La guerra dei mondi di Steven Spielberg
 
Ci sono gli alieni cattivi che attaccano la terra, gli umani provano a resistere, ma lo spettatore segue una famiglia qualunque, quella di un padre assente, rozzo, rotondetto e monoespressivo, un giovane ribelle, e una bambina ottenne che soffre di attacchi di panico, di scoliosi, partecipa a gare di equitazione e probabilmente ha organizzato dei party di beneficenza e salotti letterari, ma la sceneggiatura a questo proposito tace. Quindi, si comincia a tifare per i tripodi. Comunque, per non sbagliare, i personaggi li si taglia tutti con l’accetta, tranne il paranoico interpretato da Tim Robbins che è un vero e proprio blocco di marmo senza sfaccettature.
Si dice che questo sia il film di Spielberg su Al Quaeda e sull’undici settembre: una riflessione potente e coinvolgente che fa impallidire quelle di illustri politologi come Calderoli e Paris Hilton. Se è una metafora del terrore che scoppia senza ragione (“non è una guerra, è uno sterminio”), Spielberg ci infila dei tocchi di immoralità spaventosi: siamo addirittura agli ammiccamenti, alle citazioni con strizzatine d’occhio alla rappresentazione del crollo delle Twin Towers, soprattutto attraverso le riprese video amatoriali. Si vede che Spielberg deve aver subodorato qualcosa del filone critico che basta che ci sia un monocolo, un pezzo di vetro, un oblò, un occhio nel testo, e subito si trova a parlare di nuova articolazione della teoria della visione – ce ne sarebbe una nuova al mese. Garantito così il patentino “si sta a ffà del metacinema”, senza pensare al fatto che si tratta di inserti di reale ripugnanti (a questo punto, il banale oscuramento di Michael Moore diventa una soluzione da tramandare ai posteri), che servono a puntellare una metafora che fa acqua da tutte le parti, e senza meditare al fatto che non si dovrebbero fare strizzatine d’occhio ad una tragedia, ma o la si prende di petto (nelle cause, negli effetti o nello svolgimento) o è meglio la si trascuri, la si faccia dissolvere nel metaforico, in una chiave di lettura narrativa e figurativa che sia morale. Spielberg prova a far emergere dal terrore di fronte ad una minaccia ignota e spietata, la fuga, la ricerca di una speranza che è ridotta al lumicino, il suo piccino discorso autoriale. Ma tutto, nella narrazione, è soffocato dall’idea di voler comunicare altro, di voler dire di più, quando una convincente e semplice descrizione della paura di un’alterità sconosciuta e con cui sarebbe stata più che sufficiente. E allora via con l’infarcitura del testo di episodi e riflessioni incoerenti, ambigue e senza alcuna forza: i profughi che fuggono dalle loro case ricordano sequenza di Schindler’s List, in modo da buttare in vacca qualsiasi prospettiva storica (o astrattamente parabolica, andrebbe bene lo stesso) della minaccia, gli alieni assomigliano a ET, e già me lo vedo Spielberg dire con tono solenne e faccia contrita: “Eh, i tempi sono cambiati”, la sequenza del giovane che, ardito, vuole pugnare contro gli invasori del pianeta bolscevico e traditor sembra una piatta pubblicazione dell’Opera Nazionale Balilla, però senza epica né disperazione del sacrificio, senza orrore della guerra e senza senso della morte (con questo non si vuol dire che Spielberg sia fascista, anzi). Tralasciamo la lunga parentesi, che vorrebbe essere etica, con Tim Robbins, in cui il film riesce a perdere le già poche energie che aveva, per mettere a confronto due opposte visioni del mondo e degli alieni, ma estremamente confuse nell’esposizione, chiudendosi con un ostentato finto pudore, reiterato figurativamente più volte (benda, porta chiusa, fuori campo) sull’orrore della morte “necessaria”. 
Mettiamo in chiaro una cosa: questa non vuol essere una critica ideologica al film. Non è quello il problema, non solo quello. Sono chiari i virtuosisimi di ripresa (es. l’incipit con Cruise sul montacarichi), una scelta estetica meditata, solo che questa forma curatissima da un lato incappa in scivoloni vistosi per la chiara fregola “di fornire un messaggio”. Che questo messaggio poi sia confuso e opinabile è un altro discorso. Purtroppo, la costruzione della paura, i virtuosismi di ripresa, cedono sotto i colpi di una struttura narrativa e figurativa veramente povera, nella scelta di un punto di vista che vuole essere disperatamente ad altezza d’uomo, quando l’aspirazione non nascosta del film è di uscire dal quotidiano per discorrere dello storico e dell’umano.
Un’opinione più articolata potrebbe essere: quando il film guarda la fuga di un uomo da un orrore sconosciuto è convincente, in una buona aderenza tra forma filmica e contenuti, quando prova a impostare un discorso su questo orrore, nel doppio senso degli alien e del sentimento provato dagli uomini, fallisce miseramente. Un film che vorrebbe disperatamente dire qualcosa di profondo, e con questo soffoca ogni ispirazione che potrebbe essere autentica.
 

