Oldboy, Chan-wook Park, Corea del Sud, 2003

Se ne parlava anche con l’amico e socio Fede Mc e si conveniva che Oldboy ci è sembrato un buon film, ma non questo capolavoro che voci assai accreditate indicavano. Perché? L’impressione, riassumendo e asciugando, è che Chan-wook Park padroneggi alla perfezione materiali di cui però non sa cosa fare. La vecchia accusa, degna del miglior Paese Sera, di autocompiacimento e programmatico estetismo? Un po’ sì e un po’ no. Sì perché nel film c’è una evidente voglia del regista di complicare un modulo narrativo e pulsionale (la vendetta: il soggetto è quello di una vendetta che si trascina per decenni) in molte delle sue possibili variazioni. E anche un’impaginazione visiva che spero nessuno si offenda se definisco piaciona, tutta superfici da design, interni perfettamente intonati all’azione. Oltre ad un sempre stiloso modernariato dei mezzi di riproduzione visiva e sonora (tv, fotocamere, registratori: ma senza quella quasi commovente certezza che c’era, ad esempio, in A Snake of June circa la capacità di quei mezzi di succhiare la vita alle persone…). Ma, fin qui, c’è poco da dire: autoindulgenza o meno, Chan-wook Park mette in piedi un mondo di finzione assolutamente coerente, tanto più claustrofobico quanto più i suoi piani, le sue stanze e i suoi momenti sono permeabili e comunicanti.
Quello che ci chiediamo allora (plurale vero: io e Fede Mc) è: a cosa serve a questi fini registici l’immaginario di genere che viene convocato? In Oldboy abbiamo il ricco mad doctor, il gonzo che si riscatta quando è oggetto di una caccia all’uomo, le torture, il sangue, gli scontri corpo a corpo tipici della koiné del b-movie di trenta e rotti anni fa, ma oltre alle figure si rimettono in scena anche i temi che a quelle figure erano legati? Mi sembra di no, come se Park cucisse in modo geniale e virtuosistico tutta una serie di topic del cinema e della cinefilia attuali: le immagini superficiali, i labirinti narrativi, la perfezione dei décor, il ricorso ai generi; ma il risultato finale ha qualcosa di freddo e oltremodo perfezionato, in cui tutto torna, ma di alcune soluzioni e di alcuni passaggi non si sente proprio la necessità, se non in termini di simmetria e di completezza (il telecomando del bypass, l’ipnosi finale, la spiegazione con annessa doccia del cattivo). Non mi ricordo dive ho letto che il cinema di serie b non esiste più perché, ormai, si fanno b-movies con budget da serie a. Chan-wook Park, al contrario, gira un film di serie a (l’incesto è, bene o male, motore di drammi primari…), usando gesti e azioni della serie b. Solo che non si capisce bene da che parte vuole stare e che intenzione hanno i suoi effetti messi insieme in modo magistrale.

p. 

26 Comments

  1. Posted 11 maggio 2005 at 00:34 | Permalink | Rispondi

    intanto grazie per il link ^_^

    Mi sembra che Park sia arrivato ad un tipo di rappresentazione “piaciona” (e ci metto anche tutto quello che hai scritto dopo riguardo al ricorso ai generi ecc ecc) per innestarci il proprio percorso AUTORIALE sul tema della vendetta.

    “freddo e oltremodo perfezionato” come la vendetta di Evergreen.

    l’ipnosi finale è fondamentale per evitare un improponibile happyend… infatti se ti ricordi evergreen dice “noi siamo riusciti ad amarci come fratello e sorella..voi ci riuscirete?” (o qualcosa del genere). Oh Daesu fallisce dove Evergreen era riuscito, ma riesce finalmente a proteggere la propria donna (altro tema forte nel film), cosa che non era riuscita ad evergreen.
    L’inosi in OldBoy è tutt’altro che un facile espediente.

    anche la doccia e il telecomando mi sembra possano essere facilmente giustificati.

    Per le più generiche accuse di formalismo mi arrocco sulla fonte manga del film e lo stile che Park ha voluto riportare….Park ci mostra l’essenza del manga.

