SETTIMANA DELLA CRITICA, KUIHUA DUODUO (I GIRASOLI), Wang Baomin

Ed eccolo qui. Verso il finale arriva il film capace, in soli 98 minuti, di farti pasare la voglia di andare al cinema. Quel film che, sempre in quei pochi 98 minuti, riesce a farti pensare a quella tua compagna delle medie, quella che aveva il ragazzo che la veniva a prendere in macchina all’uscita da scuola, che fine avrà fatto? Si sarà sposata? Mah… e tutti i miei compagni delle elementri? Cavolo, devo anche comprare il latte, che se no domattina… E dire che già la cartella stampa, con quella scritta "Un film di genere folcloristico" doveva metterti in allarme… niente, alla fine, convinto da qualche sparuto commento, ci sei andato. E cosa hai visto? Un film brutto, insopportabile. Annunciato da un menestrello (identico a Drupi) che accompagnerà tutto il film con canzoni inerenti alla storia, un ragazzo con un misterioso passato burrascoso alle spalle torna, dopo 6 anni di carcere nel suo paese natale e ricomincia a lavorare cucinando semi dei girasole. Dopo poco comincerà a spedire lettere conteneti petali di girasole  una ragazza, con la qale sembra conoscersi. Oltre a Drupi, attorno a lui stazionano un polizziotto dal cuor buono, Jenny la buzzicona (una ragazza innamorata di lui) e il fratello ritardato di Jenny (anch’esso dal cuore buono). Completamente muto, se escludiamo le canzoni, il film si ostina fin dai primi minuti ad avere un ritmo per cui Tsai Ming Liang  (calmi, ci mancherebbe. Al di la di qualsiasi giudizio di merito: parlo solo del ritmo) sembra Rob Cohen. Aggiungiamoci: la ricerca e la costruzione forzata dell’inquadratura bella a tutti i costi, le molte metafore di una pesantezza inimmaginabile, l’eccessiva lunghezza, l’inutile lentezza senza alcuna giustificazione narrativa rendono questo I Girasoli un film insopportabile. Dodici svenuti, due fratture autoinflitte al ginocchio per avere una scusa per uscire. Alla fine della proiezione, pur avendo il cast in sala, tre timidi applausi e una lunga serie di sbuffi da sfinimento.

VENEZIA 62, CHANGHEN GE (EVERLASTIN REGRET), Stanley Kwan

La traduzione lettrale del titolo del romanzo di Wang Any, da cui è tratto l’ultimo film di Stanley Kwan, è La Canzone del rimpianto Senza Fine.  Raccontando quarant’anni di storia di Shangai, il film parla degli amori e della vita della bellissima Qiyao (Sammi Cheng). Dallo splendore dei night, dei concorsi di bellezza e dalle atmosfere da gangster movie dei ’40, fino ai primi accenni di rinascita dei primi ’80, passando attraverso la nascita della Republca Popolare e la rivoluzione culturale. la vita sentimentale della protagoista e dei suoi amici più cari – l’amica Lily e il fotografo Cheng (un enorme Tony Leung Ka Fai) – si mescolano, dipendono e vengono condizionate dalla storia della Cina e da una città che invecchia con i protagonisti della vicenda narrata. Il fatto di allargare il discorso non solo ai protagonisti, ma di immergere le loro vicende nella Storia rende il melò di Stanley Kwan un film sicuramente freddo, ma che riesce comunque a crescere continuamente, fino ad arrivare a un finale straordinario. Ed è proprio questo sviluppo dell’aspetto storico e il subordinare la vita dei protagonisti nei confronti di ciò che li circonda a differenziare Everlastin Regret dal modello a cui tutti guardano (data l’ambientazione e il genere all’uscita tutti parlavano di Wong Kar Wai e paragonavano il film a In The Mood…) ma sono due modelli di cinema assolutamente differenti. Curatissimo e recitato splendidamente, ha forse l’unico difetto nell’eccessiva compresione di alcuni passaggi chiave dal libro al film.