manu

28 Comments

  1. Posted 6 luglio 2005 at 13:00 | Permalink | Rispondi

    Il Pezzotta non la pensa tanto diversamente:

    http://www.corriere.it/vivimilano/edicola/vivimilano/2005/07/06/cinema

  2. Posted 6 luglio 2005 at 14:00 | Permalink | Rispondi

    Concordo in gran parte, anche se non sono mica sicuro che ci fosse questa ‘urgenza’ di esprimere un messaggio… cmq peccato che Spielberg si butti via in questo modo

  3. Posted 6 luglio 2005 at 14:55 | Permalink | Rispondi

    bellissimo post, manu. sono perfettamente d’accordo con te. bravo.

  4. anonimo
    Posted 6 luglio 2005 at 15:40 | Permalink | Rispondi

    No, ma scusate, l’agghiacciante accoppiata del batterio killer e di Dio creatore dove la vogliamo mettere. In un colpo solo darwinismo e antidarwinismo. Come dire, un piede in due staffe?

  5. anonimo
    Posted 6 luglio 2005 at 16:00 | Permalink | Rispondi

    quello è il libro…

  6. anonimo
    Posted 6 luglio 2005 at 16:10 | Permalink | Rispondi

    La cosa del batterio aveva un sentore ottocentesco, l’ho presa come una citazione del libro. Ma che qualcuno, eventualmente, confermi.

  7. anonimo
    Posted 6 luglio 2005 at 16:11 | Permalink | Rispondi

    Hanno già confermato.

  8. Posted 6 luglio 2005 at 22:09 | Permalink | Rispondi

    Però il primo tempo, più o meno fino a quando gli fottono la macchina, è il film che ho sempre desiderato vedere da bambino. Da grande i difetti sono troppo evidenti, ma la prospettiva dell’invasione catastrofica ad altezza uomo, resa in modo tecnicamente azzeccato, è quell’idea talmente scontata che ancora non ce l’aveva fatta vedere nessuno (Signs non conta perchè praticamente non ci sono effetti speciali). Sul resto del film è più dignitoso tacere.

  9. Posted 7 luglio 2005 at 10:59 | Permalink | Rispondi

    io ho sempre schifato spielberg. Credo di averlo già detto, ma non mi stanco di ripeterlo. Mi fa ORRORE.

  10. anonimo
    Posted 8 luglio 2005 at 14:32 | Permalink | Rispondi

    Ragazzi, senza offesa, ma a me sembra che gli unici veri paranoici dell’undici settembre e dei suoi chissà quali (banalissimi) significati siete rimasti solo voi (persino Canova l’ha piantata da un pezzo di menarla con questa storia). Mi sembra totalmente fuori luogo applicare, come avete fatto, l’11/9 a cose tipo La Guerra Dei Mondi (che è evidentemente un remake di Jurassic Park, il terrorismo non centra nulla, e c’è pure una battuta dell’anchilosatissima sceneggiatura che dice chiaramente che non si sta facendo un discorso specifico sull’America), Batman Begins (che è una troiata siderale che a mio avviso non merita nemmeno sforzo interpretativo) e addirittura The Village (che proprio c’entrava meno di niente, e anzi mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse fuor di metafora dove si annidi il terrorismo in tale film, che parla di tutt’altro). Non ditemi che il film è immorale perché il figlio si arruola: dall’inizio alla fine il figlio è descritto come un totale coglione, e il suo arruolamento ai fini della trama è perfettamente inutile, lo si è fatto solo per sfoltire la scena della casa di Robbins che con 4 persone sarebbe stata veramente troppo complicata. Poi cosa c’entrerebbero, per esempio, con l’11/9 l’incipit e il finale sull’evoluzione?? Ripeto: è a Jurassic Park che bisogna guardare, La Guerra Dei Mondo vorrebbe essere un’approfondimento di QUEL discorso. E’ vero che rispetto a quel film non c’è molto di nuovo, e che David Koepp si è inspiegabilmente rincoglionito (tra parentesi, le cincischiate metaqualcosa è roba sua, ed è chiaro come il sole che a Spielberg non interessano: acconsente a buttare lì le due-tre tirate didascaliche nello script in tal senso e poi passa oltre), ma a me la poetica di Spielberg non sembra affatto così piccina, neanche ora. E, tralasciando pure le magnificenze stilistiche, viene ancora incredibilmente frainteso: come è possibile parlare di “paura di un’alterità sconosciuta” a proposito di uno che si è costruito una carriera sulla dimensione assolutamente addomesticata dell’alterità (dice niente ET? e Incontri Ravvicinati?)? Anche qui, una delle mosse di messa in scena più evidenti è proprio la continuità assoluta tra il microcosmo familiare e quello alieno (Cruise che risale dal sotterraneo e passa senza stacchi della macchina da presa dall’ambiente domestico a quello apocalittico delle rovine, l’attacco iniziale visto “rasoterra” con un punto di vista quasi incollato alla strada, e molte mosse del genere). Insomma, è vero che siamo lontani dallo Spielberg migliore (e più originale), ma metterla in questa termini mi sembra molto riduttivo. (Ah. Non c’entra niente ma ve lo chiedo lo stesso: come mai non c’è stata una sola parola su Rohmer che ha fatto uno dei film più belli dell’anno? E, lo chiedo senza malizia, come mai non c’è l’ottimo Spanglish di J. L. Brooks, che è uno che (certo non solo per aver dato vita ai Simpson) a livello di Teoria Sulla Televisione (o comunque la vogliate chiamare) sta diversi anni luce avanti rispetto ai serial delle mogli dei calciatori?)

