L’uomo senza sonno (The Machinist), Brad Anderson, Spagna 2004

E’ quindi possibile creare un thriller onesto, con molti richiami e rimandi ma non per forza derivativo e ruffiano, senza il colpo-di-scena alla Shyamalan ma che tenga comunque alta l’attenzione e la tensione dello spettatore? The Machinist è un esempio di come tutto questo sia possibile. Evitiamo subito di impantanarci nell’aneddotica da Guinnes dei primati e togliamoci subito di mezzo la cosa che dicono tutti. Ebbene sì, Christian Bale ha perso 30 chili per interpretare il protagonista Trevor Reznik e ha donato una performance attoriale splendida. Ma intendiamoci, anche la sfattissima eppur affascinante Jennifer Jason Leigh e l’attrice spagnola Aitana Sánchez-Gijón (già vista in Io non ho paura di Salvatores) non sono da meno. Sempre nel cast troviamo un gradito ritorno, con il grande Michael Ironside in un ruolo marginale.
Essendo un thriller, non è bene rivelare molto della storia, ma The Machinist si rifà ad uno dei temi dell’horror più vecchi, quello del doppio (per i colti: doppelganger), topos della letteratura fantastica ripreso continuamente al cinema. Un piccolo appunto al regista: c’è veramente bisogno di fare vedere almeno due volte il protagonista che legge "L’idiota" di Dostoevskij? Un piccolo peccato di didascalismo, ma si può tranquillamente perdonare, proprio perché il film ha una sua identità, nonostante i richiami estetici e narrativi si sprechino. Possiamo fare un breve elenco: il cinema espressionista tedesco, i thriller di Roman Polanski, qualcosa dell’Hitchock più sporco, in particolare Psycho, alcune delle visioni di Cronenberg (ricordato anche grazie ala presenza di Jason Leigh e Ironside), eccetera. Ma è doveroso dire che Brad Anderson ha un suo occhio particolare per la rappresentazione degli spazi, siano essi gli esterni del quartiere in cui c’è la fabbrica dove lavora Reznik, siano essi gli interni, in particolare la fabbrica (un posto completamente fuori dal tempo, che aiuta ad aumentare lo smarrimento dello spettatore), l’appartamento del protagonista e quello della prostituta. Il senso di disagio che lo spettatore sente a prima vista non è dato solo dalla fotografia di Xavi Giménez, già visto in alcuni mediocri horror spagnoli, che tende, molto genericamente, a delle dominanti verdi e grigie, fredde, ma proprio dagli spazi, oltre che dal senso di costruzione della sequenza che ha il regista. Una per tutte quella dell’attraversamento della strada da parte del protagonista, un piccolo saggio di cinema.
The Machinist è un prodotto che funziona perché è buon cinema, non per merito di un colpaccio di scena, o di esagerati crescendo della colonna sonora. Finalmente.

Francesco

2 Comments

  1. Posted 22 novembre 2004 at 16:19 | Permalink | Rispondi

    sono andato fino a venezia x riuscire a vedere questo film. (grazie al circuito bolognese…non c’è nè in città nè in provincia sala che lo proietti)

    proprio bello, non un capolavoro, ma un bel film, ben fatto

    ogni volta che si vede un primo piano del protagonista che inarca le ciglia, ci si attacca alla sedia

    ed anche i cali di tensione sono ben integrati con tutti gli enigmi che si cerca di svelare (ho perso 5 euro avevamo scommesso sulla parola del gioco del morto)

  2. Posted 22 novembre 2004 at 18:04 | Permalink | Rispondi

    dimenticavo…

    secondo me il titolo ed il trailer son cannati in pieno. non ci si goe i primi venti minuti di film

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