  2. Posted 11 maggio 2005 at 01:37 | Permalink | Rispondi

    A me sembrava che la grandezza del film stesse proprio nella cristallina perfezione del suo involucro a orologeria (come gli orologi che costantemente lo scandiscono, come la vendetta perfettamente oliata e inesorabile) che riesce però a sposarsi con i gesti e le azioni della bruta, brutale, tragica e irrazionale vendetta di Oh (i “gesti e azioni da serie b”), per poi sopraffarla.
    La perfezione formale-narrativa (intanto lode a chi riesce a raggiungerla) travalica l’ostentazione di bravura e diviene una spirale lucente e hi-tech in cui far precipitare la foga primordiale del protagonista. Congegni e strumenti sofisticati vari, per non parlare dello splendore visivo, hanno quindi un loro senso.

    Sarà meglio che io la smetta con i paroloni ^^” …mi spiace davvero che il film non vi abbia smosso né coinvolto. Mi stupisce anche un po’ :)

  3. Posted 11 maggio 2005 at 12:30 | Permalink | Rispondi

    Intanto un cinque alto al dott.Noto che ha scritto un bel post. Chiariamo che il film da queste parti è piaciuto, che non vogliamo fare i bastian contrari senza se e senza ma, e che non si vuole rompere le palle una buona volta che esce un film del genere in sala. Qualche domanda però ce la si pone. Per quanto mi riguarda gli stessi dubbi mi erano venuti dopo la visione dell’episodio di park per three extremes. Certo, materia differente, ma la tendenza si è rivelata poi quella (so che è successivo, ma io l’ho visto prima). La perfezione formale è sicuramente un merito, e qui siamo a dei livelli sorprendenti, ma mi sembra non trovare una motivazione. Quello che mi aveva colpito di Symphathy (secondo me nettamente meglio) era il contrasto tra questa forma perfetta e una violenza narrativa – dettata molto più dal caso che non da un meccanismo ad incastro perfetto – che faceva da detonatore. La disperazione, la reazione alla violenza, la furia dei protagonisti riusciva a bucare quella perfezione proprio perchè scatenata dal caso, da qualcosa di imprevedibile e di inaspettato. Un caos che non riesce a rimanere congelato in quei quadri perfetti, ma che esplode violento rompendo regole e perfezione (la scena del corridoio di Old Boy in questo senso è perfetta). Certo si può dire che è un manga, ma è evidente che il tentativo di Park, come ha spiegato il dott. Noto, è quello di prendere dalla serie b per elevare alla serie a. Se sulla storia si può aver poco da obbiettare (quella era sulla carta stampata e quella rimane nel film) sullo stile… Sembra quasi che si voglia nobilitare un materiale considerato basso e rozzo in partenza a colpi di stile. Detto questo, fra poco torno a vederlo.
    FEDEmc

  4. Posted 11 maggio 2005 at 12:50 | Permalink | Rispondi

    ma lo state forse accusando di troppa perfezione?

  5. Posted 11 maggio 2005 at 14:01 | Permalink | Rispondi

    Oddio, a me pareva che in Sympathy la violenza con conseguente discesa verso inferi sempre più neri non fosse inaspettata (se non nella modalità di svolgimento) bensì ineluttabile, inesorabile, prevista, e in tal modo rispecchiata nel perfetto gelo della messa in scena. Insomma non vedo questa differenza tra i due film, differenza che semmai identifico proprio nel fatto che in Symapthy la tragedia permea e impiastriccia tutto sin dall’inizio, in OB essa si accumula “inconsciamente” per esplodere (inattesa e insieme temuta) in fondo.
    E in entrambi i film la furia irrazionale è sempre ricondotta agli abissi più neri e freddi dell’ineluttabilità della tragedia.

    Lungi da me pensare che siate bastian contrari per partito preso! Tutt’al più difficilmente entusiasmabili, questo sì ;)

  6. Posted 11 maggio 2005 at 15:05 | Permalink | Rispondi

    grazie del link. purtroppo per la mia nota incompetenza non riesco ad inserirmi in questa discussione, ma continuerò a leggerla vigliaccamente con piacere, situandomi ovviamente da quest’altra parte.

    un bacio sul naso a Fede e ancora complimentoni al dott.Noto che, nonostante il mio disaccordo, ha scritto un altro signor post.