  11. anonimo
    Posted 8 luglio 2005 at 14:33 | Permalink | Rispondi

    La firma del pezzo precedente era “Harald E Mann”

  12. anonimo
    Posted 8 luglio 2005 at 18:20 | Permalink | Rispondi

    Comincio dalla fine.
    Rohmer e Spanglish non li ho visto, non so gli altri. Il primo dovrei recuperarlo a breve, mi serviva qualcuno che mi dicesse che è bello per sfuggire alla semplce sindrome del collezionismo. il secondo l’ho francamente ignorato.
    Sull’undici settembre: in effetti non so perché mi è prsa sta fregola, ma parlarne tre mesi dopo era una cavolata, qualche ann dopo, dopo che la cultura ha metabolizzato l’evento mi pare più semplice. Comunque, forse ho esagerato, ma mi pare che sia Batman sia La guerra dei mondi parlino della Paura e dei modi di convivere con essa, del reagire a minacce più o meno maligne, più o meno esplicite.
    E se il tema può essere collegabile, comunque ci sono delle piazzate “telefonate” in entrambi i film che possono essere ricolegate all’immaginario mediatico del crollo delle torri gemelle.
    In questa traduzione tra immaginari: Spielberg commete l’immoralità. Non è immorale l’arruolamento del ragazzino, è una sequenza del cavolo e concordiamo, ma non mi basta la ragione produttiva, se poi il sacrificio si limita al farlo tornare in una villetta a schiera di Boston (va bene che è unn luogo immaginario e astratto di pace, ma suvvia).
    Sono immorali le citazioni dirette dell’immaginario 11/9 tipo la polvere sui vestiti, le irprese video amatoriali con cui la macchina da presa si confonde. Mi pare un coinvolgimento un po’ facile, no?
    Va bene che ha costruito una carriera sull’addomesticazione dell’alterità, ma quella fase della cariera mi sembra superata, se si vuole adottare una posizione autoriale. se invece ci limitiamo alla Guerra dei mondi, io questo addomesticamento non lo vedo. Si tratta di venire a patti con qualcosa di sconosciuto, di minaccioso (la “vita” in Jurassic Park, l’Altro in questo film). Insomma, l’addomesticamento dell’alterità si situa nei film umani/umanisti del regista. Se si guarda a Jurassic Park: allora guardiamo al fatto che la cultura deve sopravvivere nonostante ci sia un sovraculturale, un naturale che va oltre.
    Va bene sì la considerazione di un percorso autoriale, ma che sia così monolitico mi sembra alquanto ardito affermarlo.
    Nella guerra dei mondi non c’è “continuità tra il microcosmo familiare e quello alieno”, ma c’ la continuità di un microcosmo familiare nonostante la presenza di un macrocosmo invasivo come quello alieno. E non sono solo i tripodi che disintegrano i terrestri, sono anche le piante sanguinanti.
    Il fatto che ci sia qualcosa di superiore, una vita (materialistica) che procede nonostante gli uomini è affermato anche qui (i batteri che vincono gli alieni), ma questa è solo la cornice in cui si muovono gli uomini. E se questa cornice è, per Spielberg, armonica (la natura fa il suo corso dopo aver sistemato i guasti umani), il quadro che è all’interno della cornice è conflittuale, umano e deteriore. Messa brutalmente: l’universo potrà pure essere armonico, ma se qui e ora c’è un alieno alto cento metri che cerca di scomporre il mio corpo in particelle elementari, bè, chissenefrega dell’armonia del cosmo.
    E ora giuro la smetto con 11 settembre (ma mi sa che il riferimento l’ha autorizzato Spielberg stesso, anche se non si dovrebbero usare le interviste e le intenzioni dei registi per commentare un film)

