Babbo Bastardo (Bad Santa), Terry Zwigoff, USA 2003

Se c’è qualcosa che viene naturale a Terry Zwigoff è la rappresentazione delle periferie, intese come sobborghi, ma anche come "umanità leggermente spostata". Non c’erano matti nel suo bellissimo Ghost World, ma solo persone che potremmo definire emarginate, strane, e che vivevano, appunto, lontano dal centro cittadino ma anche dal centro dell’attenzione generale. Quando entravano in contatto con l’occhio "pubblico", venivano derise in qualche modo e spinte di nuovo ai margini.
Anche i protagonisti di Babbo bastardo sono personaggi del genere. Willie è un alcolizzato violento che ha avuto la classica famiglia distrutta alle spalle. Il suo socio Marcus è afroamericano e nano (chiamiamolo così, anche nel film c’è un esilarante dialogo
sul modo politicamente corretto di chiamare chi è affetto da nanismo). Il loro lavoro è semplicemente quello di vestirsi per un mese l’anno rispettivamente da Babbo Natale e dal suo piccolo aiutante e di intrattenere i bambini nei centri commerciali. Ad ogni vigilia di Natale, finito il loro lavoro, svaligiano il "mall" dove hanno lavorato e campano di rendita per un anno, fino al dicembre successivo.
Nel tratteggiare il personaggio di Willie, Zwigoff gioca per accumulo. Il protagonista del film è davvero sgradevole, ma anche grazie alla bravura di Billy Bob Thornton, Willie non diventa mai grottesco abbastanza da risultare macchiettistico. Anzi, sembra quasi che il suo personaggio, per fare risvegliare tutti dall’intorpidimento tipico del Natale debba esagerare, vomitare sulle renne di cartone o staccare loro la testa a pugni, perché ci sia un qualche tipo di reazione negli altri, siano essi i bambini o i genitori.
Un’altra caratteristica interessante è che nel film tutti i personaggi sono negativi, con la parziale eccezione di Sue. Anche il bambino cicciotto e con i ricci biondi è, senza mezzi termini, uno scemo, seppure con tutti i suoi problemi. Ma dello sguardo sociale a Zwigoff non importa una mazza, diciamolo. Il suo sguardo è "così com’è": non si interroga più di tanto sul perché i personaggi siano così, il punto è che sono così e basta. E quindi vomitano, si tirano calci nelle palle, si insultano e fornicano senza ritegno, in un’orgia di violenza assoluta, proprio nel senso di "sciolta", ma senza essere pretestuosa.
Forse per questo mi lascia un po’ perplesso il finale vero e proprio del film, "doveroso" e conciliante come ci si aspetterebbe, certo, ma di gran lunga meno forte e coerente di un prefinale assai crudo e nero.

Francesco

One Comment

  1. Posted 27 novembre 2004 at 17:54 | Permalink | Rispondi

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