Li mortacci

Mi hanno dato sette euro in mano e ci sono andato. Ecco la mia recensione di Ovunque sei. Come i critici per bene, la storia del film.
Stefano Accorsi (Stefano Accorsi) è un medico che lavora sulle ambulanze e tiene corsi di primo soccorso ai volontari. E’ sposato con una collega, Emma (Barbora Bobulova), e ha una figlia. Rimane colpito da una sua "allieva", Violante Placido (Violante Placido), e inizia a flirtare con lei. Nello stesso tempo la moglie è insidiata continuamente da un collega, Stefano Dionisi (Stefano Dionisi). In una notte il flirt tra i due protagonisti inizia a concretizzarsi tra un intervento di primo soccorso e l’altro e, nello stesso tempo, i due colleghi fanno l’amore in ospedale. Dionisi, tornando a casa, chiama Emma, si distrae, sbanda, fa sbandare un’ambulanza che viene dalla parte opposta, che finisce nel Tevere. Indovinate chi c’è sull’ambulanza?
Quindi: disperazione, bambina che chiede "Ma papà dov’è", Bobulova in lacrime. Ma questo sarebbe niente. Il punto è che Accorsi e Placido, che si presuppone siano deceduti nell’incidente,  vagano come spiriti nella città, si amano, bisticciano, cazzeggiano, ovviamente filosofeggiano sull’amore, vanno a feste in cui ci sono delle persone che, in quanto attori, indossano una maschera.
"Ma tu sei un attore?" "Diciamo di sì. In realtà tento di scopare più che posso". Che profonda autocritica ammiccante alla categoria.
Già: ma quale categoria? Forse quella dei possessori-di-maschera, perché parlare di attori nel caso di Accorsi e Placido non ha senso. La monoespressività del primo è drammaticamente evidente in due scene consecutive, in cui, nella prima, guarda con orrore uno scarafaggio che zampetta sulla gamba di un barbone morto, nella seconda vede per la prima volta Violante Placido. L’espressione è la stessa. Suvvia, Violante è molto molto più carina di una blatta. Anche se la blatta sembra più sincera, forse perché presa dalla strada, chissà.
Insetti come simbolo? Ma tutto è simbolo in Ovunque sei. La coccinella è simbolo della speranza, dell’amore e della gioia: e come fanno gli sceneggiatori (omissis) a inserirla? Facile, la fanno passare da lei a lui. "Abbiamo la stessa fortuna". Il simbolismo è spiccio e sciatto, così come i rimandi tra una parte e l’altra del film. Quindi, scartabellando tra le foto di famiglia, prima della disgrazia, la figlia di Accorsi tira fuori un’immagine che ritrae i suoi genitori da giovani sulla Vespa. E come avverrà il primo contatto privato tra la Placido e Accorsi? Ma grazie ad un guasto della Vespa di lei, ovviamente. Sotto gli occhi di Emma, la moglie, che guarda senza essere vista. Un altro esempio. 
La vedova inconsolabile, ovviamente, viene alla fine consolata dal suo collega. Ma come fare a sottolineare il passaggio? Facendogli rompere accidentalmente la tazza che era del marito defunto.
sempre sull'orlo del precipizio. e cadi, cazzo.Ma il problema del film non è dato solo dalla pretenziosità dei riferimenti, dai simbolismi, dalle battute involontarie ("Amare è come essere sull’orlo del precipizio. Sempre", una frase che se si trovasse nei Baci Perugina sarebbe firmata "anonimo" per paura di ritorsioni), dalla totale incapacità recitativa. C’è anche un regista che, scandalo!, dirige sua figlia nuda. La prima volta la vediamo nuda dietro una tenda, in un’elegante silohuette con capezzolo prominente. Manco nelle cassette di Penthouse. Per non parlare dello scandaloso nudo integrale della fine, preceduto da una meravigliosa similitudine tra il ricordo che svanisce come il calore di una lampadina spenta (sic). 
C’è un regista che decide di montare tutto in alternato, all’inizio, riuscendo a rendere noioso uno dei modi espositivi più frequentati – con successo – nella storia del cinema. C’è un regista che ha detto "Azione". Ma ha diretto bene solo la blatta e la coccinella.
E così via.
Difficile scrivere una recensione di Ovunque sei. Bisognerebbe partire dalla sceneggiatura. Come hanno fatto a scrivere una cosa del genere? Ok, no, si può fare. Ma come hanno fatto a crederci? Insomma, può capitare di scrivere qualcosa e di rendersi conto che è una schifezza. A quel punto si ricomincia, o si cambia del tutto. Insomma, potrei partire dalla sceneggiatura. E buttarla.
Che, vogliamo parlare della fotografia? O della musica?

Lasciamo perdere. Anzi: lasciate perdere. Tutti.