  13. anonimo
    Posted 8 luglio 2005 at 19:49 | Permalink | Rispondi

    In effetti l’alieno non è addomesticato nel senso di ET; è un’alterità problematicamente compresente al “familiare” nel senso generico di “conosciuto”: gli lieni stanno GIA’ sulla terra prima dell’attacco senza che i terrestri lo sappiano perché portati dai fulmini, l’infinitamente piccolo dell’interno delle cellule (il movimento di macchina finale che riproduce malamente quello che apre Contact) coincide con l’infinito spaziale, e soprattutto il nucleo familiare è il nucleo alieno per eccellenza. Mi spiego: gli alieni sono alieni e basta, possono solo imporsi, in contrapposizione frontale (in quanto semplici avversari, sono alieni “una volta sola”), mentre la famiglia è sia la purezza della bambina che il suo contrario (i membri maschili che, diciamo così, si “sporcano le mani”) dunque è DUE VOLTE aliena perché contraddittoria al proprio stesso interno. Proprio per questa natura di assoluta ambiguità (e l’ambiguità della famiglia è il topos spielberghiano se ce n’è uno), la famiglia è formalmente “evolutivamente” (nel senso impostato da prologo e finale – qui le analogie con Jurassic Park e il suo seguito, più chiaro riguardo all’elemento “famiglia” in tutto questo) superiore, capace, perché “altra” in sé stessa, di farsi assorbire dall’alterità aliena e batterla dall’interno (a differenza di Robbins che tenta di resistere soltanto dall’esterno): Cruise che piazza la bomba a mano DALL’INTERNO del “lager” alieno (e, come recita una delle pedestri metafore di Koepp, come l’infezione della bambina all’inizio, espulsa dall’organismo quando questo è pronto). E’ un discorso a un tempo ideologicamente pericolosissimo o chiarificatore, perché tocca con mano il cuore nevralgico della società ultracapitalista di oggi, ovvero la sua totale, invincibile, postmodernissima capacità infinita di assorbire l’altro, inglobarlo e rigenerarsi come se niente fosse. Appunto, dipende tutto da come lo si imposta, un discorso del genere. Spielberg è stato capace di impostarlo meglio, ma ancora non mi sembra se la cavi male: la contraddittorietà “mostruosa” della (sua idea di) famiglia è resa benissimo dalla struttura perfettamente contraddittoria del film, costruito (a differenza dal comunque più coerente Jurassic Park) sia sulla compresenza tra alieno e familiare di cui sopra (cui bisogna aggiungere la straordinaria immediatezza da “qui ed ora” dell’attacco alieno iniziale in strada) che in senso esattamente contrario sulla loro contrapposizione in cui ridiventano distinti (cioè sull’esasperzione del corpo a corpo ad esempio nel nascondino con l’alieno nella baracca di Robbins). Il fatto poi che tiri fuori un immaginario che flirta pericolosamente con il kitsch (la fiera della carne di AI basti e avanzi come esempio), beh, è sempre stato uno dei suoi punti più forti, perché in questo modo fa sentire con assoluta immediatezza ed efficacia quanto le immagini più familiari siano le più imbarazzanti, e quindi estranee (l’ambiguità, ebraicissima peraltro, del concetto spielberghiano di sé e altro è già tutta qui), proprio nel momento in cui le si prende sul serio abolendo “passionalmente” (il pathos spielberghiano apparentemente così facilone e melenso) la distanza critica (al contrario del bieco fenomeno del trash che rassicura meschinamente nel momento in cui si bea della distanza spregiativa dal proprio oggetto). Sì, forse oggi è un discorso un po’ superato (per esempio da Shyamalan, che sviluppa ancora meglio premesse di questo genere), ma a me sembra tutto sommato ancora interessante.

  14. anonimo
    Posted 8 luglio 2005 at 19:50 | Permalink | Rispondi

    ancora: quello di prima era Harald E Mann

  15. anonimo
    Posted 9 luglio 2005 at 13:03 | Permalink | Rispondi

    in La guerra dei mondi senza ombra di dubbio ce’ traccia di 9/11.. anche solo da un punto di vista per l’appunto iconografico (vero che usa le riprese amatoriali, la polvere, i muri con gli omaggi ai dispersi e tutte cose che ormai a tutti noi danno subito un collegamento con l’idea di “grande tragedia collettiva”) ..spielberg la cerca e la trova…
    e..sono l’unico a qui questo film tutto sommato non e’ mica dispiaciuto?? anzi, in alcuni momenti mi ha anche divertito..
    per il 9/11 lasciamo perdere pero’ Batman Begins e affini..plese…se no non la finiamo piu’.
    poi, diciamocelo, batman begins e’ veramente una troiata..
    (ah..ma allora spanglish e’ consigliato? e’ un po’ che titubo al videonol.)

