Eros

 

 

 

 

 

Il filo pericoloso delle cose di Michelangelo Antonioni

 

 

 

Lasciamo da parte la sceneggiatura di Tonino Guerra, anche se un “poeta laureato” che vaneggia di Natura e Valori in un parcheggio di un ipermercato è la più incisiva immagine della cultura italiana degli ultimi vent’anni. Ero preparato, mi sono concentrato sulla forma, sulle immagini, sulla resa degli spazi svuotati e la relazione con gli animi. Purtroppo, neanche uno spunto, un guizzo. Anche l’ultima inquadratura, che vuole disperatamente essere carica di significato, di vuoto, così perfetta nei sui simbolismi, rimandi e semisimbolismi, non ce la può fare. Nemmeno la forma è un appiglio. L’unico modo di “salvarlo”, se cosi si può dire, è di prenderlo da un punto di vista storico e intertestuale. Una sorta di punto di non ritorno per tutti gli imitatori dispari di Antonioni che hanno infestato il nostro cinema per circa vent’anni. Potrebbe essere una parodia, ma ne mancano degli elementi: è che nemmeno Antonioni riesce a far parlare più gli spazi vuoti, riempiti dai profeti dei non luoghi, o a dettare di incomunicabilità, quando ci si è fatto un po’ il callo. Questo film è la dichiarazione di impotenza e gli imitatori dispari, che Antonioni vanta in numero eguagliato forse solo da Bunuel, dovrebbero rendersene conto. Alla fine, se proprio si vuole parlare di incomunicabilità seguendo certi registri, basta aggiustare un po’ il tiro (mi viene in mente il bel La spettatrice di Paolo Franchi).

 

 

 

 

 

Equilibrium di Steven Soderbergh

 

 

 

Non si può scrivere la Fenomenologia dello spirito come se si stesse giocando una partita di squash. Delle due l’una: o si è dei fenomeni, o si sceglie tra mestiere e “ricerca”. Se Soderbergh capisse questo potrebbe essere un buon regista, molto buono. Infatti quando gioca e gira senza sottotesti – pessimi – e ambizioni intellettuali gli riescono pure delle cose decenti. Non tanto questo, che rimane uno svagato giochino cool sulla psicanalisi e lo statuto delle immagini, tanto divertente quanto logorroico. Non ha nemmeno il pregio di irritare.

 

 

 

La Mano di Wong Kar Wai

 

 

 

Intendiamoci: se l’avesse girato un giovane esordiente italiano lo avrei portato in spalla a Lourdes. E, tra l’altro, è in sé bello. Insomma, l’unico momento veramente erotico del trittico è la prima masturbazione, tra le assenze di Antonioni e le parole di Soderbergh, l’unico momento vitalmente disperato è l’ultima masturbazione. Si tratta delle poche immagini in cui pulsa qualcosa. E, da un certo punto di vista, è quello che si suol dire un “gioiellino”: torna bene, c’è quello che si voleva, ben spiegato, come fa Wong Kar Wai di solito, è digeribile.

In realtà non mi sono mai tolto una sensazione di stanca, come se si volesse davvero tornare sui temi di In the mood for love senza alcuna volontà di andare oltre, di ibridarli e metterli in discussione come in 2046. Torna tutto troppo bene: nei film precedenti dello stesso autore la poetica del frammento – di immagine, attraverso l’uso esasperato del quadro nel quadro, e del tempo, attraverso l’uso delle ellissi – fondavano la passione sul nascondere degli elementi, lasciando delle assenze che non tornavano logicamente, ma che nutrivano la messa in scena della “passione” e della relazione tra i personaggi. In questo non c’è non detto, quello che non si vede viene spiegato, quello che manca si deduce. Forse anche la dimensione del cortometraggio non dà possibilità di accumulare queste omissioni e di farle esplodere.

