Qui, di solito, si scrive di cinema. Scrivo di altro altrove. Ma è difficile parlare solo di cinema, quando ciò che sembra “andare a vedere un film in piazza Maggiore” è in realtà qualcos’altro.Sapevo da tempo che martedì 27 ci sarebbe stata la proiezione gratuita in piazza di Yellow Submarine. E sapevo anche che ci sarebbe stata molta gente a vederlo. Appena è iniziato il film, proprio sopra lo schermo, un po’ a sinistra, c’è stata una stella cadente. Poco dopo iniziavano le note di “Yellow Submarine”. Ho avuto le lacrime lì lì sul bordo degli occhi per tutto il tempo.

Il film è un prodotto britannico, prima di essere un cartone animato, prima di essere legato ai Beatles. Le animazioni sono varie e valide: ci hanno lavorato in duecento, vorrei vedere. Spesso ricordano alcune cose che, negli stessi anni del film, venivano trasmesse dalla BBC: le animazioni di Terry Gilliam per il Monty Python’s Flying Circus. Britannico, si diceva, soprattutto nell’ironia. Giochi di parole, soprattutto, che si rifanno a tutta la tradizione letteraria inglese, e, per discendenza, a quella cinematografica e radiofonica dell’epoca, che i quattro giovini seguivano. Intendiamoci: i Beatles, a parte le canzoni (e dici niente), non hanno messo becco nel processo creativo del film, anzi, manco lo volevano fare. Poi ne hanno visti dei pezzi e si sono entusiasmati. Alla fine sono stati loro ad approvare il film, un film che, oltre a dare un ritratto molto drogheggiante e ferocemente satirico della società inglese dell’epoca, è fortemente ironico nei confronti dei Beatles stessi. Per cui Ringo è, esattamente come pensiamo tutti, un bravo ragazzo un po’ tonto, che ad un certo punto dice: “Anche se sono un batterista, so pensare”. Paul è un vezzoso baronetto (dei quattro, probabilmente, è stato l’unico veramente orgoglioso del titolo), che si aggiusta i vestiti e i capelli. George è un fattone che continua a dire che tutto è soggettivo: il giorno in cui viene trovato, ovviamente, è “Sitarday”. E infine John, in un gioco di parole, viene ridotto solo al suo ego. Non solo: si cita continuamente “Help” senza che compaia nella colonna sonora. Una delle armi dei cattivi, i Blue Meanies, sono delle mele verdi enormi. E ricordiamoci che la Apple era nata da poco, e già stava sulle palle a tutti, anzi: a quasi tutti. Indovinate chi continuava a farci conto?

Sarebbe possibile qualcosa del genere oggi? No. I tempi sono cambiati, si sa, discorsi vecchi e inutili.

Però quando i cattivi vengono sconfitti sulle note di “All You Need Is Love”, beh, ho creduto che fosse possibile usare la forza dell’amore per sconfiggere il male. Tre minuti e quarantasei secondi intensissimi.

Francesco

3 Comments

  1. Posted 28 luglio 2004 at 19:18 | Permalink | Rispondi

    …lo sapevo che se ti mandavo un sms ti trovavo a pochi metri di distanza…

  2. Posted 29 luglio 2004 at 10:20 | Permalink | Rispondi

    non sono riuscito ad andarci (ma ieri sera ho nuovamente delirato dopo Nashville – spero in un vostro post al riguardo). Lo vidi appena uscito e be’, all’epoca non deliravo ancora ma sentii che l’avrei fatto nel futuro. Se si sopporta che nella traduzione vadano persi o rovinati vari giochi di parole e se si è disposti (piuttosto facile) a sorvolare su presunti “messaggi” rimane la godibilissima visione di un film con una tavolozza di stili grafici e di anmazione incredibilmente varia, invenzioni indimenticabili (nowhere man, per dirne una) e varie scanzonate incursioni nella pittura del ‘900 (Dalì in primis) – per l’occhio: leggerezza, vivacità e divertimento puro

  3. Posted 30 luglio 2004 at 14:52 | Permalink | Rispondi

    valido: ce ne stavamo ognuno nel proprio angoletto sorridenti, con gli occhi lucidi e un arcobaleno a tracolla.
    Love, e.

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