  16. anonimo
    Posted 11 luglio 2005 at 11:55 | Permalink | Rispondi

    Gli alieni sono alterità, e fin qui ci siamo. Anche se definire come alterità qualcosa con cui non puoi venire a patti, dialogicamente, potrebbe creare dei problemi. Insomma, Come si fa a definire un sé in rapporto ad un altro che ti vuole disintegrare?
    Ma sono quisquilie. Posso accettare il discorso sull’ambiguità della famiglia, e sono quasi d’accordo (sebbene quel piccolo mostro di Dakota Fanning vada fermata prima che sia troppo tardi). Ma siamo sicuri che questo raddoppiamento di ambiguità sia ben esposto? La purezza della bambina è ostentatamente inventata di Spielberg, quando lei è perfettamente impura (purezza negli attacchi di panico?). La famiglia è ambigua perché viene enunciata essere ambigua, ma non lo è a livello strutturale, dove funziona come tutto inglobante, come panacea o luogo mai effettivamente in pericolo, e soluzione della minaccia e dell’alterità. Insomma, una soluzione semplicistica che non appartiene allo Spielberg “addomesticatore”, né a quello che racconta la minaccia ignota e sfuggita al controllo.
    Il peso dell’attacco di Cruise che distrugge dall’interno è risolutivo del discorso della famiglia, ma il fatto che la “vita aliena” si muova (nascita, esistenza e morte) indipendentemente dall’umano è decisivo. Le dinamiche di famiglia sono del tutto slegate dalla minaccia, così come la minaccia è totalmente slegata dai discorsi metaforici sulle sue ragioni, come tutto è slegato dal discorso sul terrore. Insomma, è un film che sta in piedi più per stile che per reale necessità di senso: puro virtuosismo senza un fine.
    Abolisce davvero la distanza critica attraverso la passione? Forse è allo Spielberg migliore, o peggiore per chi lo odia, e non sono tra questi, che riesce questa operazione. La faciloneria/melensaggine o il rapporto passionale è qui appiccicato con lo sputo: non riesce mai a sviluppare un discorso coerente. A meno di voler innalzarci di livello, e far rientrare questa incoerenza non in un difetto del film, ma nell’impossibilità propria che in un’alterità così radicale ci sia spazio per una conciliazione che non sia altro che artificiosa. Ma mi sembra un’ipotesi eccessiva, soprattutto per questo film.
    Postilla: Spielberg gioca con un immaginario trash? Non credo, comunque se lo fa è perché se lo può permettere, come credito culturale, come posizione produttiva, e perché alla fine non si compromette più di tanto. Trash è una parola disgustosa, soprattutto se intesa come fai, giustamente, tu. Se invece si recupera una dimensione ludica (giocare con i materiali bassi, anzi che si degradano da soli) che riesce ad intergare una componente affettiva, verso il movimento autodegradante del “trash”, verso ciò che c’è di positivo (dato positivo, di esistenza, di potenza) in esso, allora il gioco può valere la candela. Forse.

    manu

  17. anonimo
    Posted 11 luglio 2005 at 12:06 | Permalink | Rispondi

    “Sull’undici settembre: in effetti non so perché mi è prsa sta fregola”.

    Ma se sbagli completamente le recensioni, se non avverti qual è l’interesse precipuo di un film e di un regista, cosa scrivi a fare?
    Ma rinuncia, è troppo per te, ed è troppo anche per chi ti legge.
    Philip

  18. anonimo
    Posted 11 luglio 2005 at 12:58 | Permalink | Rispondi

    Ammettevo di aver forse esagerato, ma il discorso che ho fatto per me rimane valido. Infatti l’ho ribadito nel commento.
    Dicci tu qual è “interesse precipuo”. (Corporeità? Matericità? Sguardo?)
    Grazie dell’educato consiglio, ci mediterò.
    manu

