collateral di michael mann

 

Per ricordare un dibattito qualche post più sotto: si può differenziare il cinema delle superfici da quello della superficie. Mann vs. Hero?. E’ più che altro una suggestione. Rimane il fatto che Mann sembra tornare, giusto in tempo per il revival, all’estetica delle superfici dei suoi anni ottanta, da cui non ha mai deviato completamente.

Le riprese della città, l’uso del digitale, la maestria che trasuda dalle inquadrature e dall’uso della colonna sonora: tutto vero. Ma quello che importante è che la forma e il contenuto non sono mutuamente esclusivi, e nemmeno si correlano uno a uno (riprendo un fortunato esempio: un film su Picasso non deve essere necessariamente messo su uno schermo suddiviso in piccoli frammenti, ciascuno con una prospettiva diversa – per i pedanti: siamo nell’ambito del semiotico e non del simbolico).

Il confronto-scontro tra i due è comunque il centro del film, nonostante si rifranga negli specchi, nella notte, e nelle inquadrature, e in questo acquista in bellezza, eleganza ed efficacia. Confronto da cui la legge è esclusa: i poliziotti muoiono e interagiscono solo per morire. Come è già stato fatto notare da più parti, sembra essere lo scontro tra idealismo e pragmatismo. In realtà è qualcosa di sottilemte diverso: Vincen (Cruise) predica Darwin e I Ching, evoluzione e dinamicità, ma solo applicati all’interno del suo scopo, che rimane lo stesso, immobile. Varia il piano ma solo per uccidere: alla fine continua, come un automa, a cercare di uccidere il procuratore, e a scontrarsi con Max, imprigionato nel suo cinismo. Capace di irridere Max nelle sue convinzioni “piccolo borghesi”, il progetto di impresa, il fatto che il lavoro di Vincent sia in qualche modo giustificato dall’uccidere i cattivi, o che abbia avuto un’infanzia tremenda. Nella distruzione delle convinzioni di max è bravo, ma non riesce ad uscire da questo ruolo. Ma questa irrisione è quasi “approvata” dalla messa in scena della città fino a che (si può prendere come punto di rottura l’apparizione del coyote) il tassista esplode. Non penso che si tratti di apprendimento, ma solo di reazione istintiva di Max rispetto alla spietata e nichilistica distruzione di tutto quello che lo circonda compreso, convenzionale ma efficace, il colpo di fulmine. Insomma, si tratta di una distruzione talmente abile e autocompiaciuta, che si dissolve nel suo farsi ossessivo. In italiano, talmente efficace da continuare nel suo scopo senza rendersi conto che si sta spingendo al suo stesso annichilimento.

Una parola sugli attori: Tom Cruise è bravissimo, incapace di recitare nel senso classico del termine, ma è una faccia, un volto che riesce a rendere viva la scena nella sua relativa inespressività. Che sia una maschera yuppie, anni ottanta, senza contrasti, può non piacere, ma il suo lavoro lo fa benissimo. A Jamie Foxx tutti fanno i complimenti, e quindi mi accodo.

Rimando anche alla recensione di fede dalla mostra del cinema.

 

 

 

manu

19 Comments

  1. anonimo
    Posted 19 ottobre 2004 at 19:24 | Permalink | Rispondi

    vabbe’ manu, mi hai fregato sul tempo, ché stavo giusto a scrivere il post…
    meglio così, coi commenti è più facile. a me non sembra che il centro del film sia lo scontro tra i due, cioè non mi sembra che il film si basi su una opposizione orizzontale. per dirla in altro modo: Vincent non è il nemico di Max. Vincent è semmai qualcuno che impone a Max un piano d’azione diverso da quello prospettato (mancia -> acquisto limousine -> storia d’amore con l’avvocatessa), facendoglielo piombare dall’alto (il morto dalla finestra), così come tutto il rapporto tra i due si basa sulla verticalità: la borsa buttata per strada, gli ascensori, la telefonata a Annie. e anche gli specchi non sono una superficie riflettente (ingannatrice e fallace quanto vuoi), ma solo uno schermo che impedisce di vedere e agire, come le persone che ballano dentro il locale asiatico.
    insomma, non mi pare che i due si fronteggino e siano uno la faccia nascosta dell’altro (non è quello che hai scritto, lo so). Vincent è una specie di diavolo che si trova dove non si potrebbe trovare, scopre le debolezze delle persone perché le conosce e in qualche modo ne ha parte (il gestore del locale…). e la cosa interessante mi pare che Max si definisca come eroe d’azione non per analogia né per opposizione, ma per contiguità rispetto ad un esempio (Vincent) autorevole perché vicino. a un certo punto Max “sostituisce” Vincent, ma la cosa non è reciproca, Max diventa Vincent e Vincent resta il cliente: l’imitazione non è assunzione di strumenti e di personalità, ma una via per svolgere il proprio compito.
    è un po’ la stessa cosa che vedevamo in Alì, in cui il pugile più forte del mondo non riusciva mai a essere nel momento giusto al posto giusto, ma doveva accontantarsi di arrivare presto o tardi, di passare accanto alle persone che fanno la storia senza farla a sua volta. comunque, che film straordinario.
    p.

