Le chiavi di casa (Gianni Amelio, 2004)

Gianni Amelio è un gran regista, e lo dimostra il fatto che riesce a dirigere la migliore emulazione della famosa scena della lettera di Totò Peppino e la malafemmina ("Questa moneta servono…") in un film avente come tema "paternità e handicap", con un attore disabile e un altro bellissimo. Quando Paolo e Gianni scrivono la lettera alla "fidanzata" norvegese di Paolo si ride con lui, come diceva Fede MC, ma soprattutto si fa fatica a immaginare la scena con due attori e due corpi diversi. Poi Amelio sa come definire lo spaesamento dei due personaggi, negli esterni scontornati e decentrati, negli interni che sanno di fiction ospedaliera con Barbara D’Urso. E giustamente: perché è quello (lo schermo tv) il luogo di svolgimento dei temi che Amelio affronta: la famiglia, la malattia, il dolore.
Però il film non mi ha convinto del tutto. Forse per la comprensibile prudenza del regista, delicato fino a limitarsi in scene sanamente morbose come quella del bagno insieme. Forse perché il contributo alla sceneggiatura di Rulli e Petraglia a volte dà un mestiere eccessivo ad una vicenda che avrebbe avuto bisogno di più sangue. Vedi i passaggi telefonatissimi dell’incomunicabilità a 3 col tassista, dell’addio di Charlotte Rampling sul metrò . E un po’ tutto il personaggio della Rampling, coi suoi provvidenziali studi in Italia che le permettono di parlare con Gianni, ha un che di brutto film italiano.
Nota per la musica di Franco Piersanti: non si capisce se è brutta o se lo sembra perché onnipresente, soprattutto all’inizio del film.
p.

10 Comments

  1. anonimo
    Posted 15 settembre 2004 at 15:35 | Permalink | Rispondi

    Ieri quasi venivo alle mani per questo film. A parte le mie psicosi, ma il film funziona perchè è un film su Kim Rossi Stuart (padre) e non su Andrea (figlio). la commozione scatta in ritardo, quando paolo è fuori scena, quando la presenza di un corpo ingombrante come quello del figlio prova ad essere digerita e non lo è mai. mentre quando è in scena non può che scattare complicità e affetto nello spettatore.
    d’accordo sulle telefonate e sul personaggio della Rampling, ma sono “telefonature necessarie”. E’ solo la struttura formale, narrativa e visiva, a permetter di slittare senza scivolare nel genere “film sull’handicap” che ci ha donato le peggiori porcherie cinematografiche sotto ogni punto di vista.
    I difetti sono necessari a rendere digeribile il tema, a rendere filmicamente morale, non assoluto e predicatorio, ma pieno di dubbi e energia.
    Sul rischio “rutto film italiano” che perseguita da 25 anni a questa parte, vero, ma scarta ed evita.
    Sospiero di sollievo.
    manu

  2. anonimo
    Posted 15 settembre 2004 at 15:36 | Permalink | Rispondi

    il lapsus “rutto film italiano” dimostra che anche l mani e i calcolatori informatici hanno una loro intelligenza.
    manu

  3. Posted 16 settembre 2004 at 02:04 | Permalink | Rispondi

    film stitico, che sa di ricatto. Papa Amelio I è salito sul trono pontificio e anche quando per 1orae40 si dimena attorno all’eccessiva simpatia di rossi e all’eccessiva monoliticità (un tronco d’abete oserei definirlo) del kim rossi stuardo, nessuno osa dire che è un film sbagliato. Non dico brutto, ma sbagliato, inutile, inconcludente, basato su dei non detti che diventano voragini senza senso e anima. E poi la parte della rampling poteva interpretarla la melato o la laurito, pari erano. Questo ancor di più a sottolineare l’assoluta inconsistenza delle facce, dei ruoli, della storia. Il ricatto del papa buono è servito. Con parrucchino.
    baci
    DT l’illuminato

  4. Posted 16 settembre 2004 at 10:17 | Permalink | Rispondi

    visto ieri. sfiora ogni volta il livello di pericolo, rischia, osa, ma si mantiene incredibilmente misurato, sobrio, contenuto.sono d’accordo sulla musica, nel senso che neanche io capisco se si tratta di un problema di onnipresenza o di bassa qualità.

  5. Posted 16 settembre 2004 at 21:38 | Permalink | Rispondi

    è vero.
    la musica è terrificante.

  6. Posted 17 settembre 2004 at 00:00 | Permalink | Rispondi

    concordo, concordo concordo con te.

  7. Posted 17 settembre 2004 at 00:02 | Permalink | Rispondi

    ma tutto sommato il prodotto finito è ottimo direi, nn si vivi di solo MUCCINO ( meno male )

  8. Posted 17 settembre 2004 at 10:53 | Permalink | Rispondi

    certo che con tutto quello che il film di amelio NON DA’ pensare alla musica…
    DT

  9. anonimo
    Posted 22 settembre 2004 at 17:50 | Permalink | Rispondi

    io, se posso permettermi, (e a me il film è piaciuto poco) vorrei dire che a paolo mi capita di ripensare, anche a distanza di tanti giorni, e credo sia per quelle scene in cui non è mostrato come “unsimpaticoragazzonon tantonormalemainfondopienodivirtù”. mi sembra che amelio sia stato molto onesto nel rappresentare i momenti in cui paolo esagera e allora irrita, esaspera, infastidisce… non penso alla crisi nei corridoi dell’albergo – troppo vista e superflua – quanto, piuttosto, a quelle inquadrature in cui paolo continua a dire “no”, senza un motivo, in cui mi sembra davvero si possa percepire la difficoltà di accettare un figlio come lui.

  10. anonimo
    Posted 23 settembre 2004 at 12:15 | Permalink | Rispondi

    Personalmente ho trovato i due protagonisti ben affiatati, emozionati, Kim è dolcissimo….fin troppo….è sempre Kim “so’bello” Stuart, non è per niente credibile nella parte del padre di un bambino che non ha mai visto ma che da subito riesce a guardare con occhi innamorati….non sta in piedi. l’abbandono, la fase di recupero dell’intimità padre-figlio è un aspetto poco approfondito e condivido poco la scelta di dare all’insieme un che di “lieto fine” fin dalle prime scene.

    Baba

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