Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson

Ovvietà, il cinema di Wes Anderson è fatto di personaggi. Nelle interviste dice che parte dalla loro costruzione, e poi la storia nasce dalla loro interazione. Questo processo creativo si riflette nella scrittura del film: i tagli di montaggio, le frasi chiuse un attimo prima che qualsivoglia reazione si manifesti, la grammatica straniante dei raccordi. Stralunato è il termine abusato sul suo cinema, ma sia il dolore che la gioia, sia la tragedia che la commedia non passano se non attraverso questo motivo, che è il vero filtro del suo cinema, e allo stesso tempo marchio di realizzazione.
Inoltre, altra costante tematica dei suoi film (parlo di Rushmore e dei Tenenbaum, non ho visto Bottle Rocket) è il tradimento e la conseguente ricerca, tra relazioni difficili e, appunto, stralunate, del padre. In queste due caratteristiche del suo cinema risiede la debolezza di Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Da un lato il padre è ingombrante e onnipresente, il film è su di lui invece su persone/figli che si rapportano con lui, dall’altro questi figli-parenti-amici sono troppo identificati con la loro ossessione, idiosincrasia, senza che questa mai si proietti sul piano sintagmatico, ossia, in italiano, dia vita a una narrazione. Sono semplici emozioni e non passioni, anzi molto spesso sono solo nevrosi che non riescono a distendersi, direi tranne lo strepitoso Klaus Daimler di Willem Defoe, e il Ned Plimpton di Owen Wilson, che non ha caso sono i due “figli”.
Tutti oscurati da un grandissimo Bill Murray, che però riunisce su di sé tutti i nodi del racconto: in una visione decentrata come quella di Anderson, la centralità narrativa di un personaggio, e quella interpretativa di un attore, non può che nuocere al film.
Come ogni inquadratura è piena di oggetti meravigliosi usciti dal negozio di rigattiere, questo amore per gli oggetti a volte sconfina nella reificazione dei personaggi, che più che animare la Belafonte sembrano essere parte del suo arredamento. Intendiamoci non è che il film non sia piaciuto: le animazioni dei pesci sono fantastiche, alcune interazioni penetranti e struggenti, imbevute di una nostalgia rara e cristallina, e la sezione della Belafonte ricorda troppo il palazzo parigino di La vita: istruzioni per l’uso di Georges Perec per non sedurre, e il cinema che Zissou fa intuire è coinvolgente. È che i difetti ci sono e che si pretendeva un po’ di più

manu

12 Comments

  1. Posted 14 marzo 2005 at 15:11 | Permalink | Rispondi

    più o meno d’accordo con te, sia sulle meraviglie che descrivi nelle ultime righe, sia quando parli delle carenze sintagmatiche.

    “i difetti ci sono e che si pretendeva un po’ di più” rende bene anche la mia sensazione.

    comunque, ce ne fossero come mister anderson…

  2. anonimo
    Posted 14 marzo 2005 at 15:15 | Permalink | Rispondi

    Ce ne fossero, ce ne fossero…

  3. Posted 14 marzo 2005 at 15:42 | Permalink | Rispondi

    quello che scrivi mi sembra animato da un vero amore per il cinema di Anderson che per questo, e giustamente, non transige sui piccoloi difetti. E’ vero che Bill Murray/Zissou è un po’ troppo ingombrante, ma i due “figli” Klaus e Ned sono veri personaggi, e non è poco perchè dopo di lui sono i personaggi più importanti. Ci sono anche due donne che, come negli altri film, sono indipendenti e capaci di gestire sia l’affettività sia la semplice quotidianità molto meglio dei personaggi maschili. Comunque, è vero che ci si poteva aspettare di più, anche alla luce di quello che aveva dichiarato Anderson, cioè di voler fare un cinema meno “claustrofobico”; qui gira in mare ma il vero luogo del film è la Belafonte, molto simile alla casa dei Tenenbaum e del liceo Rushmore. Ma a ben vedere questo non è poi un difetto…