 

 

 

manu

 

 

9 Comments

  1. Posted 9 dicembre 2004 at 11:18 | Permalink | Rispondi

    scusa manu, ma tu sei proprio un impavido. dopo averlo evitato a venezia spero di riuscire a scansarlo anche a bologna… così pregiudizialmente perchè tanto il mio approccio critico non ha fondamenta teoricamente sostenibili…

    OFF TOPIC
    però qui nessuno dice nulla su Ferro3! eh no, io sto fremendo per l’affermazione fantozziana… vi prego fate qualcosa.

    DT

  2. anonimo
    Posted 10 dicembre 2004 at 13:02 | Permalink | Rispondi

    caro Manu,
    condivido la cautela su Antonioni: l’episodio è brutto e c’è poco da dire, ma anche poco da accanirsi. giusto vorrei far notare che anche nella bruttezza ci sono gradi e qualità…
    Soderbergh, lasciamo perdere.
    su Wong Kar Wai, a qualche giorno dalla visione, mi verrebbe da dire che emoziona, ma lascia anche un po’ di amarezza non solo perché torna tutto, ma perché funziona un po’ da chiave per tutto quello che in In the mood for love e 2046 era lasciato fuori dalle spiegazioni. l’estasi del contatto rimandato, l’ossessione sartoriale, l’accelerazione temporale funzionale alla passione qui sono squadernati con una tensione più teorica che espressiva.
    con questo non voglio dire che le cose devono essere oscure per essere belle, ma che l’esposizione (raffinatissima, a tratti coinvolgente) di una poetica è una cosa diversa dalla poetica stessa.

  3. anonimo
    Posted 10 dicembre 2004 at 15:10 | Permalink | Rispondi

    Caro anonimo,
    il film di Antonioni è di una bruttezza rara, quasi inesplorata. Ma che non potrà mai (più) essere confusa per bellezza. Non vale la pena di fare crociate contro un film del genere. Orrendo, triste, ma non nocivo.
    D’accordo per quello che riguarda Wong Kar Wai.
    m.

  4. anonimo
    Posted 10 dicembre 2004 at 15:18 | Permalink | Rispondi

    ah scusa, non mi firmai…
    vero: non potrà mai più essere scambiata per bellezza. ma come c’è bellezza e bellezza, c’è bruttezza e bruttezza. Soderbergh è brutto perché una volta scelti gli intenti non è in grado di articolare toni commisurati a quegli intenti. Antonioni perché non si pone nemmeno lo scrupolo di vagliarli, quegli intenti. poi, sempre di schifezza parliamo, ci mancherebbe.
    p.

  5. anonimo
    Posted 11 dicembre 2004 at 13:20 | Permalink | Rispondi

    Ma in Antonioni c’è una bruttezza talmente “alta” che è difficile annoiarsi… con Soderberg si dorme.

    399

  6. Posted 12 dicembre 2004 at 17:52 | Permalink | Rispondi

    qui a londra non è ancora uscito (ci consoliamo con aaltra…una commedia continentale davvero sorprendentemente ben fatta)..però insomma antonioni non si discute…

  7. anonimo
    Posted 13 dicembre 2004 at 10:00 | Permalink | Rispondi

    399. in effetti con Antonioni la noia è un sentimento che non sifora neanche

  8. Posted 13 dicembre 2004 at 16:10 | Permalink | Rispondi

    mi piacerebbe difendere soderbergh a priori senza aver visto il film, citando una sua dichiarazione pre dottor p.: “dite a tutti che sono sicuro di essere riuscito ad articolare il tono usato, commisurandolo con gli intenti prefissati: chi dice il contrario, adducendo a chissà quale bruttezza visiva, sbaglia, sia che si chiami m., dt. o p.” (Variety, pg. 43, 20 sett. 2004)

    DT

  9. Posted 21 dicembre 2004 at 12:02 | Permalink | Rispondi

    che fine ha fatto il vecchio post su EROS? ho sognato o l`avete cancellato?

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