  19. anonimo
    Posted 11 luglio 2005 at 15:01 | Permalink | Rispondi

    No no, anzi il trash l’avevo tirato fuori proprio come orizzonte inconciliabile con il discorso di Spielberg, come una specie di opposto insanabile (il termine kitsch era buttato lì con un po’ di approssimazione, giusto per tentativo di sintesi). Riguardo agli alieni, il fatto che siano totalmente e incontrovertibilmente ostili da solo non fa sì che siano, come dire, così “totalmente altri” da impedire a un qualche “sé” di rapportacisi in quanto tali. Basti pensare all’analogia decisiva tra le astronavi e gli alberi (il fatto che marciscano, gli uccelli che ci vanno sopra), che in sostanza riscrive la loro alterità smussando di parecchio l’avverbio “totalmente”. Riguardo alla famiglia: e vabbé, effettivamente il tutto è lasciato QUASI completamente a questa o quella allusione diretta, ma insomma la carne al fuoco era talmente tanta che personalmente mi fa piacere che si sia riuscito a salvare anche solo una significanza precisa allo stile – anche se poi questa trascura di investire l’aspetto specifico del film “famiglia” (e la convergenza di essa con l’elemento alieno) lasciandolo a qualche boutade sparsa (che però inquadra abbastanza chiaramente il problema, per quanto in modo poco raffinato formalmente). Riguardo al “patetismo” dell’immaginario chiamato in causa: in realtà ne avevo parlato relativamente all’aspetto particolare a cui ti riferivi tu (la polvere sui vestti, le riprese videoamatoriali eccetera) ricollegandomi poi a “lo Spielberg in generale”, ma non intendevo farne uno degli elementi principali, o con maggior peso, di questo film specifico.
    Harald E Mann

  20. Posted 11 luglio 2005 at 15:03 | Permalink | Rispondi

    Oh, in tutto questo il ilm che ha adoperato l’immaginario post 9/11 più rapidamente è stato 28 Giorni Dopo (quello di Danny Boyle). Si può tracciare un paragone? No, vero ?

  21. anonimo
    Posted 11 luglio 2005 at 15:21 | Permalink | Rispondi

    Il primo pezzo sulla totale alterità del commento precedente era piuttosto una boutade che animata da seria intenzione (il fatto che ci sia altro presuppone già una relazione già data). Piuttosto, voleva sottolineare il fatto che la relazione uomo alieno è totalmente conflittuale e non dà spazio ad alcun addomesticamento, o meglio, come tu sottolinei (alberi-astronavi), possibile solo quando l’alieno sta per morire o è morto. Insomma, un’alterità radicale il che non vuol dire non-umana, ma solo sovrumana. qualcosa di non opposto ma di diverso e su un altro piano di esistenza. Insomma, abbraccia una differenza forte e un mancato dialogo tra la dimensione della famiglia umana/alieno sovranaturale. Quindi distante da un altro Spielberg.
    Lasciamo perdere, perché penso che siamo fondamentalmente d’accordo, la questione kitsch/trash.
    Più interessante è il “patetismo”: il problema è che Spielberg per ottenere questa mancanza di distanza, o per me, per sostenere la costruzione dell’immaginario post 9/11, utilizza mezzucci. Rimandi diretti alla tragedia reale, sotto forma di traduzione senza marche di differenziazione, della presentazione sociale dell’Evento 9/11, suggestioni verso altre tragedie storiche attraverso la mediazione del “suo proprio” cinema (ego ego?), senza una reale elaborazione del patetico.
    Che è fondamentale nello Spielberg migliore.

    Per quanto riguarda 28 giorni dopo, non l’ho colpevolmente visto, quindi lascio ad altri fare paragoni, magari tu, no?

    manu

  22. anonimo
    Posted 11 luglio 2005 at 23:09 | Permalink | Rispondi

    ehm, no devo dire che non l’ho visto neanch’io (28 giorni dopo). Capisco le obiezioni sulla spettacolarizzazione “aberrante”, ma secondo me è diverso il peso nel contesto. In questo senso: Schindler’s List per ovvie ragioni necessita di uno sviluppo del patetico (geniale, per quanto giustamente possano essersi inviperiti i cinefili più duri e puri e francofili) nell’economia del film che sia capillare, strutturale, assoluto e non lasci fuori niente. Mentre invece qui i riferimenti all’11/9 mi sembrano più una semplice esca che la base per un “discorso-sull’undici-settembre” che debba seguire. Non è il centro del film, ma il pretesto per agganciare un’attualità (più o meno) a un discorso pressoché tutto interno alla fantascienza e agli, diciamo così, “spazi concettuali” adiacenti che gli gravitano intorno (famiglia, postmoderno eccetera – volendo anche il terrorismo ma è comunque anch’essa una tematica “satellitare”, non centrale). Insomma il discorso si astrattizza ben presto, al contrario dello sterminio nazista che invece si è tentati (e i migliori interpreti di Spielberg lo hanno fatto) di riconoscere come il fulcro centrale stesso di qualsiasi operazione spielberghiana. Qui invece secondo me, ripeto, è un’esca, la giustificazione estrinseca dell’imbarco in un progetto del genere; poi il tentativo sarebbe stato quello di piegare l’attualità al proprio discorso anziché viceversa. E anche questo capisco che possa trovare opposizioni, ma personalmente a dire il vero non mi infastidisce granché… (So che non centra niente di niente, ma se poi penso a quel triste album di figurine adesive che è “Quando sei nato non puoi più nasconderti” (quello sì uscirebbe disintegrato da una critica sull’etica della rappresentazione) svanisce qualsiasi riserva…) In sostanza, il fatto che l’analogia con l’attacco alle torri sia solo un’esca, secondo me fa sì che, alla fin fine, la presa emotiva tutto sommato (cioè tenendo conto dell’integralità del film) la si cerchi più mobilitando gli strumenti espressivi a disposizione del GENERE (compresi effetti speciali e tutto il resto) che richiamandosi a una certa iconografia “telegiornalistica” legata a quel particolare episodio (e in fondo relegata a poco più che l’inizio del film).