  4. anonimo
    Posted 14 marzo 2005 at 15:57 | Permalink | Rispondi

    Eppure i due personaggi femminili mi sembrano “sacrificati”. In un parallelo, scorretto quanto vuoi, con i Tenenbaum: Mrs tenenbaum è molto più corposa della signora Zissou, la Paltrow ha un ruolo più affascinante, ed è anche più centrata, della Blanchett. E allo stesso tempo, i personaggi maschili sono più centrati rispetto a quelli di Zissou. Il mare sembra disperdere un po’ i rivoli narrativi, anche se il luogo, come dici tu, è la Belafonte.
    Per tornare ai ruoli femminili, hai ragione che la capacità che hanno di gestire l’affettività sia maggiore rispetto a quella degli uomini, ma non ti sembra che questo le allontani un po’ troppo dal centro del film, che è appunto la difficoltà a vivere queste relazioni. Sono più contraltare che realmente integrate.
    manu

  5. anonimo
    Posted 14 marzo 2005 at 16:34 | Permalink | Rispondi

    Il fatto che mi sia innamorato della Paltrow in quel film la dice lunga.
    m.

  6. Posted 14 marzo 2005 at 22:36 | Permalink | Rispondi

    La Paltrow nei Tenenbaum era un personaggio straordinario e molto migliore di quello della Blanchett, se è lecito paragonarli (nonostante in generale io preferisca di gran lunga la seconda attrice), molto più nel centro della storia, e a ben guardare forse proprio perchè piuttosto incapace di gestire l’affettività, come i fratelli e il padre. Il mondo di Anderson è maschile, ma mi sembra traspaia una specie di ammirazione per le donne, anche se in effetti restano quasi sempre un po’ in secondo piano.

  7. anonimo
    Posted 15 marzo 2005 at 13:12 | Permalink | Rispondi

    D’accordo sul mondo di Anderson (ma uscirei dal discorso sul maschile-femminile per evitare i pantani della discussione più sotto). Insomma, nei Tenenbaum la gestione dei personaggi – maschili e femminili – è più organica rispetto a Zissou – dove tutti sono penalizzati, più i ruoli femminili di quelli maschili – ed è questa una delle ragioni per cui preferisco i Tenenbaum.
    Ipotizzo, perché mi piace incasinarmi, che in Zissou questo trattamento, più rapido e indolore dei personaggi, è più corente con l’aspetto visivo e sintattico del film, con la sua stralunatezza. QUindi, maggiore coerenza=maggiore qualità? Non ci credo nemmeno io, ma è un ipotesi.
    m

  8. anonimo
    Posted 15 marzo 2005 at 14:39 | Permalink | Rispondi

    Un’aggiunta pulciosa al post:
    chi cacchio è il traduttore? come gli è venuto in mente di tradurre “interns” con “interni” e non con “stagisti”. Se in italiano “stage” si dovrebbe dire stashg e non steig (=palcoscenico), o meglio tirocinio,ma questa è un’altra storia, in inglese-americano lo stage è “internship” e gli stagisti sono “interns”. In italiano “interni” è esattamente il contrario di stagisti, che sono esterni in quanto non assunti.
    Tradurre male è un conto, tradurre con l’esatto contrario è quasi un’arte.
    il puntiglioso m.

  9. Posted 15 marzo 2005 at 16:38 | Permalink | Rispondi

    l’ho commentato anch’io, decisamente con più entusiasmo. La sezione della nave a me ricordava anche “Crepa padrone, tutto va bene”, ma ho come il sospetto che con Anderson non c’azzecchi molto

  10. Posted 16 marzo 2005 at 10:40 | Permalink | Rispondi

    l’ipotesi in effetti è ardita.per fare dei film con un luogo che assorbe la scena e dei personaggi al suo interno ci vuole sicuramente una grande capacità di costruirli, questi personaggi. forse il tentativo non del tutto riuscito di aprire lo spazio ha penalizzato i personaggi e la loro organicità con l’ambiente

  11. anonimo
    Posted 19 marzo 2005 at 20:21 | Permalink | Rispondi

    MANU MA SCUSA MI PLAGI SENZA CITARMI? CHE ALMENO MI SI RICONOSCA CHE SONO ANCH’IO PUNTIGLIOSA!!! J.T.

  12. Posted 21 marzo 2005 at 10:40 | Permalink | Rispondi

    ammetto: la vera puntigliosa è j.t.
    manu

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