LOST IN TRANSLATION – L’amore tradotto

 

 

Enorme Bill Murray. Lo aspettavamo perché lo amiamo dai tempi dei Ghostbusters. È lui che dà l’anima al film, che riesce a farlo vivere e a interpretare allo stesso tempo la crisi, la noia e la capacità di viverla con delicatezza e con un amaro sarcasmo. Oscura anche un poco Scarlett Johannson, che se continua a scegliere parti come questa e Ghost World diventerà una nostra passione. E brava la figlia d’arte (a molte non riesce, ricordiamo la nostra compatriota che porta il nome di un continente) che riesce a non far succedere nulla, ma a seguirlo con partecipazione e anche efficacia. Gli stereotipi sui giapponesi sono aggirati perché sono evitati dal filo principale del film: secondo me è inutile scandalizzarsi se si usano stereotipi per divertire, bisogna indignarsi sono quando sono usati in modo becero e scontato. Allo stesso modo funziona la patina cool della città di Tokio: rimane sullo sfondo come l’uso degli stereotipi, ma non interferisce con il sentimento principali. Alla fine è un film sullo spaesamento delle persone, e sul legame delicato che può unire quando ci si trova in esso. Alla fine si tratta della trattazione che si sviluppa su diverse basi, ma tutte coordinate tra loro, di un languore non soddisfatto, della possibilità di essere qualcosa di diverso e non riuscirci. Può alla fine risultare chiacchiericcio tra ricchi senza una reale incisività, ma forse è il cercare di percorrere strade non nuove con una sensibilità acuta e senza risposte definitive.

Bellissima la battuta “Tutte le ragazze hanno un “periodo fotografia” in cui non fanno altro che fotografarsi i piedi”

 

manu

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