  23. anonimo
    Posted 12 luglio 2005 at 15:21 | Permalink | Rispondi

    Beh, questo è il punto della nostra divergenza. Per me la spettacolarizzazione “aberrante” non è un punto limitato, ma la chiave di volta del film.
    Parentesi: non ho avuto per nulla voglia di vedere il film di marcotullio, ma non dubito che abbia dei problemi di etica della rappresentazione. Così, mi viene in mente l’ultima sequenza dei centi passi come sputtanamento di un bel film, e di un’ottima costruzione del patetico.
    Torniamo a Spielberg: per me la dimensione storico-rappresentativa (9/11) è centrale, e devia il discorso al di fuori del genere fantascienza.
    Sono sì il gancio per aprire al discorso dell’attualità, ma nel momento in cui questo spazio di discorso viene aperto, esso mette un ipoteca su tutto il film. Non vedo un astrazione nel senso di discussione del genere come idealtipo, mi sembra che si rifletta a partire dal riferimento all’attualità, e non nonostante esso. Non c’è nessuna riflessione sul genere, ma una riflessione propriamente “sull’altezza uomo” della tragedia (tanto per usare il tratto stilistico che ha colpito di più in generale). Er eseio: prendiamo la scena del battello, di effetto senza dubbio. Ma si indugia troppo, è come se le immagini grondassero di un discorso che non gli appartiene. Non è la sola azione (la fuga e la disperazione), o meglio non viene messa inscena solo l’imitazione dell’azione, ma c’è un qualcosa di piùche gronda da ogni immagine. Il che non è sbagliato, non predico la ricerca di un’azione pura: ma questo discorso che viene aggiunto non appartiene né alla riflessione sul genere, né a un’innovazione/riproposizione convincente del discorso spielberghiano sulla famiglia, né a un generale progetto di costruzione del pathos della tragedia (e qui si potrebbe aprire un discorso su Schindler’s List, che ha il privilegio di essere un’operazione estetica e politica estremamente coerente, il che non ci esime dalle discussioni circa la direzione di questa coerenza). C’è una costruzione di senso in ogni sequenza che è caricata all’eccesso, e che le diluisce a tal punto da far loro perdere compattezza. Esemplare a questo proposito, quel enorme masso che piomba sul film che è la scena nello scantinato di Tim Robbins. Questa diluizione e dispersione in rivoli di discorso incoerenti, a mio parere, discendono dal “peccato originale” relativo all’etica della rappresentazione. Che poi si possa rimanere affascinati dall’affastellamento di livelli del discorso nelle immagini raffinate lo posso capire, a me sembra grossa confusione senza reale innovazione. Come concordi tu Spielberg ha detto le stesse cose e meglio in altri film e, come dico io, quello che aggiunge in La guerra dei mondi è decisamente insufficiente.

