Visto che l’ultimo giorno di Festival non sono riuscito a scrivere, mi ritrovo a Bologna, ormai a giochi fatti, a commentare le ultime visioni. Chiedo scusa a chi interessava e recupero.

VENEZIA 61, Cafe Lumiere, Hou Hsiao-Hsien. Realizzato nel centenario della nascita di Ozu, l’ultimo film di Hou Hsiao-Hsien ne vuole essere un sentito omaggio. Lei, una giovane scrittrice e professoressa incinta di un suo studente, torna in Giappone dopo essere stata a Taiwan, per cercare notizie su un musicista. Lui (Tadanobu Asano) è un antiquario di libri con la passione per i treni, segretamente innamorato della ragazza, che la aiuta nelle sue ricerche. Il regista, cinese di nascita e Taiwanese d’adozione, si sposta in Giappone per realizzare una bellissima storia d’amore e di rapporti familiari girata con lo stile. la sensibilità e molti dei luoghi calssici del grande maestro del cinema giapponese. Anche in questo caso siamo di fronte ad un film difficile, non piaciuto a molti degli spettatori presenti in sala, ma che per me riesce ad essere rispettoso nei confronti del modello che sceglie e che, soprattutto, rasserena ed emoziona. Le lunghe cene e chiacchierate con i genitori, con il silenzio del padre e l’invadenza della madre, i dialoghi ai caffe in compagnia dell’amico/innamorato che per timidezza non riesce a esprimerle il proprio amore, ma che la rassicura in previsione della sua prossima maternità, sono altissimi momenti di delicato confronto con i sentimenti. Tadanobu Asanu è incredibile, in una interpretazione tutta a sottrarre. Nelle sequenze in cui lo si vede sui treni, fermo immobile con cuffie in testa e microfono in mano è esaltante.

VENEZIA 61A Cavallo della Tigre, Im Kwon-Taek. Film ambizioso sulla storia di Tae Woong, giovane ganster dal grande onore, che inevitabilmente vede la sua vita modificata sia dalle sue azioni, ma anche dalla storia della Corea, raccontato dai ’50 fino agli anni ’70. Un film sfortunatamente piatto e dallo stile televisivo che non riesce quasi mai a far incontrare i due elementi principali del film, rischiando di apparire confuso e noioso. Un buon inizio e qualche sequenza esaltante, ma il risultato complessivo è da dimenticare. Troppa carne al fuoco e un utilizzo dell’ellissi temporale decisamente pericoloso. L’anziano regista, colonna portante del cinema Coreano (ha diretto 99 film), da noi è stato visto al cinema con l’altrattanto deludente Ebbro di Donne e di Pittura.