Spendo due parole (anche se il discorso dovrebbe essere molto lungo) sulla retrospettiva Storia Segreta del Cinema Asiatico, assolutamente eccezionale. Sono riuscito a recuperare poco, ma quello che ho visto è stato assoluatamente esaltante. Dall’anticipazione del combattimento finale di The Blade, con i protagonisti che escono di campo per poi rientare girando attorno alla MDP, contentuta nel bellissimo Ritratto d Patrioti e Martiri di King Hu con solo quei 40 anni d’anticipo, ai tre fratelli gangster disperati e crudeli, appassionati di Cole Porter, di Lupi Maiali e Uomini di Fukasaku Kinji, per concludere con i due fratelli e la dolorosissima sparatoria finale de Il Nostro sangue non Perdona di Suzuki Seijun. Che periodo, che cinema, che bello. fate di tutto per vedere questi film.   

FEDEmc          

16 Comments

  1. anonimo
    Posted 8 settembre 2005 at 13:20 | Permalink | Rispondi

    e bravo fede!!! cominciavo a disperare…peccato solo che tu abbia perso LA TOMBA DELL’ONORE e PRIMAVERA IN UNA PICCOLA CITTA’.
    ricordo solo che il titolo internazionale di Ritratto di Eroi e… è THE VALIANT ONES, e se ne parla a lungo nel libro di pezzotta.
    i film cinesi della retrospettiva usciranno tutti per la BIM, di quelli giappi ci sarà una selezione e ne verrà fuori una nuova collana per la Dolmen. bei tempi in arrivo per gli spendaccioni…
    LONCHANEY
    P.S. :vagamente anticipatrice la sinossi di IL NOSTRO SANGUE NON PERDONA, eh? noto comunque che suzuki ormai è considerato roba vecchia e assodata, e tutti inneggiano a fukasaku…se penso a 10 anni fa, quando suzuki era una scopertona…eh eh

  2. anonimo
    Posted 8 settembre 2005 at 13:30 | Permalink | Rispondi

    :( Sono senza una lira :(

  3. anonimo
    Posted 8 settembre 2005 at 17:44 | Permalink | Rispondi

    amico mio, evita di comprare le sorelle di scena e sanmao, che passano già a fuori orario.
    gli altri me li pappo tutti, dovessi aprire un mutuo. poi, se mi fanno schifo, te li rivendo, e tu li duplichi a feekeewee… ;)
    il cartone princess iron fan è bellissimoooo, anche se non tanto come UPROAR TO HEAVEN, che vidi a udine (entrambi con lo scimmiotto, aiutano a capire meglio chinese odyssey)
    lonlogorroico (straaaano)

  4. anonimo
    Posted 8 settembre 2005 at 17:45 | Permalink | Rispondi

    piaciute le Sette lime per le unghie, 399? io mi sono un po’ ingubbiato…
    lonsobsob

  5. anonimo
    Posted 8 settembre 2005 at 19:21 | Permalink | Rispondi

    ma perchè sui blog mi viene da fare il saputello? logorroico lo sono sempre invece….mah…
    lonsotuttoio

  6. anonimo
    Posted 9 settembre 2005 at 11:17 | Permalink | Rispondi

    Tsui Hark non lo vidi. Mi incupii ancor prima di andarci. Anche Garrell (con quante r e quante l??) passa domenica a Fuori Orario.

    Ma non dai più fastidio a nessuno su HKX?

  7. anonimo
    Posted 9 settembre 2005 at 11:18 | Permalink | Rispondi

    Perchè mi dimentico sempre di firmare?

    Bo!?