Francesco

6 Comments

  1. anonimo
    Posted 25 ottobre 2004 at 23:55 | Permalink | Rispondi

    che bello mandarti a vedere films del genere

  2. anonimo
    Posted 26 ottobre 2004 at 09:50 | Permalink | Rispondi

    sono contenta di aver contribuito anch’io. jt

  3. Posted 2 novembre 2004 at 14:24 | Permalink | Rispondi

    Grande, coraggiosissimo Placido, che non teme di fare un cinema poco praticabile e spiazzante rinunciando alla logica prosaica, superficiale ed esplicativa e abbandonandosi, invece, alle sensazioni e a sentimenti vagabondi. Il film è infatti fin dall’inizio uno spiazzamento, un’ambigua, disorientante e incessante sostituzione di persone personaggi attori e storie.
    Inizia con l’immagine dell’acqua fluida e di una canoa che vi scorre sopra lieve. E il film si manterrà così, liquido, torbido e immateriale, come quando si cerca dentro se stessi. C’è stato davvero un lutto? O è semplicemente un lutto d’amore? L’incidente è un vero incidente o è un incidente dell’anima? Il sommozzatore che scende nelle acque del Tevere è un vero sommozzatore o è uno sguardo che cerca di riannodare i fili con la parte più profonda di sé? Roma è Roma o è un inconscio sedimentato da secoli? Chi risponde al nome di Leonardo? Dov’è davvero Elena? Non ha importanza. Due storie d’amore diverse, personaggi che guardano se stessi ma che non sanno in che specchio guardare, una storia che si riflette in una storia parallela di cui la prima è la vibrazione del timpano che stimola il cervello e la seconda sono le tre parole “io ti amo”. Come si passa dalla prima storia alla seconda? Il film si installa in mezzo, nel passaggio magico e inafferrabile tra l’una e l’altra storia. Come il titolo tronco ma assertorio, a cui manca una conclusione, ma la si intuisce.

    Dopo Un viaggio chiamato amore, dunque, Placido si immerge ancora nell’amore. Ma un amore diverso, non speciale e furioso come era quello messo in scena tra Accorsi e la Morante, bensì comune e quotidiano, un amore che era sgorgato puro (ricordiamo, en passant, che Accorsi e la Placido si erano adolescenzialmente amati anche in Jack Frusciante è uscito dal gruppo) ma che poi si smarrisce nel caos della vita quotidiana, dove il calore si affievolisce senza che quasi ce ne si accorga e la comunicazione, inquinata e inquinante, è diventata remota.
    E però, alla fine, non è un amore diverso da quello delle due illustri menti (e cuori), per la difficoltà in entrambe le vicende di far emergere la potenza del sentimento senza che questo sia trasfigurato dalla realtà materiale, concreta e ostica che non si lascia scalfire dall’inconsistenza dei sentimenti.

    Immagini e voci orfani si sovrappongono, alla fine disordinatamente e ossessivamente, alla ricerca del proprio autore, significati e sentimenti distorti, alla ricerca della propria generazione e della propria genuinità. E l’Accorsi, come coscienza del film, come il personaggio che cerca se stesso, come il filo tra la coppia reale e quella irreale, ci accompagna in visita sull’”orlo del precipizio” che è l’amore, precipizio che c’è solo se ci si ricorda che c’è, altrimenti non c’è più e si è “in salvo”. Domande grandi sull’entità del fenomeno “amore”, insomma, che spesso il cinema non ha il cuore di porre con schiettezza, ma solo di rappresentare con un esito o un altro. Qui invece il coraggio c’è, per esempio, di non restare sul testo ma di scriverne un altro da sovrapporre al primo, e poi un altro ancora. Come maschere, sarebbe facile dire, vista l’ispirazione pirandelliana del film (Pirandello, uno degli scrittori più cinematografici che ci siano). Ma anche come molteplici realtà che sbocciano una sopra all’altra a evocare, a ispirare, a mostrare coprendo le altre da cui nascono e, però, infine, in una ritrovata fiducia e speranza nell’amore che, lungi dall’essere la soluzione dei nodi, è invece il presupposto da cui solo può partire il teorema, e si torna al principio.
    Grande film italiano, coraggioso, audace e intensissimo. Grazie a Michele Placido e ai suoi normali personaggi.

  4. anonimo
    Posted 2 novembre 2004 at 15:24 | Permalink | Rispondi

    Per la precisione: ecco il link esatto

    http://www.pickpocket.it/home_.asp?sez=recensioni

  5. anonimo
    Posted 7 novembre 2004 at 16:33 | Permalink | Rispondi

    “Come i critici per bene, la storia del film.”. E no amico caro, i critici per bene sanno che non si comincia mai con la storia del film, è una cosa elementare che non va mai fatta. Se la si vuole mettere la si infiltra nella recensione, mai si comincia con la trama. Torna a studiare…

  6. Posted 30 gennaio 2005 at 14:26 | Permalink | Rispondi

    la violante violentata dall’aidi della foto l’hai ciulata al mio sito. in verità son contento. beh, saluti.

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