  7. Posted 11 maggio 2005 at 15:06 | Permalink | Rispondi

    e ricordatevi che Sympathy adesso dovete chiamarlo Mr.Vendetta.

    per chiarezza. ;-)

  8. Posted 11 maggio 2005 at 18:56 | Permalink | Rispondi

    Un film non facile (e con varie scene difficili da digerire, truculenti e inquietanti), ma fatto talmente bene che anche chi non gradirà non avrà sprecato tempo e soldi.
    Visivamente splendido, violento e spregiudicato, pieno di invenzioni stilistiche: un film che sicuramente i giovani, in cerca di emozioni e di cinema forte, adoreranno.

    Qualche critico ha parlato di esplosività creativa dell’Est contro la anemia del cinema occidentale: sottoscrivo.

  9. anonimo
    Posted 11 maggio 2005 at 21:17 | Permalink | Rispondi

    ignorate un istante le classificazioni manualistiche tipo serie a o serie b perche’ in questo caso, grazie al cielo, non servono a nulla. Semplifico per ovvie ragioni (ma avro’ modo di approfondire, se qualcuno mi risponde e non mi fa monologare da solo – vedi la diatriba su Eastwood). Se Edipo rappresenta l’ingresso del soggetto nel dominio della Legge a scapito di parte del godimento materno preedipico (o cosi’ comunque vuole la vulgata) per avere poi accesso a una specie differente “civilizzata” di godimento, la bulimia stilistica di Park, che attua nei confronti dello spettatore anche ma non solo a causa della violenza un gioco potente di attrazione-repulsione, rappresenta precisamente l’ambiguita’ del godimento che Edipo e’ chiamato a sciogliere. E come lo scioglie? Facile: al contrario di Lee Woojin che lascia sprofondare la sorella nell’abisso, Oh Daesu trattiene lo sconosciuto per raccontargli la propria storia: la dimensione pura e semplice della narrativita’ viene recuperata trionfalmente. Oldboy non e’ il trionfo delle superfici, ma una eroica sfida modernista di recupero del Racconto (comunque un Racconto modernamente che si frantuma, si rende ambiguo, si nutre della stessa fragilita’ dei propri presupposti) – il fatto che cosi’ tante frasi ad effetto , situazioni eccetera si ripetano due volte non e’ per una banale macerazione nella specularita’, ma semplicemente perche’ la loro ripetizione PRODUCE SENSO, sicche’ ad esempio la frase “anche se sono poco piu’ di un mostro anch’io ho diritto a vivere” assurge infine a chiara sintesi del film. Davvero, e’ cosi’ semplice. Mai visto uno stile cosi’ ipertrofico e meno compiaciuto: come Edipo (semplifico) mette in discussione il godimento e lo trasforma per salvarlo da un circolo vizioso da cui non puo’ uscire, cosi’ le dinamiche edipiche di Oldboy sono il processo, la condanna e la salvifica espiazione del “godimento stilistico” sfoggiato da Park (poiche’ il godimento si palesa manipolazione, potere – appunto Daesu credeva di vivere la propria vita e invece viveva quello che l’ipnosi gli comandava), la lingua viene tagliata (e Edipo accecato) per riconquistarsi di nuovo una possibilita’ di enunciazione che il fronteggiarsi in abisso delle superfici pareva dare per spacciata. Non e’ vero che un granello di sabbia e uno di roccia affondano allo stesso modo: parteggiando apertamente per Daesu, Oldboy ci dice che esistere e’ possibile, anche se il prezzo da pagare e’ massimo (l’alienazione dell’ipnosi, in cui Daesu si stacca dal se’ stesso che rimane sul vetro) e spaventa chi come Woojin non puo’ rinunciare all’oggetto impossibile del desiderio (la sorella che prima di morire gli dice di continuare a ricordarla).
    Harald E Mann

