Closer di Mike Nichols

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Potrebbe essere il “Le invasioni barbariche” di quest’anno, sebbene per fortuna nessuno me lo spaccerà per “il film più di sinistra dell’anno”. Forse gli uomini marketing hanno individuato una fascia di pubblico natalizia che ama i film logorroici.

È pure un vero e proprio esempio di “teatro filmato” e di “film borghese”, se proprio vogliamo  ragionare per categorie che risalgono, nella loro accezione negativa, a 40 anni fa. Non sono da abbandonare, ma se proprio si deve dare loro una connotazione negativa una spolverata bisogna dargliela.

Insomma, ha tutto per essere un film detestabile, ma invece convince. Convince appunto perché i personaggi sono sgradevoli e detestabili, in un mondo di professioni cool, che però non garantisce loro alcun riscatto. E nemmeno lo sguardo del regista condanna e quindi si sente superiore a loro. Perché non si preoccupa di mostrare la verità o rappresentare la realtà, ma solo di portre alle estreme conseguenze il dramma che avviene in interni, in camera da letto. Non c’è alcune identificazione lasciata allo spettatore: sono tutti degli stronzi e non è un caso che alla fine “vinca” il più stronzo di tutti. Talmente rozzo e diretto da sapere come va la vita, ma allo stesso tempo l’unico, nella scena finale, a dormire tranquillo, perché non si rende conto che la sua vita è fondata se non sul fallimento, almeno sul dolore e la menzogna. La sua brutale schiettezza fa il pari con quella della ragazza che vive “per i sentimenti”, schietta in un altro senso: infatti la sequenza più bella è quella del loro dialogo nel night club.

Infastidisce, perché per un film del genere l’identificazione dello spettatore (supposto “colto” e “borghese”) si sofferma sullo scrittore presunto tale e sulla fotografa, ma scivola subito i quanto indicati come i dichiaratamente senz’anima – in questo caso lo stereotipo dell’intellettuale frustrato che non capisce nulla della vita e dei sentimenti fa capolino, purtroppo.

Ricorda, a parte Chi ha paura di Virginia Woolf? (commedia di Edward Albee, oltre a film di Nichols), Amici e vicini di Neil Labute, e anche Gocce d’acqua su pietre roventi per rimanere più vicini cronologicamente. Un film misantropo, che salva solo un’inconsapevole innocenza, e non di maniera, per fortuna, anche se sicuramente non innovativo. Ma per questo "fuori moda" in modo affascinante.

 

 

 

manu

15 Comments

  1. adayinthelife
    Posted 14 dicembre 2004 at 17:23 | Permalink | Rispondi

    è anche molto molto simile a “tradimenti”, una pièce di pinter degli anni settanta.

  2. Posted 15 dicembre 2004 at 15:39 | Permalink | Rispondi

    proprio non mi ha convinto…

  3. Posted 15 dicembre 2004 at 21:35 | Permalink | Rispondi

    provo la pulsione recondita di identificarmi con il più stronzo dei quattro. eppure non riesco ad esserlo. qualcuno può aiutarmi? vorrei farne motivo di vita. grazie
    DT

  4. Posted 15 dicembre 2004 at 21:51 | Permalink | Rispondi

    OFF TOPIC
    cari secondavisione boys io mai scrissi: “scheggia ontologica” ma bensì: “Lavorare con lentezza … diventa scheggia paradigmatica dell’interrogativo ontologico di chi fa critica, insinuando il dubbio derivante dall’aver imbarcato talmente tanti pareri denigratori fino a chiedersi perchè esiste questo fossato interpretativo”
    e l’interrogativo è, e nessuno faccia l’elitario perchè so già che qualcuno lo farà: come e perchè posso definire un film brutto o bello.
    visto che Chiesa mi ha dato qualcosa anzi tanto, ma in parte raccolgo e approvo le critiche negative a lui rivolte.
    detto questo provo ad analizzare e giudicare.
    tutto qui
    accidenti a me e a quando cerco di allargare un linguaggio che tende a chiudersi in e su di sè, ai molti.
    vi ricordo che sulla stessa rivista vengono scritte cose tipo: “storia e discorso di the bourne supremacy si sviluppano lungo la linea che congiunge la ripetizione alla differenza, il ricordo all’azione, il passato al presente” (ndr dimenticato il pane e il vino, il cacio e i maccheroni, l’eros e il thanatos)

    saluti
    DT

  5. Posted 20 dicembre 2004 at 12:47 | Permalink | Rispondi

    Kekkoz: visto che non ti è piaciuto, ma non sono d’accordo. Il film è tutto sulla menzogna, non si articola mai secondo la categoria vero/falso. Al massimo si oppone l’autenticità alla menzogna, un’autenticità (quella del macho e quella della portman) che è però irrisolta come quella dei due “costruiti” (roberts e law).
    Ma capisco che possa non piacere: non c’è sguardo, non c’è “specifico filmico”, tutto ciò è vero.
    DT: dovresti partecipare ai corsi del Cruise di Magnolia e non pensare alle schegge ontologiche, o chi per loro.
    m.

  6. anonimo
    Posted 22 dicembre 2004 at 18:24 | Permalink | Rispondi

    nessuno commenta closer. peccato, ci sarebbe da dibattere, o forse non ne vale la pena.