  8. anonimo
    Posted 9 settembre 2005 at 12:42 | Permalink | Rispondi

    sono pazzi quelli di Fuori Orario. Se Garrel vince e qualcuno lo vuole comprare scatta un bel casino, chi glielo spiega che les amants reguliers passa a in tv il giorno della premiazione?
    su hkx ci passo il meno possibile, mi verrebbe solo da insultare il branco di http://www.asianfeast.org che butta merda in blocco su Stanley kwan senza saperne nulla.
    lonciarpame

  9. anonimo
    Posted 9 settembre 2005 at 12:47 | Permalink | Rispondi

    per la cronaca: stanley kwan non copia wong kar wai. lo stile di In the mood for love, la sua compostezza formale gelida e flamboyante al tempo stesso erano state anticipate nel 94 da stanley kwan in uno dei film più ophulsiani mai girati, il capolavoro Red Rose White Rose, che passò a Berlino e nessuno si ricorda più.
    tempo fa mi veniva da pensare che con il tempo wong kar wai si fosse stanleykwanizzato e kwan wongkarwaizzato.

    insomma, chi vince?
    lonchaney

    p.s.: oggi c’è peter chan…speriamo…non ci credo, ma ci spero…

  10. anonimo
    Posted 9 settembre 2005 at 12:48 | Permalink | Rispondi

    Credo che Ghezzi e amici abbiano contribuito a produrre il film di Garrel…

    gli asianfestici sono proprio deprimenti. Decidono già in anticipo cosa gli piacerà e cosa no, e se anche così non fosse hanno dei gusti banali e imbarazzanti! ^__^

  11. anonimo
    Posted 9 settembre 2005 at 13:36 | Permalink | Rispondi

    che ne pensi del tifo da stadio a fukasaku e del fatto che nessuno si ricorda più di suzuki? io sono un po’ scioccato…ah, le mode…

    lonchaney

    (si parla ovviamente di pubblico di nicchia)

  12. anonimo
    Posted 9 settembre 2005 at 15:04 | Permalink | Rispondi

    dimenticavo…ma il film di stanley kwan è dedicato a leslie cheung e anita mui o no?
    lonchaney

  13. anonimo
    Posted 11 settembre 2005 at 00:14 | Permalink | Rispondi

    Qualche quotidiano che non nomino ha definito “Changhen Ge” il “La meglio gioventù” cinese. Fa ridere quasi quanto la Aspesi che, seduta davanti a me a vedere Garrel, esce dopo un’ora e scrive di “Les amants reguliers” (peraltro da non perdere, registratelo): “bello, ma viene quasi voglia di uscire a metà film”.
    Lonchaney: assolutamente a sorpresa, il capolavoro della rassegna cinese (dopo, ovviamente, “Primavera in una piccola città”) è “Angeli della strada”.
    Harald E Mann

  14. anonimo
    Posted 12 settembre 2005 at 11:09 | Permalink | Rispondi

    me lo immaginavo, harald… STREET ANGELS è citato anche dalla famosa lista di sight and sound.

    lonchaney

  15. anonimo
    Posted 12 settembre 2005 at 14:03 | Permalink | Rispondi

    harald, che mi dici del film di Kwan?
    mi sa che il bocchi è l’unico a considerarlo un capolavoro…
    sul forum di asianfeast ci sono delle stroncature indegne e superficiali.
    mi dicono che il film ha fatto schifo a francesco, l’interessato conferma e argomenta?
    dai dai, risse a gogo!!!
    lonchaney

  16. anonimo
    Posted 13 settembre 2005 at 13:52 | Permalink | Rispondi

    Non mi è dispiaciuto, ma non mi ha nemmeno entusiasmato. Estetizzante fino alla nausea – che in sé non è un problema, però per esempio in Lan Yu l’estetizzazione furibonda (soprattutto a livello semplice di composizione dell’inquadratura) si collegava meglio all’impianto melodrammatico e di conseguenza al sottotesto storico-sociologico (la Cina “stravolta” degli ultimi 20 anni). Qui invece la cura formale (a livelli certo eccellenti, specie a livello di montaggio, che si inventa un vero e proprio controcanto parallelo) rimane tutto sommato un po’ slegata dalla poetica nostalgica dell'”affresco allegorico degli ultimi decenni di storia cinese” che il film evidentemente vuole essere. Poi non è una gran mossa costruire un personaggio (quello di Tony Leung) esclusivamente per rendere esplicita questa intenzione (cioè l’estetizzazione formale – Leung è fotografo – al servizio della nostalgia). In ogni caso non è certo un film da buttare.
    Harald E Mann

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