  10. Posted 12 maggio 2005 at 10:34 | Permalink | Rispondi

    ragazzi, mi sento davvero a disagio nella parte del guido aristarco di turno, però…
    mi sembra che giustificare procedimenti formali agganciandoli al contenuto del racconto (il piacere di Park come quello di Edipo, la messa in scena algida come la vendetta) sia un po’ una scorciatoia. la libertà formale degli anni ’60 e ’70 consisteva proprio nel montare un poliziesco come se fosse Godard, senza motivazioni apparenti.
    qui non si dice che un carrello non va fatto perché non ce n’è bisogno, o che la perfezione formale è sintomo di adulterazione. vorrei dire invece che tutte queste cose messe sul tavolo (sangue, edipismo, serie b, manga, simmetria, superfici etc. etc.) limitano un po’ (poco) l’aria attorno al film.
    che, lo preciso, resta un gran film, che vorremmo ne uscisse uno la settimana, così.
    p.

  11. anonimo
    Posted 12 maggio 2005 at 19:48 | Permalink | Rispondi

    si’ l’ho messa in questi termini per semplificare, ma rimane il fatto che (secondo me) il punto non sta dalle parti della serie B 60 o 70… o magari si’ c’e’ anche quello ma in misura molto, molto minore rispetto al resto
    Harald E Mann

  12. anonimo
    Posted 12 maggio 2005 at 19:58 | Permalink | Rispondi

    Dunque:
    siamo sicuri che Dahesu salvi il suicida? A me sembra che lui si suicidi appena Dahesu se ne va. lo lascia andare, non ne ascolta la storia, gli serviva solo un ascoltatore. E’ la ripetizione della colpa, identica a quella che gli rimprovera Lee Woojin: parla troppo e poi se ne va.
    Se il gioco delle ripetizioni che fanno senso è valido, anche questa è ripetizione, se non altro per coerenza.
    Oldboy non dà adito ad alcun recupero del racconto (o Racconto) perché sceglie il punto di vista di dahesu, che è quello di un fantoccio la cui vita è controllata (fino al quasi deus ex machina dell’ipnosi – controllo totale anche dell’innamoramento, capace di superare il tab dell’incesto) e sballottata dal vero destinante (grande altro, nome del padre, fate come volete voi) che è Lee Woojin. E’ la sua vednetta che è raccontata, che è messa in scena, anche perché, se esuliamo dal punto di vista su e a favore di Dahesu, la vendetta di dahesu è solo una parte (enunciata) della vendetta di Lee Woojin, che è la legge.
    Non c’è redenzione anche perché per vivere si deve ricorrere al’ipnosi, il mezzo piu’ crudele, per poter continuare a “peccare” e a vivere.
    Non c’è riconquista di alcuna enunciazione, perché si tglia la lingua, e perché il Grande altro è semplicemente più forte e sempre lo sarà.
    Esulerei da qualsiasi interpretazione relativa a un presunto vitalismo di
    Oldboy, a meno che appunto non sia suggerita dallo stile, o dall’accumulazione di elementi.
    E appunto questo che fa problema, che c’è uno iato tra l’accumulo di materiali quasi in eccesso (bellissimo, lo ammetto), e la primarietà della tragedia.
    La confuzione, che nuoce un po’ al film, è presentare Gregor Samsa come se fosse un Charles Bronson vestito da Armani. L’eccesso di stile nuoce alla coerenza di ciò che è raccontato e di come viene raccontato.
    Rimane un grande film.
    m.

  13. Posted 12 maggio 2005 at 20:22 | Permalink | Rispondi

    Potremmo spiegare il tutto semplicemente con questioni pagnottesche? Del tipo: autore sì, ma divertiamo anche il pubblico, perché un secondo Sympathy for Mr.Fiasco Commerciale non me lo perdonerebbero?

    In questo senso trovo le due componenti perfettamente complementari e funzionali l’una all’altra. Insomma, guardiamo un grande film divertendoci un sacco: non è roba da poco.