  7. Posted 7 gennaio 2005 at 18:53 | Permalink | Rispondi

    Closer è una grande prova di regia e un’occasione d’oro per un attore che voglia dimostrare quello che vale. Che Mike Nichols (non per niente il regista preferito di Meryl Streep) fosse un maestro nel dirigere gli attori lo aveva dimostrato dal lontano 1966 (Chi ha paura di Virginia Woolf?) ma qui supera se stesso, con un lavoro difficile, interamente basato sul dialogo e sui gesti le espressioni gli stati d’animo dei protagonisti di cui coglie ogni minima sfumatura: quattro personaggi emblematici del mondo d’oggi, rappresentanti delle virtù (poche) e delle miserie (tante) di tutti noi. Un film che non piacerà a molti ma che vale senz’altro la pena di vedere, una film che porta inevitabilmente alla discussione e al chiedersi chi siamo veramente e che tipo di vita andiamo costruendoci. ciao leo

  8. anonimo
    Posted 12 gennaio 2005 at 15:01 | Permalink | Rispondi

    la parola definitiva su questo film l’ha data ciaruffoli su pickpocket.it
    penso che possa bastare, credo.
    Sara

  9. anonimo
    Posted 13 gennaio 2005 at 10:09 | Permalink | Rispondi

    Sara: mah, alla fine – molta sintesi – dice che è teatro filmato, poco filmato e tanto parlato.
    Più che la parola definitiva mi sembra l’inizio del discorso.
    m.

  10. anonimo
    Posted 13 gennaio 2005 at 17:35 | Permalink | Rispondi

    anzi, al contrario, dice che non ci sarebbe niente di male se fossero le tirate verbali il problema.
    Sara

  11. anonimo
    Posted 14 gennaio 2005 at 10:28 | Permalink | Rispondi

    Fare dell’esegesi mi sembra fuori luogo. Ho detto che facevo sintesi: dice che è teatro filmato senza sguardo “cinematografico”.
    Non è la chiosa al dibattito ma la sua partenza.
    Se vuoi esprimo perché non sono d’accordo, ma dimmi la tua perché non ho tanta voglia di fare dibattito con un “terzo” inconsapevole.
    m.

  12. anonimo
    Posted 14 gennaio 2005 at 12:27 | Permalink | Rispondi

    Il “terzo” inconsapevole sarebbe Ciaruffoli? basta chiamarlo in causa e farci spiegare, può darsi che ci legge visto che di questo blog il suo sito ne ha parlato. Io personamente credo che lui intende che il film è solo pensato per seguire i personaggi e redimersi al loro recitare, senza invece costruire per primo un discorso filmico. Non credo che questo sia partire dal principio, anche perché il resto della critica proprio su questo base gli apprezzamenti positivi.
    Sara

  13. anonimo
    Posted 14 gennaio 2005 at 13:17 | Permalink | Rispondi

    Usciamo dall’esegesi di ciaruffoli che, con tutto il rispetto, non sono interessato a fare.
    Parliamo del film: il fatto che non sia un film a forte impostazione teatrale è indubbio. Non sono d’accordo nel condannare il film per questo: siamo ancora alla ricerca di uno specifico filmico? Fatemi un fischio quando avete scoperto cos’è. Io non lo so. Il fatto che allenti le redini sui personaggi, in assenza di uno sguardo, anche cinico, penso che sia un modo corretto ed efficace di rappresentare le quattro diverse visioni del mondo. I personaggi sono antipatici, sgradevoli, bidimensionali e poveri di spirito e lo sono senza aggiunte di punti di vista ulteriori. Insomma l’umanità fa schifo, e non c’è bisogno che uno me lo dica, perché i loro discorsi e le loro azioni lo rappresentano benissimo.
    Closer è un film che lascia i personaggi (pieni di difetti) sviluparsi autonomamente. E questo non è un peccato, e se lo fosse sarebbe veniale: non è un peccato che Nichols non sia un “autore” in senso classico, non c’è il problema del teatro filmato che incombe (anche perché chi lo fa più?).
    Il film ha anche difetti: se avessero tolto i fuck e i “ti amo” sarebbe durato tre quarti d’ora, alcuna sbavature di sceneggiatura. Ma questi sono errori singolari e localizzati e non squalificano l’operazione in toto.
    m.

  14. anonimo
    Posted 14 gennaio 2005 at 13:24 | Permalink | Rispondi

    Ah ho capito, sei uno che non pensa che lo specifico filmico esista, e magari come straub e huillet pensi che il cinema non possieda linguaggio. E forse anche von trier sia il perfetto esponente della mancanza di maternità filmica. Allora mi fermo qui, io e te siamo agli antipodi, e questa discussione non finirebbe mai. Non siamo semplicemente in disaccordo sul film di Nichols, siamo in disaccordo sul Cinema. Troppa cosa, mi dispiace.
    Sara

  15. anonimo
    Posted 14 gennaio 2005 at 14:54 | Permalink | Rispondi

    No. Penso che esista uno specifico filmico ma penso che sia un concetto da rielaborare se si vuole utilizzare in modo intelligente. Penso che il cinema abbia un linguaggio, eccome, e appunto per questo non lo utilizzo, strettamente, nell’accezione normativa.
    Non amo Von Trier e penso che la “maternità filmica” non sia un concetto.
    Closer va preso per quello che è, poca cosa in fondo, e non è un attentato al Cinema.
    Penso, senza intenti polemici, sono sincero, che il bricolage concettuale della critica cinematografica debba essere teoricamente fondato e criticamente rivisto di continuo.
    Scuso per il tono da dichiarazione programmatica.
    m.

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