  2. Posted 20 ottobre 2004 at 12:43 | Permalink | Rispondi

    da oggi si attendono conferme numeriche sul blog del cineraduno

  3. Posted 20 ottobre 2004 at 16:09 | Permalink | Rispondi

    oh. bene.

  4. Posted 20 ottobre 2004 at 16:54 | Permalink | Rispondi

    si, alì è un film straordinario non collateral.

    e per non far diventare stucchevoli i vostri scambi di amore, vi provoco.
    probabile che su alì ci siano interpretazioni assolutamente dissonanti. 1-“il pugile più forte del mondo non riusciva mai a essere nel momento giusto al posto giusto, ma doveva accontantarsi di arrivare presto o tardi, di passare accanto alle persone che fanno la storia senza farla a sua volta”. Escludendo la parola pugile, è la descrizione di forrest gump più che di alì. Il ritratto di cassius clay, più che da goffo e ritardatario borderline sociale, è l’ostinata, infinita, affascinanate ricerca di sovrapposizione tra pulsioni e autodifesa, tra esternazione dell’io e regole sociali che non lo permettono. Altro che casualità dell’incontro con la storia.
    Partendo da questo presupposto mann lo si fraintende in modo micidiale: è la non appartenenza che conta nei personaggi di mann, l’eremitaggio in mezzo alla città, o nell’industria di tabacco come nella redazione tv. Tutti i personaggi cito pacino-deniro(heat),crowe-pacino(insider),smith(ali), sono varianti dello stesso nucleo tematico
    E poi la superficie luccicante e ipnotica (il postmoderno che è ritorno al classico) ti porta all’interno del magmatico caos dei personaggi: mann stesso dichiara di aver usato (dico in generale, cioè in diversi casi)il ralenti non tanto per far capire meglio la scena ma per renderla ancor più inafferrabbile e quindi, visti i propositi manniani, autentica. Dove sono questi elementi in collateral? io personalmente non ce li trovo, e se mann l’ho letto così mica potete pretendere che mi perda nel vortice verticalità/orizzontalità/contiguità che ci porta non nel film di mann, ma nel film di mann visto da p.

    sono figure deboli quelle di collateral, proprio come concezione filosofica ed esistenziale, povere, zoppicanti, troppo di SUPERFICE
    tra l’altro è la prima volta, con collateral, che mann utilizza oggetti/animali, a livello simbolico e semplificatorio, che intervengono dal fuori campo, sintomo di una necessità di rottura/cucitura che non si riesce più creare soltanto seguendo la faticosa pista narrativa principale tra i protagonisti in campo. scrivo faticosa perchè a circa metà film c’è una sorta di loop che rallenta e evidenzia l’affanno per proseguire (i due sono guarda caso sul taxi e la situazione deve prendere un’altra piega, deve PER FORZA continuare)

    detto questo non mi resta che riaffermare che Collateral è una stella tra le meno brillanti della insuperabile costellazione manniana.
    anche perchè era proprio p. a sostenere che “non si può fare epica su uno la cui aspirazione massima è diventare fotografo”, figuriamoci per un taxista che vuole andare alle canarie…

    saluti
    DT

  5. anonimo
    Posted 20 ottobre 2004 at 17:48 | Permalink | Rispondi

    caro DT, dicesi eremita qualcuno che decide di isolarsi. ora la mia impressione è che i personaggi di Mann non decidano la loro non appartenenza, ma vengano in qualche modo spinti fuori. o meglio: ammessi, ma al limite dello spazio dove le cose avvengono e sono decise. tu parli di Forrest Gump, io penso a Leone e a Ellroy (scusa se sparo).
    poi, essere citati da te è sempre un onore, ma Buscapè di City of Gods faceva arrivare al rango di divinità degli eroi della strada, qua c’è uno che incontra il diavolo, non se ne accorge e si fa condurre in un giro turistico per la città. non si può fare epica, sono d’accordo, si può fare commedia, che dici?
    p.

