Riflessione poco meditata su Venezia, da chi a Venezia non c’è stato
vol.2, ovvero: e se avesse ragione Marco Giusti?

A che serve prendere in blocco una serie di film accumunati da una definizione di trash data da coloro ai quali questo cinema era degno di bruciare all’inferno?, dice giustamente Manu. La risposta dal punto di vista critico ed estetico la dà lui stesso: nulla. La rassegna messa in piedi da Giusti non ha certo il dono della compattezza o dell’omogeneità. Mettere insieme Di Leo con Nando Cicero è una vaccata, siamo d’accordo.
Però, siamo sicuri che si potesse fare diversamente? Voglio dire, quali sono le costanti (estetiche, autoriali, narrative…) sulle quali lavorava il cinema di genere italiano? Caro Manu, caro Lon: non è da ieri che ci affanniamo dietro ai film di genere italiani e ne sappiamo abbastanza per dire che non solo non c’è continuità fra Di Leo e Cicero, ma non ce n’è nemmeno tra un film e l’altro di Di Leo. La confortevole pista autoriale, seguita per esempio da Nocturno ha mostrato ben presto la corda: quali sono i segnali di stile di Umberto Lenzi? Lo zoom? Le panoramiche veloci? La presenza di Luciano Pigozzi? E se questi segnali li troviamo per Umberto Lenzi, perché non rintracciarli anche in Sergio Garrone? E, alla fine: non si capisce davvero a cosa ci serva definire Di Leo, Lenzi, Margheriti o Freda come autori.
D’altra parte il cinema popolare italiano (western in primis) non è mai riuscito, se non tangenzialmente, a rifarsi alla cultura popolare italiana, ai miti veramente radicati nella nostra tradizione. Li ha assunti dall’estero, a volte genialmente pervertiti, il più delle volte frustati fino alla morte: non offre le basi per uno studio culturale di ampio respiro.
Si può lavorare su quello che resta: un panorama produttivo caotico, con un livello atroce di improvvisazione industriale. La seconda cinematografia dell’occidente, con un mercato interno solidissimo fino al 1975, ma senza prospettive e piani di lunga scadenza. Questa mi sembra l’unica linea di invariabilità del cinema popolare italiano. E mi sembra anche che queste pratiche produttive (dissennate, a volte fulminanti, più spesso stanche e ripetitive) fossero rese abbastanza bene nella rassegna organizzata da Giusti. Il quale avrà tanti difetti, ma almemo non so ostina a cercare l’arte in film che non ce l’hanno e non intende rivalutare nulla, ma solo riportare alla luce in un contesto adeguato un cinema che, più che dimenticato (ma avete presente quanto ha venduto il dvd di Attila, flagello di Dio?), è confinato nella nicchia del tanto peggio tanto meglio.
Lo so che sembra lo sfogo di un innamorato deluso, ma un po’ quello è.
p.

8 Comments

  1. anonimo
    Posted 14 settembre 2004 at 12:44 | Permalink | Rispondi

    Ma nella parabola del “genere” questi film hanno un senso. L’accumulazione sociologica, solo fondata sul contesto produttivo e ricettivo (percorso delle forme della cinefilia?), non è poco? Ci sono temi, forme, archetipi, luoghi che possono essere pensati, anche per la rielaborazione successiva. Non cercarne l’arte, né gli autori (che sono l’unico modo diffuso e accettato di categorizzazione delle opere filmiche, piaccia o no, anche se non è giusto) ma qualche elemento di valore culturale sì. Altrimenti, sorpassiamo il tutto a destra, e abbandoniamo del tutto questo cinema, che non ha davvero valore se non storico (economico e sociale) m.

  2. Posted 14 settembre 2004 at 13:07 | Permalink | Rispondi

    lavorare intellettualmente su questioni di lana caprina è uno stillicidio che porta pian piano alla morte delle cellule cerebrali.

    invito sempre tutti a valutare quelle che sono questioni materiali, pragmatiche del contesto. Organizzare una rassegna, anche di tressette al cinema, in quel di Venezia, significa vagonate d’oro e onori da groupies a non finire. Müller ha portato con se un manipolo di vecchie e nuove glorie del ramo organizzativo/selettivo. Fofi, cordata Barbera & Co., ha il dente avvelenato perchè dopo la rassegna IL NUOVO CINEMA SARDO qui in cineteca non l’ha più cagato nessuno.
    se volete vi faccio altri esempi di ex selezionatori che si bullano disquisendo di teorie e criteri interpretativi (Crespi, Anselmi, ecc..) e celando il loro livore verso i nuovi barbari organizzatori del Lido.
    una volta raccontata per bene questa storiella su chi ci perde e ci guadagna (come conto in banca, poi come autorevolezza e fama) cominciamo con una discussione sugli autori, sui generi…
    saluti prosaici
    DT

  3. anonimo
    Posted 14 settembre 2004 at 14:26 | Permalink | Rispondi

    D’accordo caro DT. Pragmaticamente il tuo discorso non fa una grinza. Alla fine, a noi pipparoli ce piace dissertare sul “valore culturale” dell’operazione. Quindi partiamo dopo i livori vari, ricordando sempre e comunque da dove derivano. m.