    Scusate le affermazioni così terra-terra, ma ne sentivo la necessità

  14. anonimo
    Posted 13 maggio 2005 at 15:45 | Permalink | Rispondi

    m.: Sulla tragedia: la tragedia arriva nel momento in cui (e perche’) l’accumulo di materiali si rivela fallimentare. Prima del confronto diretto woojin-daesu l’accumulo straripante di materiali sembra (e in un certo senso e’) il correlativo della furia vendicativa di daesu, mentre invece si rivela subdola manipolazione e soprattutto nutre il bisogno di woojin di vedere riconfermata (nel tentativo dell’altro) la necessita’ dello scacco (senza la quale il ricordo della morte della sorella, morte da cui non puo’ liberarsi – e’ la sorella stesso ad averlo ordinato – e’ intollerabile, e appunto una volta caduto quest’ultimo alibi si uccide). Solo a questo punto, e cioe’ cadute le illusioni sulla spregiudicatezza stilistica, si inserisce la tragedia, solo da qui in poi Edipo e tutto il resto. Non mi sembra ci sia iato tra accumulo di materiali e tragedia perche’ la tragedia consiste proprio nell’al di la’ del folle luna park registico, nel limite intrinseco di questo luna park. E’ il suo lato oscuro. Riguardo al resto: e’ cruciale il fatto che Woojin NON SIA il Grande Altro, che quest’ultimo sia e rimanga un’entita’ astratta e disincarnata, un destino spietato e impersonale (per Edipo vale lo stesso discorso, il Grande Altro non coincide con la specificita’ di “suo” padre, sono entrambi vittime del Fato). Funge da Grande Altro, certo (e infatti all’inizio non lo si vede), ma la vicenda comincia a sciogliersi appunto quanto smette di essere anche solo altro (perche’ alla fine finisce per coincidere, in un certo senso, con Daesu) nonche’ quando, con l’episodio della sorella, la sua umanita’ e limitatezza viene a galla. Il Grande Altro vero certo che e’ piu’ forte, e proprio per questo l’unica salvezza e’ aderirgli: Daesu e Woojin, per quanto uguali, sono separati dall’enorme differenza che c’e’ tra chi sceglie di farsi ipnotizzare (Daesu) e chi si illude di comandare l’ipnosi su un altro (Woojin). Oppure, da un altro punto di vista, Woojin non puo’ avere il coraggio di farsi ipnotizzare per dimenticare la sorella. Lui getta la vendetta su un altro, Daesu (alla fine) la assume su di se’. Il fatto che la redenzione sia impossibile e’ la chiave stessa della salvezza. L’ipnosi appunto e’ prima l’impossibilita’ della redenzione (impossibilita’ di vendicarsi appieno) e poi la chiave della salvezza.
    Riguardo al salvataggio o meno del tizio, nel mio ultimo post non mi riferivo tanto al salvataggio in se’ quanto al fatto che Daesu gli racconti la storia: il collegamento tra narrazione e salvezza non e’ di tipo diretto ma appunto, come ho detto poche righe fa, e’ tuttuno con la propria condanna, percio’ il parlare troppo di daesu si’ fa ammazzare il tizio col cane, e condanna Oh al non potere piu’ parlare “in prima persona”, ma non per questo lo estromette dal linguaggio: innanzitutto perche’ “e’ parlato” dall’ipnosi finale, ma soprattutto perche’ tutto il film e’ raccontato da una voce narrante che sembra sua ma non lo e’ e comunque non per questo smette di avere efficacia (quantomeno manipolatoria nei confronti dello spettatore appunto risucchiato nel gioco dei due protagonisti – e qui rispondo a ohdaesu: tutto vero quello che dici, ma e’ anche vero, senza che ci sia la minima contraddizione, che questo stesso divertirsi e’ perfettamente compreso, per non dire stretto in una morsa, tra questo tipo di meccaniche, per cui non sono discorsi cosi’ campati per aria…). Di nuovo, il Grande Altro, il linguaggio-legge esterno e inaccessibile al soggetto, e’ e rimane piu’ forte (anche di Woojin), ma questo appunto concede al soggetto l’unica via di salvezza ovvero “simulare” la volontarieta’ dell’atto di aderirgli (che e’ possibile perche’ e’ anche possibile non farlo, come non lo fa Woojin). L’enunciazione e’ possibile, ma solo se il soggetto se ne fa carico “dall’esterno”, per cosi’ dire.
    Harald E Mann

  15. Posted 13 maggio 2005 at 22:36 | Permalink | Rispondi

    Harald E Mann non capisco una cippa di quello che scrivi.