The HandFUORI CONCORSO, Eros, Wong Kar Wai, Steven Sodebergh, Michelangelo Antonioni. Atteso e temuto film a sei mani dedacato all’erotismo e al nostro Antonioni. Introdotto da dei bei disegni della gloria nazionale Mattotti e da una becera canzone di Caetano Veloso intitolata per l’appunto "Michelangelo Antonioni", si parte subito con l’episodio nettamente più riuscito, The Hand di Wong Kar Wai. Pechino, 1960. Un giovane sarto si innamora di una prostituta d’alto bordo abituata ad avere gli uomini ai suoi piedi. Per lei, con grazia e amore infinito, l’uomo realizzerà dei bellissimi vestiti e sarà anche l’unico a starel vicino nel momento del suo inevitabile declino. Recuperando dichiaratamente le atmosfere e lo stile di In The Mood For Love, Wong Kar Wai risce a realizzare 40 minuti di puro cinema erotico, sensuale e rareffato. L’amore mai consumato dei due passa attraverso le stoffe dei vestiti e, soprattutto, nell’amore e nella devozione che il sarto dedica al corpo di una straordinaria Gong Li, sua unica, eterna e prima fiamma. Bellissimo e affascinante. Tra le cose più belle viste al Festival nella sua interezza.
Equilibrium, Steven Sodebergh. Robert Downey jr, pubblicitario sotto stress nell’America dei ’50, dal giorno in cui un suo collega si è messo il parrucchino (!) sogna insistentemente una donna con cui sta per avere un rapporto. Per eviatere una crisi coniugale e un crollo mentale, si rivolge a uno psicologo (Alan Arkin) che non se lo filerà neanche per sbaglio, intento a spiare qualcuno alla finestra. Sodebergh, soprannominato da un’amica all’uscita del film Sobriobergh, regista da internare per i danni che sta facendo, realizza un corto inspiegabilmente inserito in un film sull’erotismo, alternando un pacchianissimo bianco e nero in stile noir anni’50, ad un blu acceso nelle sequene oniriche. Nato da una mancanza di idee assoluta, il film sembra recuperare nella figura di Arkin che spia qualcuno di invisibile alla finestra i peggio luoghi comuni della commediola erotica più sacdente italiana. Una curiosità: nel momento in cui Downey jr. sta per adormentarsi e sognare la fatidica dona in blu, per un disguido tecnico ci simao visti 10 minuti circa del film Stryker, un film canadese su delle band giovanili che si picchiano a randellate in uno strip bar. L’effetto, che ha giocato su un tempismo casualmente eccezionale, è stato disarmante. Il produttore del film ha calmato gli animi del pubblico che, guidato da Kezich, stava per scardinare a mazzate il Palagalileo.
Il Filo Pericoloso delle Cose, Michelangelo Antonioni. Una copia in crisi ai giorni nostri in Toscana e una belle e disinibita giovane incontrata per caso. Questi gli elementi del corto di Antonioni, dispiace dirlo, ma deludente ed imbarazzante, sceneggiato insieme a Tonino Guerra. Un misero ricordo di un’idea di cinema che fu, in cui i luoghi della Toscana, svuotati di ogni significato, fanno da sfondo a tradimenti amorosi fatti di frasi imbarazzanti e da brute sequenze di cinema. Luisa Ranieri appare nuda ma sembra e in scene di auterotrismo ma sembra decisamente recalcitrante: La sequenza finale con il balletto parallelo delle due protagoniste è decisamente cattivo cinema. Fischaito da molti, appaludito da qualche sapruto sostenitore.

FUORI CONCORSO, Stean Boy, Katsuhiro Otomo. Secondo film giapponese d’animazione presente al lido, del relizzatore di Akira e sceneggaitore del bellissimo Metropolis di Rin Taro. Storia di Ray Steam, ultimo discendente di una famiglia di scienziati più o meno pazzi, esperti dell’utilizzo del vapore nell’Inghilterra della Great Exibithion. Capolavoro assoluto del moderno cinema d’animazione, che mescola 2d a 3d con un ritmo inarrivabile e un gusto per le sequenze d’azione da mozzare il fiato (molti gli applausi a scena aperta). Quello che più interessa è il confronto con Miyazaki e il suo film in concorso, Il Castello errante…, film che hanno qualche spunto in comune ma che poi divergono in modo impressionante. Superiore all’ultima fatica di Miyazaki, Steam Boy prosegue il discorso sull’utilizzo e sull’esposizione della tecnologia, già suggerito in Metropolis. Se la si faceva riferimento a un immaginario visivo quasi anni ’50, con più di un debito vero i fumetti di fantascienza francesi, qui la tecnologia dell’europa del XIX secolo diventa un pretesto per anticiapare molti dei temi portanti di una certa sci-fi giapponese. Verso il nuovo e il moderno, si ha una sorta di timore e di paura e, al tempo stesso di e
strema fascinazione (che sfocia nella tematica principe del cyber punk del miscuglio uomo/macchina). Saturo di una tecnologia pesante ed enorme (inquietante e non giocattolabile come quella di Miyazaki), il nuovo mondo scopre la paura dell’utilizzo della scienza, e si inginocchia di fronte all’orrore della guerra. Mastodontico (10 anni di lavorazione) e estremamante visionario, il film è stato piuttosto snobbato dal pubblico, lo stesso che ha però riempito le sale per Il Castello Errante di Howl

FUORI CONCORSO, Come Inguaiammo il Cinema italiano: La Vera Storia di Franco e Ciccio, Ciprì & Maresco. Triste e amaro documentario sulla coppia di comici siciliani, dai loro esordi fino alla lora tragica scomparsa. Realizzato mescolando i luoghi classici del cinema di Ciprì & Maresco (pezzi in stile cinico tivù, spezzoni d’epoca dei film di Ciccio & Franco, interviste a critici e registi), il film è un interessante documentario su un importante pezzo della storia commerciale (per un periodo comparivano in una decina di titoli all’anno) del cinema italiano effettivamente ignorato dai più. Dal rapporto con il loro scopritore Domenici Modugno, alle collaborazioni con i registi Lucio Fulci, Simonelli, Girolami, passando per le loro vicende personali. Gustose scoperte, come la loro apparizione a fianco di Buster Keaton in Due Marines e un Generale e l’amarezza di un finale di carriera terribilmente scadente in un bel documentario. Da vedere.  

