at 21:00 | Permalink | Rispondi

    Scena 1 – agosto 1973 – interno di un furgone in viaggio. La telecamera ci mostra due giovani ventenni che limonano selvaggiamente nei sedili dietro: la ragazza si stacca un secondo per dire “e pensare che 24 ore fa nemmeno ci conoscevamo”, poi ricomincia. La telecamera passa ora a un tipo con gli occhiali, con l’aria dello sfigato simpaticone, che fa una battuta sarcastica. Poi sisposta sul guidatore, altro aitante giovinotto colto nell’atto di accendersi una canna. La sua ragazza, a fianco, gliela strappa di mano inorridita e la getta dal finestrino, mentre il tizio simpatico si lascia sfuggire qualcosa a proposito di un’ampia scorta acquistata in Messico.Sono passati 180 secondi dai titoli di testa, e la domanda è: chi sopravviverà alla fine del film?Rivoglio gli anni 70. Ma quelli veri.

  2. anonimo
    Posted 16 dicembre 2003 at 15:05 | Permalink | Rispondi

    però che gnocca lei…

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