Tickets, di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Ken Loach, 2005

Inutile dire come, a volte, si vada al cinema con dei pregiudizi, o comunque con sentimenti simili, anche se più sfumati e impalpabili. Ho temuto Tickets fin da quando ne era stato ventilato il progetto, che credo fosse più o meno il momento in cui si parlava di Eros: era il terrore di vedere altri tre grandi nomi accostati per un altro film a episodi, dopo l’estrema delusione del trio Antonioni, Soderbergh, Wong Kar Wai. Invece il film mi ha convinto, anche se in maniera diseguale.
Il primo episodio, di Ermanno Olmi, è il meno riuscito, perché meno compatto e coeso e più incerto degli altri. La storia del sentimento (come definirlo?) del rappresentante farmaceutico Carlo Delle Piane per una segretaria (Valeria Bruni Tedeschi) è inframmezzata da flashback, fantasie e altre immagini stereotipate (il soldato, il musicista in treno e la misteriosa suonatrice di pianoforte su tutti) che tentano di dare sostanza ad una storia che invece dovrebbe riposarsi e vivere sulle espressioni dei personaggi. Poco ispirato, soprattutto se si pensa al modo che Olmi ha di ritrarre la Storia. Credo infatti che si possa guardare al film partendo da alcune considerazioni sui punti di vista dei tre registi rispetto alla Storia, anche se questo è un film di storie, e mai una minuscola fu più piacevole da usare. Il pregio di alcuni dei maggiori film di Olmi, penso soprattutto a Il mestiere delle armi e L’albero
degli zoccoli, era proprio quello di fare filtrare la Storia dai gesti quotidiani, dalla rappresentazione dell’attività umana, che fosse l’arte della guerra o l’allevamento. Nell’episodio che Olmi firma in Tickets, invece, non c’è appunto bisogno della Storia. In qualche modo appare, come trait d’union tra gli episodi, una famiglia di albanesi in difficoltà. Ma lo sguardo che Olmi ha è quello, invece, di chi vuole prendere un piccolo sentimento come exemplum.
L’errore viene sfiorato appena, invece, nel segmento di Kiarostami, che racconta di un giovane obiettore incaricato di accompagnare un’odiosissima signora alla celebrazione per la morte del marito di lei, generale. Lo sguardo del regista iraniano è veramente basso e frontale, diretto, apparentemente obiettivo e privo di filtri. Ovviamente non è così, basti vedere la sequenza in cui il giovane aiuta la donna a vestirsi, vista attraverso un vetro oscurato di uno scompartimento. In mezzo, però, a battute perfette, a dialoghi semplici e realisti, nello stile del regista, non si capisce perché venga piazzato in bocca ad una ragazzina un "uno-due" banalissimo sui giovani "che ormai non stanno più in piazza e si mandano gli sms." Una caduta, esattamente a metà film, da cui però ci si risolleva presto, con un finale aperto ed evanescente (nel vero senso della parola: chi ha visto il film capirà).
Infine, Ken Loach: lo ammetto, quello che temevo di più. Mi sono chiesto, entrando al cinema, dove Loach potesse piazzare la Storia in un treno: in migliaia di posti. Dal Treno popolare di Matarazzo in poi, dove si vede meglio "lanostrasocietà" se non su un treno?
Ma Loach scarta di lato e si interessa soltanto della sua storia, cioè quella di un gruppetto di tifosi del Celtic in trasferta a Roma per assistere alla finale di Champions League. Grazie ai suoi attori e al solito sceneggiatore Paul Laverty, Loach rende immediatamente vividi i tifosi, senza cadere in macchiettismi sociopolitici, nonostante i tre si mettano a fare i coretti e dichiarino di lavorare in un supermercato. E, partendo da questa base, riesce a rendere credibile e commovente il gesto di generosità dei tre nei confronti della famiglia albanese. Parte, quindi, dai personaggi, e si accontenta di fare trasparire appena la Storia, la lascia affiorare naturalmente, quando è il caso. E rilancia in un finale movimentato e caldo che lascia veramente il sorriso stampato sul volto.

Francesco

4 Comments

  1. anonimo
    Posted 31 marzo 2005 at 19:29 | Permalink | Rispondi

    Ma siamo sicuri che nel mestiere delle armi Olmi “faccia filtrare la Storia dai gesti quotidiani?”

  2. anonimo
    Posted 31 marzo 2005 at 23:46 | Permalink | Rispondi

    Non ho capito se è bello o brutto, alla fine.
    P.

  3. anonimo
    Posted 1 aprile 2005 at 11:00 | Permalink | Rispondi

    io l’ho trovato terrificante.sopra tutti l’episodio di kiarostami, banale fino all’inverosimile, senza ritmo e con dei dialoghi…in che senso perfetti?e poi la moglie del generale non vi sembra una macchietta patetica e poco credibile?

  4. Posted 8 maggio 2005 at 21:00 | Permalink | Rispondi

    d’accordo quasi in tutto quel che hai scritto.
    continua a sfuggirmi il senso di queste operazioni, come tickets e eros,mettere tre grandi autori insieme con il comun denominatore di un tema molto vago, senza un progetto, un fil rouge.mah!
    alessandro

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