CLEAN, Olivier Assayas, Francia, 2004

Emily ha perso tutto per una dose: quella che si è portata via Lee, compagno di vita, di musica e di eroina. Per una dose, Emily ha perso l’amore e la libertà, ma soprattutto un figlio, affidato ai nonni paterni. Solo quando ritornerà pulita, fisicamente e mentalmente, Emily potrà riabbracciarlo. Solo quando ritroverà quel limpido, magico accordo.

Da sempre il cinema di Olivier Assayas ha avuto un legame strettissimo con la musica. Come pochi altri riesce a filmare un’esecuzione musicale privandola di qualsiasi vezzo estetico, restituendocela nella sua affascinante semplicità. Come pochi altri riesce a raccontare ed evocare semplicemente attraverso una canzone. Irma Vep che si aggira spettrale sui tetti parigini al ritmo dei Sonic Youth. Un falò della gioventù anni ’70 a base di Creedence e Nico. Clean, ammantato dei suoni d’annata di Brian Eno, possiede la semplicità di una canzone, con la sua lineare sequenza strofa-ritornello. Ma possiede anche quelle poche note dissonanti ed imprevedibili capaci di elevare il brano dalla propria ripetitività. Così, partendo da una banale parabola rock incentrata sulla banale figura di una rockstar, con il conseguente corollario di banale disperazione, Assayas ci racconta con grazia e leggerezza una storia senza nessun artificio, tranne poche dissolvenze, come a scandire le strofe di questa moderna ballata. E lo fa inserendo quelle poche note che non ti aspetti. E il miracolo accade. Come in una bella canzone. La macchina da presa sempre in movimento pedina la discesa agli inferi di Emily, il suo disagio di vedova e madre, spezzata perfino dalla geografia, divisa com’è tra il freddo Canada del compagno e la caotica Londra della vita precedente. Ma sarà nella pulsante Parigi della giovinezza che troverà il nonno di suo figlio, un angelo con le rughe di un gigantesco Nick Nolte, che le darà l’occasione di redenzione e grazie al quale forse ritroverà, con dolorosa coerenza, il limpido, magico accordo. Assayas scrive e costruisce un monumento filmico intorno al viso ed al corpo di Maggie Cheung, ex-moglie, attrice, cantante, icona. Insieme a lei ed alla sua Emily, con commozione, ritroviamo anche noi quel limpido, magico accordo laggiù, oltre il Golden Gate di San Francisco. Come in una bella canzone.

Tom

One Comment

  1. anonimo
    Posted 13 giugno 2005 at 10:25 | Permalink | Rispondi

    Film bellissimo: se posso fare un rilievo inutile e che non intacca il valore del film, direi che l’apologia dell’era della tv via cavo come il far west dei tempi d’oro in cui tutti facevano quel cacchio che gli pareva (tutti artisti, tutte cose belle, tutto avantissimo), è un po’ fastidioso. Le ingerenze coproduttive sono nocive, fermiamole

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