SETTIMANA DELLA CRITICA, LE PASSEGER, Eric Caravaca

Attore per registi come Chereau o Limosin, Caravaca esordisce alla regia adattando per lo schermo il romanzo La Route de Midland di Arnaud Catherine. Informato della morte del fratello Claude, Thomas (interpretato dal regista) torna verso il suo paese natale, in una sorta di viaggio nel tempo che lo porterà a confrontarsi con il suo passato e soprattutto con il difficile rapporto con il fratello suicida. Da "passeggero", da esterno, dalla parte di chi non ha alcun tipo di controllo, tenterà di comprendere qualcosa di più di un rapporto che evidentemente non gli è mai stato chiaro, ma che ha condizionato tutta la sua vita: celando la sua identità infatti, Thomas comincia una relazione con Jeanne (Julie Depardieu) l’ultima donna del fratello, e si presta a fare da padre a Lucas, problematico ragazzo sordo. Un esordio interessante e delicato quello di Caravaca che, oltre a confermare ottime doti attoriali – interpretando magnificamente un personaggio capace solo con il volto di manifestare tutta la propria apparente estraneità a ciò che lo circonda – riesce a dirigere narrativamente non esente da rischi (il fratello morto suicida, il ragazzino problematico e sordo che vuole diventare un boxer, una possibile storia d’amore) con assoluta e invidiabile onestà. Piccola parte per Maurice Garrel, padre del regista, già visto quest’anno proprio nel film del figlio.

FUORI CONCORSO, LE PARFUM DE LA DAME EN NOIR, Bruno Podalydes

Il film è il seguito de Il Mistero della Camera Gialla (2003) sempre tratto da Gastone Leroux e sempre con il reporter Rouletabille come protagonista. Il reporter è sulle tracce dell’illusionista Lamas, creduto da tutti morto durante un suo spettacolo, in realtà pronto a mettere in pericolo la vita di due sposini e di una sorta di comune di artisti presso le Chateu d’Ercole. Narrativamente incomprensibile, il film tenta con ironia e umorismo nero di aggiornare i lavori di Leroux, ma oltre a essere sinceramente difficile da seguire, ha tutta l’aria di un prodotto pensato o adatto alla televisione. Vero che alcune sequenze (i numeri di magia iniziali e la gag cartoonesca della reazione a catena) lasciano il segno, ma l’impressione è quella di un regista incapace o non ancora in grado di mettere concretamente su pellicola idee cinematografiche e un impianto visivo riconoscibili solo in controluce e sicuramente non nuovissimi. I protagonisti (tra cui un instancabile Michael Lonsdale), si lasciano andare al peggio dei luoghi comuni sui francesi ed è un fiorire di "O la là, voilà, baguette, crepes, ecc…" per tutto il tempo.

VENEZIA 62, VERS LE SUD, Laurent Cantet

Dopo la partecipazione del 2001 con A Tempo Pieno, torna al Lido Laurent Cantet, regista politico tostissimo, capace con i suoi film di raccontare (attraverso storie molto differenti tra di loro) le contraddizioni di un mondo votato all’autodistruzione, quasi sembra rappresentato senza alcun speranza. Ambientato ad Haiti alla fine degli anni ’70, il film è tratto dal romanzo del giornalista di Radio Haiti Danny Laferriere. Donne occidentali in vacanza in una sorta di paradiso dove possono con letale noncuranza e leggerezza usufruire dei ragazzi del posto, pronti a prostituirsi per sfuggire a una assoluta povertà. Il film, che potrebbe esaurire la sua carica in un canonico film denuncia, porta sullo schermo una rappresentazione piuttosto inedita della prostituzione. Oltre a mettere le donne dalla parte dei clineti, mostra più che un turismo sessuale, quello che il regista chiama un "Turismo d’Amore" Insoddisfatte non solo sessulamente, le donne cercano in questi rapporti a pagamento un’intimità che nella sua rappresentazione sfugge dai classici stereotipi dei film sulla prostituzione e che riesce a mettere sullo stesso piano i personaggi in gioco: da una parte un’evidente povertà economica, dall’altra una povertà morale e di sentimenti. Spietato e privo di un qualsiasi tipo di giudizio, Vers Le Sud è un film intenso e doloroso.

Anche Faenza ha reagito in modo scomposto alla stroncatura del suo film. In conferenza stampa ha preferito non rispondere ad alcune domande, ha annunciato che difficilmente porterà di nuovo un film in concorso a un festival, ha poi accusato il pubblico di non sapersi emozionare, di non saper più piangere e ha chiamato i critici "tiratori scelti pronti a colpire il cinema italiano".  Le esternazioni di Faenza sono tanto più incredibili se si pensa che si parla di un concorso, di una competizione, in cui se ci si mette in gara, si deve poi essere pronti ad accettare qualsiasi tipo di giudizio. Oltre a rassicurare il regista, constatando che oggi molti dei quotidianisti si sperticano in difesa del suo film attaccando quegli insensibiloni che non lo hanno gradito, gli segnaliamo che forse si è dimenticato che il suo I Giorni dell’Abbandono è obbiettivamente un brutto, bruttissimo film.

FEDEmc

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