Dhinya TsukamotoCINEMA DIGITALE, Marebito, Takashi Shimizu. Prodotto digitale per la televisione giapponese del regista del famoso Ju-On. Shinia Tsukamoto, protagonista del film, è un operatore tv che per caso registra il suicidio di un uomo. Riguardando le immagini, scopre lo sguardo dell’uomo, assolutamente pietrificato da un orrore invisibile. Da qui partirà un suo viaggio nei sotterranei di Tokio alla ricerca di quella stessa paura. Diametralmente opposto al tipo di orrore proposto in Ju-On, il film è un lento e visionario viaggio nella pazzia di un uomo ossessionato dalle immagini. Crudo e spiazzante, risulta forse un pò troppo lungo, ma lo spunto narrativo e il suo evolversi sono tutt’altro che banali. Il regista si trasferirà in America per girare una versione USA del suo film più famoso. Mah…

E con questo abbiamo finito. Ieri sera c’è stata la premiazione e ormai sappiamo tutti come è andata. Imbarazzati per uno spettacolo televisivo degno della parrocchia di Desenzago (errori, gaffes su gaffes, premi dimenticati e chi più ne ha…), constatiamo oggi l’importanza che il secondo festival di cinema Europeo ha nella società italiana. Nessuno parla dei film premiati, che in pochi hanno visto, e se lo fanno si dimenticano di citare il capolavoro di Kim Ki Duk premiato con il Leone D’Argento per la regia. Tutti però parlano del mancato premio ad Amelio e di quant è ancora bella Sophia Loren. Popolata da gente priva di amore per il cinema (perchè inquadrare continuamente Urbani, Cattaneo, Veneziani e Alberoni, quando in sala ci sono i realizzatori dei film che si sta andando a premiare?), ieri sera la Fenice ha ospitato una cerimonia di premiazione assolutamente imbarazzante, che è riuscita a sotterrare un bel Festival in un provincialismo assurdo, proprio di un paese che finge di considerare il cinema cultura. La Gerini che ha fine serata urla "W il cinema!", è una visione che riempie di amarezza. Felici per i premi a Bin Jip, Vera DrakeMiyazaki, molto meno per quelli a Mar Adentro e per il contentino dato a Lavorare Con Lentezza. Grazie a tutti quelli che hanno seguito. All’anno prossimo.

FEDEmc

4 Comments

  1. anonimo
    Posted 13 settembre 2004 at 16:53 | Permalink | Rispondi

    EBBRO DI DONNE E DI PITTURA secondo me era un gran film.
    di sicuro non era televisivo.
    questo mi sa che invece non è piaciuto proprio a nessuno.
    i clienti della videoteca mi chiedono perchè non parli di VITAL (giuro!!!)
    lonchaney

  2. Posted 13 settembre 2004 at 18:22 | Permalink | Rispondi

    Sollevato al pensiero che l’episodio di Antonioni (ma possiamo definirlo tale? Quando lo lasceranno in pace quel povero vecchio?) ha imbarazzato anche te. Soderbergh però mi ha divertito.

  3. Posted 13 settembre 2004 at 21:36 | Permalink | Rispondi

    Vital. Ci proverò. C’ho anche autografo più disegnino di Shinya e autografo i quel figone di Asano…
    Ebbro non l’ho visto. Sodebergh è un criminale.
    FEDEmc

  4. Posted 16 settembre 2004 at 22:11 | Permalink | Rispondi

    anch’io c’ero! il mio leone d’oro l’ho affido a Binjip per il resto appoggio le riflessioni amare, soprattutto sulla serata di chiusura. però l’accozzaglia degli italian kings ha riempito di alcoliche risate le serate al Lido…e in più quel pazzo di Tarantino…il tutto faceva un po’ sagra della porchetta…comunque..

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