  6. anonimo
    Posted 20 ottobre 2004 at 19:35 | Permalink | Rispondi

    Il dibattito si fa duro,
    Allora: non sono d’accordo sulla verticalità. Tra Max e Vincent è in effetti più un incontro che uno scontro, ma la relazione di verticalità (gerarchia?) non è così forte. Sono due personaggi che portano consedue visioni del mondo differenti, ma che hanno un rapporto paritario tra di loro, come esseri viventi, ma di dominanza solo a livello, per così dire filosofico. La “prospettiva Vincent” annnienta la “prospettiva Max” per poi essere ingoiata dal buco nero che ha creato con questa distruzione.
    Per quanto riguarda Alì, non mi sembra che sia assente il fuori campo: l’analogo della scen del cojote sono i murales a Kinshasa. La città, l’intorn, si condensa in un simbolo e dà il via alla risoluzione dell’incontro: Max ha la forza di diventare vincent-uomo di azione, Alì ha la forza di vincere l’incontro.
    Quello che viene prima è per forza diverso in quanto in Alì si ha la Storia che si enuncia, in Collateral solo narrazione, che si rifà al genere e allo scontro “ideologico” tra due sistemi di valori.
    La superficialità che vede DT, i confronto agli altri Mann, non nuoce al film.Alì ha la storia alle spalle, come l’ultimo dei mohicani, qui, come in Manhumter, il gioco delle superfici (livello plastico e figurativo) rinvia a un discorso più teorico che incarnato in una Grande Narrazione.
    Manu

  7. anonimo
    Posted 20 ottobre 2004 at 20:34 | Permalink | Rispondi

    alè, se la buttate sulla semiotica io sono fuori.
    a me pare che ci sia uno scontro tra orizzontalità e verticalità. l’orizzontalità routinaria dei viaggi di max (tutte quelle lunghe plongèe sulla strada) è rotta brutalmente dalla verticalità traumatica dell’irruzione di vincent (quel cadavere che piomba sulla macchina). non per niente max riesce ad avere ragione del suo avversario nel momento in cui si riappropria del proprio elemento, con quella corsa folle che destabilizza definitivamente vincent.
    quanto al tema del doppio, secondo me cè un tentavivo di compenetrazione reciproca: se max riesce a diventare in parte il suo avversario, ripetendone i tormentoni e adottandone la determinazione, è anche in grado di farli propri (ad esempio proponendo lo sconto a javier bardem, esattamente come faceva coi propri clienti), vincent cerca di improvvisare come il suo tassista, ma non riesce ad andare oltre al quiz fatto al jazzista, rimane un automa, e per questo alla lunga perde.
    se max arriva a sapersi muovere in ambito verticale (lui vede vincent muoversi nel palazzo e la ragazza al piano di sopra, e può anticipare l’avversario), vincent non riesce a gestire l’orizzontalità (arranca in discoteca ed è paralizzato davanti alla corsa in macchina di max).

    sbaglio o tom cruise è specializzato in automi che mettono la propria identità lavorativa al di sopra di un’identità vera sepolta? penso a vincent che urla “è il mio lavoro, max” e al medico di EYES WIDE SHUT che mostra in continuazione il distintivo

  8. anonimo
    Posted 20 ottobre 2004 at 21:05 | Permalink | Rispondi

    manu manu, non puoi pensare di tirare fuori Deleuze e farla franca.
    ti chiedo: dov’è il duale, quali sono le potenze che si incarnano in forze immediatamente riconoscibili e graficamente opposte?
    verticalità non vuol dire gerarchia, vuol dire differenza di piani e (talvolta) collasso di uno dei piani sull’altro, procedimento più melodrammatico che di azione, per come D. vede l’azione. insomma, mio caro, è l’ora di rivedere Cinema1 e tocca a te perché io devo lavorare.
    p.