  4. Posted 14 settembre 2004 at 22:28 | Permalink | Rispondi

    DT è ovviamente quello illuminato tra di noi, ma quello che contava per noi, amanti delle opere in questione, era poter vedere in un festival come Venezia una rassegna cinematografica coerente, chiarificatrice e in grado quantomeno di fare un discorso evolutivo sui funzionamenti del cinema di genere in Italia. Quello che si poteva invece vedere sfogliando il catalogo era solo un’accozzaglia di titoli. Vero che con questo tipo di materiale si rischia di procedere per categorizzazioni azzardate, ma almeno una linea organizzativa una la si poteva tentare di tenere. Esempi di pop e psichedelia di fianco a un solo titolo cannibal e a vergognosi inediti di Freda, se mostrati come perle ritrovate in cantina da un mio oscuro parente, come film curiosi, per me rischiano di non dire niente su un meccanismo produttivo come quello che si voleva omaggiare. Al massimo si fa ulteriore casino. Per me come tipo di rassegna, italian King’s of the B, ha vanificato lo sforzo che si era fatto per portare avanti il discorso sui generi in Italia (con esiti più o meno felici), facendo ripiombare il tutto in un enorme calderone di opere divertenti ed isolate. Spero di sbagliarmi ma la sensazione, vedendo anche come è stata seguito la rassegna dalla stampa, è quella.
    Fmc

  5. Posted 15 settembre 2004 at 01:35 | Permalink | Rispondi

    ho posto una premessa, ora da voi condivisa, poi si discute.

    la rassegna king’s of the b era veramente un’accozzaglia, ma non comprendo il fastidio. credo esistesse in chi l’ha organizzata una sacrosanta necessità di digressione rispetto al resto del festival. una sorta di divertissment, di pausa fracassona e ludica (nonchè di riscoperta di titoli dimenticati). criteri e parametri da seguire con estrema attenzione lasciamoli ad un saggio, parlo di testo scritto ovviamente.
    l’illuminato DT

  6. Posted 15 settembre 2004 at 10:01 | Permalink | Rispondi

    caro sindaco (DT),
    se hai necessità di divertissment o di chill-out organizzi una bella area massaggi con degustazioni di culatello, come fa la regione Emilia-Romagna. se organizzi una rassegna, ci dovrebbe essere un criterio… la premessa sulle leve del potere (e del finanziamento) che anche la più appartata delle rassegne ti mette in mano non è mai stata in dubbio da nessuno. ma, perdona la presunzione, il discorso critico dovrebbe venire dopo le opportune tare politiche. che Fofi sia inviperito per il Cinema Sardo (…) o che Farinelli ce l’abbia con Giusti perché ha portato i dvd di suo cugino anziché noleggiare le pellicole alla Cineteca di Bologna, fa bene saperlo ma non aggiunge molto al dibattito. e preciso che nemmeno io, in linea di principio, non condivido il fastidio per la rassegna del buon Giusti.
    p.

  7. Posted 15 settembre 2004 at 11:19 | Permalink | Rispondi

    comunque tra polipi e ricotta una certa differenza c’è.

  8. Posted 15 settembre 2004 at 13:35 | Permalink | Rispondi

    improvvisamente siamo diventati paladini del ‘criterio’ e la cosa mi fa piacere. Mi impressiona semmai che si prenda sul serio e si riesca a disquisire spesso dell’impossibile. Mai che nessuno sia rimasto perplesso sul NUOVO CINEMA SARDO DI FOFI, nessuno che ha spernacchiato steve della casa che a venezia 60 ha promosso L’INDUSTRIA DEI PROTOTIPI, bofonchiando il CRITERIO!!! di selezione: qualcosa tipo, il cinema italiano esportabile nel mondo e mettendo assieme Francesco giullare di dio a Diabolik?
    sono il primo a dire che Italian king era un accozzaglia di titoli e lo ripeto, ma gli intenti erano quelli di recuperare il sommerso, e soprattutto farlo con leggerezza proprio in contrapposizione con la presunta autorialità del cinema di serie A. Quindi o contestiamo ogni rassegna (e d’ora in avanti vi voglio agguerriti e pronti a qualsiasi ora del giorno) oppure accettiamo i presupposti della linea Giusti-Rea. Che poi è ben poco ‘linea’, ma consapevole e voluta accozzaglia.

    Aggiungo che quest’anno il culatello emiliaromagna e il chillout non c’erano. dovevo pur andare a sfogare le mie “turpi voglie” in una sala dove da mezzanotte in poi la gente ululava, applaudiva, commentava e pomiciava come ai tempi delle sale di parrocchia anni ’50-’60
    l’illuminato DT

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