    @M “è presentare Gregor Samsa come se fosse un Charles Bronson vestito da Armani.” Questo per me basterebbe a farne un capolavoro….. io non ci ho visto nessun tipo di confusione.

    sottoscrivo quello che ha scritto OhDaesu (il nostro.)

  16. Posted 14 maggio 2005 at 13:50 | Permalink | Rispondi

    Ohdasu:Tornando alle differenze tra i due film di Park. Vero che parliamo di un mondo dove la violenza esplode ineluttabile, ma quando mi riferivo al caso, intendevo n’altra cosa. Se in Old Boy il piano di vendetta di Woojin è pura matematica e si affida addirittura all’ipnosi, al condizionamento delle persone, per far accadere tutto ciò che vuole, in Symphaty tutto accade casualmente. La premeditazione, la pianificazione del Sig. Vendetta arriva dopo, quando il caso (un disabile che spaventa una bambina che non sa nuotare nei pressi di un fiume…) ha la meglio su piani che vorrebbero essere precisi, ma che non possono esserlo perchè c’è sempre qualcosa che non torna. Ed è li che la forma esplode. Difficilmente entusiasmabile a chi?
    Bella Kekkoz.
    Fmc

    Ma l’avete visto il trailer di Sympathy for lady vengeance?

  17. Posted 14 maggio 2005 at 22:57 | Permalink | Rispondi

    Mi sembra una critica molto ben scritta ma poco condivisibile ed eccessivamente severa.Cosa c’è di male nel “girare un film di serie a, usando gesti e azioni della serie b”? e perché “simmetria e completezza” devono essere considerate delle pecche in un film che procede volutamente con la precisione meccanica di un orologio? “freddo e oltremodo perfezionato” mi sembra poi quanto meno eccessivo…siamo di fronte a un ottimo action-movie, girato con gusto e che non si vergogna delle proprie povere origini (il manga). Il resto, IMHO, mi sembrano questioni di lana caprina…

  18. Posted 15 maggio 2005 at 19:02 | Permalink | Rispondi

    Fmc: ho capito, e in effetti concordo, ma continuo a non ritenerlo un motivo tale per cui SfMV è migliore di OB.
    Non resta che vedere in che modo il tema sarà affrontato nel terzo capitolo, del quale posso confermare che in molti abbiamo già visto il trailer, con grande gioia ed aspettative follemente, scioccamente, adolescenzialmente incontrollate.

  19. Posted 15 maggio 2005 at 19:06 | Permalink | Rispondi

    glossa: nel mio post sottostante, subito dopo la parola “OB”, si inserisca la seguente frase: “semplicemente, direi piuttosto che i due film presentano due modalità speculari -ed ugualmente avvincenti- di affrontare lo stesso tema”.

  20. Posted 16 maggio 2005 at 12:25 | Permalink | Rispondi

    please cancellate il commento precedente. ero io.

    ohdaesu: soprattutto adolescenzialmente.

    fede: bella.

  21. Posted 16 maggio 2005 at 13:15 | Permalink | Rispondi

    @ kekkoz: cancellato. la tua bat-identita’ restera’ un segreto.

