Stasera abbiamo con noi…/1
Mean Creek di Jacob Aaron Estes
 
(Attenzione: qualche spoiler)
 
Ragazzino delle medie viene vessato da un compagno bullo pluriripetente. Il fratello maggiore del ragazzino e un paio di amici decidono di metterci una pezza: invitano il bullo a una gita in barchetta e gli organizzano una punizione esemplare. Da lì in avanti c’è solo da aspettare che la tragedia si compia.
Portando alle estreme conseguenze il concetto di opera prima (scarso minutaggio, ritmo catatonico) e quello di film d’autore che interessa solo all’autore, Jacob Aaron Estes è l’ennesimo “fenomeno del Sundance Festival” in transito sugli schermi agostani. E questo Mean Creek sembra partorito dal  cugino suburbano e un po’ tardo di David Gordon Green: anche lui al di fuori del contesto americano ha poco da dire, anche lui vuole costruire un’atmosfera paranoica partendo da elementi banali. Però, a differenza di Green, gli mancano gli strumenti linguistici per farlo. Quindi si sceglie un genere (il racconto di formazione), un argomento (il desiderio di rivalsa) e un sottotesto (la violenza del potere comunque lo si rigiri) di sicura presa emotiva: ma allo stesso tempo, come se percepisse la propria inadeguatezza di fronte al materiale, si premura di attaccare ovunque etichette con scritto SIGNIFICATO e MESSAGGIO. E che cosa ottiene? Per cinquanta minuti sembra un criptoremake di Stand By Me senza spargimenti di sangue. Poi si trova comunque modo di buttarci dentro un cadavere (“signora, fanno due etti di perdita dell’innocenza e settanta grammi di pessimismo cosmico, lascio?”). Buon ultimo, forse inevitabile dati i precedenti ma avente ugualmente l’effetto di un laccio emostatico sulla pazienza dello spettatore, arriva lo spiegone: diventare grandi significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni. E non pensate sia una chiusura appiccicata in extremis, no: il film si regge su questa rivelazione. Che è soltanto una passata di Sidol su un intreccio volutamente opaco, cascame letterario che non trova ragione di esistere su grande schermo (dargli una lettura politica mi pare fuorviante e poco giustificabile, ma senz’altro qualcuno l’avrà fatto). Il tutto condito a piene mani con il determinismo psicologico di cui il Sundance sta purtroppo diventando una garanzia: bambino bullo uguale mamma che lesina affetto ma dispensa Playstation, teenager aggressivo uguale padre sparatosi in bocca e fratello manesco (amici psico-criminologi: queste caratteristiche ci possono essere ma vanno approfondite, altrimenti è troppo facile). Vogliamo parlare dello spaccato di provincia trattato con una pochezza che nemmeno una fiction di Rai Uno? Delle scelte musicali incomprensibili ai più (per un teenager del 2004 ascoltare gli Eels e Spoon è indice di ribellismo oppure di desiderio che gli caschi un dilemma morale tra capo e collo: se fosse così Seth Cohen starebbe al posto di Giobbe)? Funziona la direzione degli attori – anche se nel genere c’è chi ha fatto di meglio – e un paio di sequenze sgradevoli. Ma la sensazione di base resta: con una confezione poco più lussuosa sarebbe carne da macello per i pomeriggi estivi di Italia 1. Invece, complice l’estetica povera, diventa materiale da festival e arriva pure a casa nostra. Sono soddisfazioni. 
 
 
 

7 Comments

  1. Posted 30 agosto 2005 at 18:48 | Permalink | Rispondi

    Da qualche parte qualcuno ha sprecato l’aggettivo (tra l’altro antipatico) “generazionale” per questo filmetto semi-edificante in cui i ragazzini hanno ascolti da trentenni.

    Urge vendetta di morettiana memoria.

    E’ che se uno proietta al Sundance i filmini della prima comunione di suo cugggino, dopo 2 ore passa per autore. Il bello è vedere come certi “miti culturali” crollano miseramente alla prova dei fatti.

  2. Posted 31 agosto 2005 at 09:23 | Permalink | Rispondi

    cosa ne pensi di questo david gordon green?

    diderot

  3. anonimo
    Posted 31 agosto 2005 at 13:48 | Permalink | Rispondi

    l’articolo per ora non lo leggo perchè ci sono gli spoiler.
    david gordon green è secondo me uno dei migliori autori americani di oggi, almeno a giudicare da All the real Girls e George Washington.
    lo sai, Violetta, che assomigli ad una diva Hongkonghese degli anni 50 e 60, grace chang? Me l’hanno confermato anche altre persone…
    lonchaney

  4. Posted 31 agosto 2005 at 18:50 | Permalink | Rispondi

    Green è a modo suo un fico. o meglio, uno che fa le stesse cose di Mean Creek (ritmi dilatatissimi, intrecci “piccoli”) ma riesce a portare avanti la storia comunque a botte di regia. e magari a emozionare al di fuori del South Carolina. Non ho ancora visto il suo terzo film (Undertow, passato a Torino), di cui non ho letto un gran bene, ma ha in mano uno dei libri che ho amato di più l’anno scorso (orrido titolo italiano: “Un cuore si spegne per troppa dolcezza”). Dita incrociate…

    Grace Chang è la prima volta che me la sento attribuire. Urge ricerca immagini.

    (scusate la scarsa dialettica ma sto in un internet point)

    violetta

  5. anonimo
    Posted 31 agosto 2005 at 19:44 | Permalink | Rispondi

    grace chang è la protagonista di una bellissima versione della storia di Carmen, THE WILD WILD ROSE di wong tin lam, il papà incartapecorito di wong jing che appare nei film di Johnnie to.
    il film è uscito in dvd a hong kong nella collezione di film restaurati della shaw brothers.
    è in quel film che ho notato la rassomiglianza (che probabilmente è solo nella testa mia e di altre due persone)
    neanch’io ho visto UNDERTOW, MA RIMEDIERò PRESTISSIMO.
    lonchaney

  6. anonimo
    Posted 1 settembre 2005 at 12:40 | Permalink | Rispondi

    In trasferta mi sei piaciuta. Mi rendoi conto che sia un chissenefrega, ma a suo modo è, ne converrai, epocale
    Andrea D.

  7. anonimo
    Posted 7 settembre 2005 at 10:58 | Permalink | Rispondi

    il sidol sono tanti tanti punti càrtola…
    p.

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