  9. anonimo
    Posted 21 ottobre 2004 at 00:55 | Permalink | Rispondi

    Chi è l’utente anonmo che si chiama fuori dalla semiotica e poi commenta in modo intelligente? Lon, sei tu?
    Per quanto riguarda Deleuze, a parte che mi tocca riveredrlo tra le tre del mattino e le cinque, in relatà non pensavo esattamente a lui.
    Comunque: le potenze sono abbastanza esplicite, i due personaggi e la città come modulatore. Sulla verticalità attenzione: non confondaimo un procedimento simbolico (uitlizzo di certe inquadrature, di certi raccordi, di certe prospettive) – sarebbe semisimbolico, ma poi diventa un blog di semiotica – con un livello più generale. Cioè quello della differenza di piani e del loro eventuale collasso: qui il collasso cè: il piano di Max si annulla diventando reazione automatica e/o anelito di libertà ultimo, che distrugge il piano di Vincent, quello dominante. Ma da qui a parlare di azione ci sono molti passaggi…
    Inoltre, caro anonimo, sono d’accordo con te su orizzontale/verticale: ma la metterei giù in modo divero, Max rinasce quado si riappropria del rapporto con la città, con lo sfondo, con l’ambiente che si condensa nel simbolo del cojote. Se vuoi, è meno formale, ma più diretta.
    Su Tom Cruise sono d’accordissimo: infatti, è apprezzato da tutti solo in Magnolia, quando mette in scena questa dicotomia, ma ormai penso che sia il suo marchio. Si ptrebbero rilegger Top Gun, Risky Business e Cocktail alla luce di tutto ciò.
    Buonanotte.
    manu

  10. anonimo
    Posted 21 ottobre 2004 at 16:19 | Permalink | Rispondi

    merda, ho già il malditesta..

  11. Posted 21 ottobre 2004 at 21:55 | Permalink | Rispondi

    …La corazzata Potemkin… è una cagata pazzesca!!!

  12. Posted 22 ottobre 2004 at 01:21 | Permalink | Rispondi

    ehm, sì, sono io…il mio inconscio vigliacco mi spinge a non firmarmi quando mi sbilancio troppo…eheh

    c’è un’altra scena in cui vincent tenta di improvvisare, quando porta max all’ospedale…e infatti è in quel momento che fa il primo errore…oltretutto il detour fatale verso l’ospedale viene dritto dritto da HEAT LA SFIDA…e non è l’unico rimando interno all’opera manniana presente nel film, credo…
    ah, dimenticavo, COLLATERAL va paragonato a un inedito hongkonghese del 1997, THE LONGEST NITE di patrick yau, prodotto da johnnie to…le analogia non sono poche, a parte l’ambientazione “tutto in una notte”….lo trovate da gennaio alla rinnovata videoteca metropolis, in via pizzardi 44, insieme a tonnellate di altri inediti. come si chiamano i post autopromozionali? spam?

  13. Posted 22 ottobre 2004 at 02:41 | Permalink | Rispondi

    scendendo un po’ di livello, non vi pare che il film abbia un calo nel prefinale? il cosiddetto ride to the rescue banale, rispetto a tutto il resto

  14. Posted 22 ottobre 2004 at 09:27 | Permalink | Rispondi

    Direi di sì: il film sconta una qualche convenzionalità nella parte finale.
    manu

  15. Posted 23 ottobre 2004 at 19:00 | Permalink | Rispondi

    una qualche convenzionalità?
    dopo deleuze e lacan, parlare di qualche convenzionalità rischia di essere una ritrosia sospetta.
    giù giù cari, scaricate pure
    DT

  16. Posted 24 ottobre 2004 at 16:13 | Permalink | Rispondi

    comincino i detrattori, prego signor ddt…

  17. Posted 24 ottobre 2004 at 16:56 | Permalink | Rispondi

    rileggevo prima il post di manu: tu dici che tom cruise incapace di recitare ma qui un’ottima maschera…vero, per in COLLATERAL tom cruise si muove in maniera impressionantemente efficace, a scatti fulminei, felini, il che presuppone un lavoro preliminare sul corpo.
    anche questa recitazione nel senso proprio del termine, no?

  18. anonimo
    Posted 25 ottobre 2004 at 00:17 | Permalink | Rispondi

    In effetti sì: ma mi rifacevo alla critica di monoespressività che di solito viene lanciata a Cruise.
    per il resto hai ragione.
    manu

  19. Posted 26 ottobre 2004 at 16:49 | Permalink | Rispondi

    mi dai sempre ragione per farmi smettere?
    longorroico

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