  22. Posted 16 maggio 2005 at 20:04 | Permalink | Rispondi

    muah ahah

  23. Posted 17 maggio 2005 at 18:55 | Permalink | Rispondi

    @HaraldEmann. Scusa il ritardo di risposta. In breve, per quanto possibile. Non credo che la tragedia sia aldilà del folle luna park registico. La tragedia è il sangue, la vendetta, l’incesto. Io penso che comunque permanga uno iato tra stile e materia trattata. Se vogliamo considerarli correlativi e corrispondenti, non lo sono tanto alla vita e alle vicende di Dahesu (che in fondo è un semplice impiegato prima, e un poveretto rinchiuso quindici anni in una stanza poi) ma al mondo del ricco e potente Lee Woojin, che non è un destino impersonale, ma che è un dio crudele e vendicativo. Per questo lui può dominare con l’ipnosi, può scegliere di uccidersi al termine della vendetta, può vincere post mortem consentendo a Dahesu di vivere se e solo se farà quello che lui ha fatto. Cioè ipnotizzare, rivolgendosi alla stessa persona, e vivere nell’incesto tranquillamente.
    Woojin non vuole dimenticare la sorella facendosi ipnotizzare non perché non può, ma semplicemente perché la sorella è morta, mentre Dahesu vivrà con la figlia. Insomma Dahesu diverrà quello che era Lee Woojin da giovane, il che è una bella condanna, che mostra come Lee Woojin all’interno della rappresentazione sia quasi onnipotente, da potersi permettere anche degli errori non fatali, come quello della microspia.
    Per quanto riguarda il rapporto tra salvezza e narrazione, penso che siano slegate perché la narrazione non è possibile se non autorizzata da Lee, e dahesu non può raccontare perché tutto il suo universo è condotto da un altro, perché è senza lingua, perché si deve fare ipnotizzare. La tragedia può anche essere attraversata, ma la logica della tragedia rimane inaccessibile.
    m.

  24. anonimo
    Posted 18 maggio 2005 at 10:51 | Permalink | Rispondi

    m.: E’ vero, la tragedia e’ attraversabile e nello stesso tempo inaccessibile: ma proprio in quanto irraggiungibile e’ possibile fuggirne (con l’ipnosi, che, e non e’ poco, di fatto cancella l’incesto). Quello che dici tu su salvezza/narrazione sarebbe vero se l’unica narrazione possibile fosse quella che dipende strettamente da un soggetto narrante – in verita’ non e’ cosi’, e’ tra le migliaia di esempi di soggetto, da cui dipende la narrazione, “decentrato” (vorrei dire assente ma dopo scatterebbe il dileggio ironico di p. su sutura nome-del-padre eccetera) il piu’ evidente e quello piu’ utile per sintetizzare il discorso non potendolo qui approfondire, e’ la natura (almeno in parte, ma una parte fondamentale) automatica del cinema. Dando per buono questo punto, la narrazione senza soggetto e’ possibile (oltre che comunque, ripeto, Oldboy l’aveva gia’ dimostrato facendosi raccontare da una voce impossibile (senza corpo), quella di Daesu dopo la rescissione della lingua), e con essa, come tu stesso hai riconosciuto affiancando narrazione e salvezza, la salvezza di Daesu. Riguardo al rapporto Daesu/Woojin: Daesu NON diventera’ Woojin perche’ Woojin di fatto non ha mai compiuto l’incesto vero e proprio (partorito invece dal pettegolezzo – il cui gonfiarsi indipendentemente da quanto detto inizialmente da Daesu peraltro e’ un altra ottima manifestazione della possibilita’ di narrazione senza (o principalmente senza) soggetto). Alla fine la distanza tra Daesu e Woojin da nulla diventa massima perche’ il primo compira’ l’incesto senza poterlo sapere, il secondo non lo ha mai compiuto ma, fino al suicidio, ha vissuto sotto il peso del come-l’avesse-compiuto (senza contare che uno si autoipnotizza e l’altro ipnotizza un altro, altra differenza capitale). Per questo il potere di Woojin su Daesu alla fine cade – fermo restando il Fato tragico che grava su entrambi, ma per l’appunto come vuole la tragedia autentica e’ invisibile, non ha una personificazione assoluta. Insomma Woojin NON e’ onnipotente, va bene, sceglie di uccidersi, ma (e Oldboy a tal proposito e’ molto chiaro) e’ costretto dal ricordo della sorella.
    Harald E Mann

  25. anonimo
    Posted 18 maggio 2005 at 12:42 | Permalink | Rispondi

    caro Harald,
    nessun dileggio, sono serissimo quando chiedo di parlare di sutura e semisimbolico.
    semmai non sono d’accordo sull’uso che fai tu di certi strumenti.
    esempio: la narrazione senza soggetto. in che senso e in che posizione? altro che narrazione automatica: qua un soggetto c’è e anche piuttosto ingombrante (Lee Woojin, ovviamente), in una posizione così potente, dal punto di vista cognitivo, da assumere un ruolo ben più complesso di quello di anti-soggetto. il suo potere, alla fine, non decade per nulla, dal momento che (sia pure in forma ottativa anziché prescrittiva) è lui a indicare la direzione che Oh Daesu segue (“spero che riuscite ad amarvi”).
    insomma, il Grande Altro, come in molte delle cose migliori del cinema attuale, non è poi così grande e va affrontato per scarti dell’azione (deponziamenti, travestimenti, finzioni) anziché per contrapposizione.
    saluti,
    p.