    manu

  24. anonimo
    Posted 13 luglio 2005 at 11:03 | Permalink | Rispondi

    A dire il vero se penso alla scena dello scantinato mi viene in mente piuttosto che i monologhi di Robbins il successivo (impressionante) gioco “a torello” tra la macchina da presa, la bambina, Cruise e l’alieno in quello spazio strettissimo. Per cui, in questo senso hai ragione: la compresenza scricchiolante tra l’anima più “d’azione” (alla Jurassic Park appunto) e quella più predicatoria si sbilancia, dalla parte di chi vede il film, da un lato o dall’altro. L’impressione che secondo me rimane alla fine del film è la prima, anche se, cercando di vedere il film più al microscopio, non posso certo dare torto a chi pende dall’altra parte. Un’altra cosa poco inerente: perché Pezzotta scrive che la morale del film è passare sopra ai più deboli senza che lo vedano i piccini? Se è alla scena dello scantinato che fa riferimento (ed è quella, direi), faccio fatica a vedere Robbins più debole di Cruise in quel frangente. (tra parentesi, quel momento è un esempio perfetto di come il discorso spielberghiano rimanga fortunatamente ancora molto produttivamente ambiguo: Spielberg quando ci lascia fuori dalla porta in cui uccide Robbins benda anche la bambina e sostanzialmente equipara lo spettatore a lei, dopo averlo illuso della spettacolarità visibilista assoluta del “la tragedia ad altezza uomo”, dopo averlo illuso di una qualche maturità spettatoriale, di un patto enunciazionale (lo so, non è il termine adatto) di qualche trasparenza. Insomma, tutta l’immoralità eventuale (tutta la sua preziosa contraddittorietà) dell’operazione è lì, palmare, e in questo riguadagna una sua salvabilità, come altri film di Spielberg del resto. Spielberg non incolla un sostrato di finzione sopra a un’impressione telegiornalistica di realtà giustificandole reciprocamente (cosa che, se ho capito bene, è il fulcro del tuo rimprovero): anzi, calca ogni possibile segnale di finzione (non solo “infantizzando” lo spettatore come sopra, ma anche, ad esempio, anche se so che non sono idee registiche esaltanti, polverizzando lo sciacallo con la videocamerina e mantenendo tutta la spossante verbosità del “messaggio”; più in generale, tenendosi ben stretto le derive catastrofiche pompandole più che può) in modo che i contorni di questa risaltino e creino un certo attrito strutturale tra i due elementi – che è poi uno dei modi migliori (e qui salto su un livello più generale e al di là del film – ma il film stesso credo voglia fare questo salto) per non cadere nella tentazione di scambiare l’attualità per “realtà”, o comunque non rimanere succubi dell’impressione di realtà. Stavolta l’ho detta grossa.)
    Harald E Mann

  25. anonimo
    Posted 15 luglio 2005 at 12:04 | Permalink | Rispondi

    Scusa il ritardo. Sulla posizione enunciativa Spielberg è ambiguo. Su questo siamo d’accordo, come sono d’accordo sul fatto che l’ambiguità sia produttiva, di solito.
    Ho qualche dubbio sul fatto che la posizione dello spettatore sia equiparata a quella della bambina: può reggere come metafora, ma non come struttura enunciazionale, a parer mio. Comunque, non penso che le prese di distanza narrativa siano così efficaci, o comunque che riescano a invertire il discorso, definiamolo così, sulla realtà.
    Rimane il fatto che il gesto del bendare gli occhi alla bambina, che comunque (mi sembra) dà comunque le spalle alla porta chiusa, è una marcatura eccessiva, sovrabbondante, del problema dello sguardo. L’omicidio di Robbins è un atto “di sicurezza”: che noi sappiamo ma non vediamo. E il fatto di non vederlo, non ci preserva dall’innocenza, anche perché funge da elatatore della centralità di questo atto. Cioè: c’è qualcosa che tu non puoi non vedere, e quindi è molto importante.
    Per la mia ipotesi: quello che guardi, l’azione, l’altezza d’uomo, non è importante, perché ciò che è imporatnte è il discorso altro, quello sulla “struttura” della minaccia. Anch’io l’ho detta grossa.
    m.

  26. anonimo
    Posted 15 luglio 2005 at 19:03 | Permalink | Rispondi

    Potrei avere frainteso ma mi sembra che il tuo discorso non sia diversissimo dal mio: il fatto che sia più importante la minaccia dietro le spalle di ciò che se vede, e dunque del lavoro “epidermico” sulle impressioni ad altezza uomo, non è credo così lontano da quello che ho detto circa lo scarto, nella seconda parte, dal quasi-scimmiottamento dell’attualità (come “canone” rappresentativo) dell’attacco iniziale
    Harald E Mann

  27. Posted 19 luglio 2005 at 17:59 | Permalink | Rispondi

    non so se prendete recensioni esterne, cmq segnalo la mia (http://www.bloggers.it/stranigiorni)…
    se non lo fate, non voglio passare da troll, quindi cancellate pure il mio commento…

  28. Posted 8 agosto 2005 at 15:43 | Permalink | Rispondi

    Al centro dovrebbe esserci la storia molto intima di una famiglia, con un padre fallito e figli che non hanno alcuna stima né simpatia per lui: il viaggio che intraprendono per sfuggire agli invasori li unirà stabilendo un rapporto nuovo di comprensione e di amore. Questo è l’elemento che dovrebbe distinguere il film da tanti altri appartenenti allo stesso genere: il viaggio emotivo del protagonista e dei suoi figli in uno scenario dove regnano morte e distruzione. “Niente famosi monumenti distrutti, niente inquadrature di Manhattan scempiata dall’invasione, niente generali intorno a una grande carta geografica…” ha dichiarato il regista. Ma è proprio questo l’aspetto meno riuscito dell’opera: la vita di quest’uomo e il suo rapporto con i figli non riescono a coinvolgere, non emozionano. Si assiste freddamente al racconto delle vicissitudini dei principali personaggi. Spesso si cade nel ripetitivo: a volte il film sembra girare a vuoto e ci si annoia.

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