ROBOTS, Chris Wedge, USA, 2005

Secondo lungometraggio, dopo l’insperato e clamoroso successo de L’Era Glaciale, per la Blue Sky di Chris Wedge. Schiacciata dalle due superpotenze Pixar e Dreamworks, la Blue Sky si trova nella scomoda posizione di poter rappresentare una terza via al cinema d’animazione. Sfortunatamente per mancanza di coraggio e di inventiva, sceglie di essere una piatta via di mezzo tra i due colossi. Come già per il lungomtraggio d’esordio, anche per Robots si sceglie una storia di una semplicità disarmante ed estremamente schematica, vista e stravista in milioni di film del genere. Il nucleo centrale della storia, viene poi "arricchito" aggiungendo citazioni cinematografiche, televisive, riferimenti visivi dai più disparati mezzi di comunicazione e strizzatine d’occhio al target prescelto. E anche qui, niente di nuovo rispetto a L’era Glaciale. A ben vedere però, le differenze non mancano: se l’evidente povertà di mezzi della Blue Sky veniva intelligentemente sfuttata ne L’era Glaciale, ambientando pressochè tutto il film sul ghiaccio e riempiendo conseguenzilmente lo schermo di un semplicissimo bianco per poi concentrarsi sui personaggi, in Robots ci si è mossi in direzione diametralmente opposta. Ogni inquadratura del film è prepotentemente satura fino all’eccesso: l’ingombrante meccanica di cui sono composti i personaggi e il loro strambo mondo è ovunque, riempie ogni centimetro possibile del quadro. Sembra quasi che alla Blue Sky abbiano voglia di dimostrare di essere diventati più bravi e di saper maneggiare meglio la computer grafica. In alcuni momenti l’effetto è esaltante – il viaggio con i "mezzi pubblici" iniziale e la sequenza del domino mozzano il fiato – ma spesso si ha l’impressione dell’esagerazione, la fastidiosa sensazione di essersi perso qualcosa che non si è fatto a tempo a notare. Avendo così duramente lavorato sul contorno grafico, ci si è però dimenticati di concentrarsi sui personaggi. Una delle fortune de L’Era Glaciale era quella di avere dei protagonisti semplicissimi ma al tempo stesso riconoscibilissimi e (penso soprattutto al bradipo Sid) azzeccati. Qui invece si fa un po’ confusione. Come già visto in molto altri film ultimamente (vedi Sky Captain and The world Of Tomorrow) si tende ad utilizzare le più innovative  e leggere tecnologie digitali per costruire personaggi e ambientati dichiratamente debitori di un immaginario diametralmente oppsoto: i protagonisti di Robots sembrano essere vecchi giocattoli anni ’50, pesantissimi, smontabili, riassemblabili. Avete presente il meccano? La scelta è abbastanza divertente, ma rimane un’intuizione poco sviluppata, solo di superficie. Tutti un po’ troppo simili tra di loro, si finisce per avere dei personaggi divertenti, sicuramente curati, ma mancanti di tratti personali e riconoscibili. Per quanto riguarda il discorso sulle fonti e sulle citazioni anche in questo caso ci si trova di fronte a una mediazione tra la piattezza della Dreamworks, capace solo di citare in superficie elementi cotti, mangiati e riproposti per il pubblico immaginato (vedi i riferimenti all’immaginario visivo Mtv dipendente) e dall’altra parte il complesso lavoro della Pixar, capace di riferimenti trasversali e citazioni complesse e variegate. Niente di che insomma. Un prodotto curato, agile e divertente, con qualche intuizione in più rispetto ad alcuni film Dreamworks, ma sicuramente poco coraggioso e poco libero. Il peso e l’influenza dei prodotti che lo circondano è forse eccessivo e, come già detto, alla Blue Sky manca un po’ di coraggio. La scelta italiana di far doppiare il protagonista a Dj Francesco risulta decisamente infelice. Se è vero che il personaggio in questione esercita un indiscusso fascino verso gli spettatori più piccoli, è evidente che la dizione non è il suo forte e dopo poco sembra di essere in piazza a Trezzano sul Naviglio. Peccato, ma le possibilità di crescita ci sono.

FEDEmc

5 Comments

  1. anonimo
    Posted 5 aprile 2005 at 14:42 | Permalink | Rispondi

    bella di padella!

  2. anonimo
    Posted 6 aprile 2005 at 14:43 | Permalink | Rispondi

    Concordo con Federico sulla sensazione di scacco e incompiutezza del film. Però credo si sottovaluti una cosa che – se sospinta a dovere – avrebbe terremotato il mondo dell’animazione digitale: appunto la dimensione meccanica. E’ la prima volta finalmente che si interrompe la solidarietà tra CGI e smaterializzazione del mondo. Per puro paradosso, “Robots” racconta in infografica un mondi di ferro e bulloni, e la sua scommessa è la sua stessa sconfitta. Il film arranca, sferraglia, urta e satura perché spezza il mondo etereo nato con la Pixar (“Toy Story” non c’entra nulla, tornava sempre al rotondo, alla pezza, al morbido e al volatile). Non ho mai visto tanta concretezza da età industriale in un film creato al computer. Peccato, dunque.
    Roy

  3. Posted 6 aprile 2005 at 17:22 | Permalink | Rispondi

    Oh, ma il post su D’Alatri ?

  4. Posted 7 aprile 2005 at 10:40 | Permalink | Rispondi

    @roy non vedo differenza sostanziale fra il “morbido” della pezza di toy story, la ciccia dell’orco e il “duro” di questi bulloni, che per me restano altrettanto immateriali.
    dici che toy story non c’entra niente perchè riportava al rotondo, alla pezza, al morbido e al volatile.
    in robots quante sfere ci sono? (a partire da bigwheel o come si chiamava) quanti sono gli elementi rotondeggianti? .
    La realtà stessa (la loro) è percepita dai robot come una pezza con la quale rattopparsi(un po’ come MR potato).
    il morbido generico mi sembra bene evidenziato dalla scenda del domino (che non ha nemmeno nessun tipo di riferimento spaziale o scenografico) e tutto sommato anche dalla battaglia finale, che dovrebbe essere l’apoteosi dello scontro pesante, si trasforma in una gelatina informe.
    La configurazione degli stessi robot non mi sembra per niente rigida.
    Di volatilità mi pare ce ne sia a bizzeffe anche in questo film, negli inseguimenti la cosa mi sembra abbastanza chiara.
    Voglio dire….la fisica e la fisicità sarà anche da metallo pesante; ma il bit è per forza morbido e tira per forza di cose verso una smaterializzazione, anche se il film voleva andare da un’altra parte, anche se chi ci ha lavorato voleva dare una sensazione diversa, la natura “morbida” viene fuori cmq.

    L’uncio che mi sembra sia riuscito a costruire un mondo materiale con la CG penso sia Oshii in Innocence, proprio perchè aumenta al massimo la smaterializzazione e taglia i ponti con ogni referenzialità.

    Per te magari questo cercare di ricreare un mondo immaginario che si riallacci al nostro mondo è un pregio. (lo dico senza fare alcun tipo di flaming)
    Per me è un’operazione piuttosto inutile, che castra le risorse espressive e corrompe la natura del mezzo.
    i risultati si vedono.
    ciao

  5. Posted 7 aprile 2005 at 10:59 | Permalink | Rispondi

    Murda, Innocence.
    Inscindibili.

    robots non l’ho visto (ma mi sa che ho fatto bene), quindi sto zitto.
    [lo danno qui a udine nel weekend. che faccio, vado? boh.]

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