  26. anonimo
    Posted 19 maggio 2005 at 14:27 | Permalink | Rispondi

    p.: infatti ho parlato di tutt’altro che di contrapposizione. Ripeto, a mio parere il Grande Altro che Daesu decide di seguire alla fine NON e’ Lee Woojin – le ragioni sarebbero tante, seguendo (all’inverso) quella che proponi tu, il fatto che Woojin dica “noi ci amavamo anche se sapevamo tutto, chissa’ se anche per voi sara’ lo stesso” io non la vedo tanto come un’indicazione delle intenzioni future di Daesu (del resto ovvie, e sarebbero rimaste quelle anche senza che Woojin avesse detto alcunche’), quanto un’affermazione sarcastica dell’impossibilita’ di Daesu e la figlia di amarsi ancora. Mi sembra che sia molto piu’ di una sfumatura ironica, nella frase di Woojin, ad avvalorare questa ipotesi – che squalifica Woojin della presunta onnipotenza, semplicemente perche’ questa previsione la sbaglia (inoltre: se Woojin non fosse stato sicuro che Daesu e la figlia fossero incapaci di amarsi sapendo dell’incesto non si sarebbe sparato: lui si spara perche’ considera effettuata la vendetta, che era l’unica ragione della sua vita). Sulla narrazione senza soggetto: non ho attribuito al testo “Oldboy” una narrazione di questo genere, ne’ piu’ in generale ho messo in relazione Oldboy nella sua globalita’ a questo tipo di narrazione. (non che non si possa forse fare, ma semplicemente al riguardo non ci ho mai pensato). Volevo solo dire che l’idea in se’ di narrazione senza soggetto poteva essere ammissibile (e da li’ ho fatto gli esempi magari poco felici, ma il punto non era quello), ma non per definire in questo senso la struttura di Oldboy, quanto per affermare come plausibile l’elemento PARTICOLARE, specifico, della struttura di Oldboy che mi interessava avvalorare per confermare quello che dicevo: tale elemento appunto e’ il fatto che uno specifico modulo narrativo di Oldboy (la voce over di Daesu che racconta) cambia status nel corso del film verso una separazione di se’ dal soggetto che la enuncia (nel momento in cui vediamo la lettera all’ipnotizzatrice seguente la rescissione della lingua sappiamo che la voce che ha guidato il film non puo’ appartenere a Daesu, privato della voce), con tutti i riverberi sugli altri livelli che questo comporta (la narrazione senza soggetto diventa ipoteticamente POSSIBILE (ripeto, il testo Oldboy non centra o comunque centra fino a un certo punto, e comunque non ci ho pensato) e per analogia il Grande Altro si svuota della necessita’ di una personificazione, diventa analogo allo strumento vuoto (appunto perche’ lo possono compiere sia Daesu che Woojin) che e’ l’ipnosi, cosa che permette l’aderenza (problematica, nel senso che ho accennato in tutti i commenti precedenti) ad esso di Daesu). Daesu dunque aderisce al Grande Altro e percio’ stesso se ne salva; la messa in scena di Oldboy mima questa aderenza nel momento in cui il punto invisibile “regia” che si fa carico del tour de force stilistico perde per strada qualsiasi personificazione: nei commenti precedenti ho cercato appunto di mostrare tra l’altro come sia il ruolo da parte della regia (o chi per lei) di contrappunto narrativo del personaggio-Daesu che quello di Onnipotente demiurgo alla stregua di Woojin siano prima allusi dal testo-Oldboy e poi bruscamente negati, a tutto vantaggio dell’impersonalita’ del Grande Altro cui aderisce (infine) la messa in scena. Non so se ho risposto a tutto, spero di si’.
    Saluti,
    Harald E Mann

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