Perché si (più o meno)
Texas di Fausto Paravidino

Copiamo biecamente il titolo di questa rubrica dall’illustre Segnocinema per dare spazio a delle opinioni contrastanti anche all’interno della redazione di Secondavisione.
Nel report da Venezia, Fra aveva criticato l’opera prima di Fausto Paravidino. Dopo averlo visto, esprimo il mio dissenso dalla stroncatura: non che sia un bel film, ma non è completamente da buttare via.
Pregi e difetti di Texas sono riconducibili all’assenza o alla presenza di quella che può essere definita la sindrome di Lucignolo (la becera trasmissione tv, non il personaggio di Collodi) che colpisce autori e realizzatori di prodotti audiovisivi. I servizi di Lucignolo si muovono solamente in territori conosciuti, rigorosamente delimitati dalla tangenziale di Milano (si veda le immagini di supporto della voice over che cercano di spacciare Corso Buenos Aires per Sunset Boulevard). Nel momento in cui i suddetti autori mettono il naso fuori Melegnano, sembra che siano dei novelli David Livingstone alla scoperta delle cascate Vittoria: un autoctono a condurre, fucile spianato per evitare eventuali pericoli, atteggiamento da antropologo pronto a annotare sul suo taccuino i bizzarri esseri che popolano le terre inesplorate. Il cinema, per giustificate ragioni storiche e ingiustificate ragioni di rincoglionimento, fa lo stesso con il grande raccordo anulare.
Questa lunga digressione, di cui mi scuso, serve a spiegare la differenza che corre tra Texas e altri film italiani targati Fandango, e destinati al pubblico dei “laureandi in lettere”. In alcuni monenti, Texas riesce a dimenticarsi di stare esplorando la temibile provincia italiana, e lo sguardo diventa empatico con l’universo di significato dei personaggi, su tutti il dialogo all’autogrill tra Paravidino e Iris Fusetti (la ragazza di Scamarcio). Per empatia si intende non presa in giro, comprensione delle storie dei personaggi e buona resa cinematografica di affetti e azioni, messi in scena con coerenza e buona efficacia espressiva.
Al contrario, i peggiori difetti sono ascrivibili alla suddetta sindrome di Lucignolo: per esempio, si veda la carrellata sui nani da giardino che introduce la sequenza ambientata in una casa. Non si contesta in questo caso l’ironia, che può esserci ed è un atteggiamento enunciativo più che rispettabile, ma si contesta il fatto che quest’ironia venga accennata solamente attraverso gli oggetti. Ho già fatto una lunga digressione e non vorrei farne un altra, ma si tratta dello stesso fenomeno citato da p. a proposito del libro di Evola nella sacca del Nero di Romanzo criminale: siamo al determinismo culturale, dimmi cosa leggi/vedi/arredi e ti dirò chi sei. Non è che si contesti il mezzo, ma l’abuso, l’utilizzo di oggetti culturali come toppe alla sceneggiatura. Si materializza l’incubo di vivere in una sceneggiatura e di essere ripresi da un regista italiano che inquadra i libri di Céline che uno ha sulla libreria, si percepisce il pensiero del pubblico: “fascista”. Vogliamo vedere un personaggio depresso, mostro un tomo di Cioran, uno impegnato, Marcuse, uno à la page, Piperno ecc. ecc. I difettidi texas sono ascrivibili a questa sorta di determinismo culturale da quarta birra, ma per fortuna sono limiti passeggeri. Per bontà di cuore, possiamo dire che sembra che in alcuni passaggi Paravidino si affidi a cliché ormai consolidati nel cinema gggiovane italiano cper poca fiducia nelle proprie possibilità.
Un’altra cosa buona risiede nel fatto che il personaggio che Paravidino si affida, sia marginale, incapace di agire, ma sia solo un punto di vista anonimo per descrivere una serie di azioni e relazioni. Questo a differenza della necessità del personaggio che sa troppo in Romanzo criminale o, per rimanere in territori più vicini, al personaggio di solito interpretato da Muccinino, che di solito è sempre più cosciente, più sensibile, più morale, più sfigato degli altri, e si fa carico di portare il “messaggio della storia”, il punto di vista che devono condividere gli spettatori per assaporare quello che voleva dire il regista. Questa cosa buona se ne porta dietro un’altra, cioè il fatto che il film, i contrasti, e le parabole dei personaggi rimangano costantemente irrisolti e non riconciliati e, grazziaddio, che non ci sia nulla che finisca a tarallucci e vino. E, per concludere, uno sguardo insolitamente efficace nelle scene di sesso (tranne quella della violenza)
Per non sembrare troppo buono e tenero, elenco infine cose brutte: la scheggia impazzita di sceneggiatura che introduce una sottotrama partigiana in omaggio a Fenoglio, a mo’ di nota della Lonely Planet del Piemonte, la scansione temporale complessa che è gestita piuttosto male e in modo confuso, alcune macchiette che hanno veramente rotto, su tutti l’amico d’infanzia che verbalizza rutti.

manu

6 Comments

  1. Posted 14 ottobre 2005 at 23:09 | Permalink | Rispondi

    Sono quasi d’accordo con te.

    P.S.: Oklahoma.

  2. Posted 15 ottobre 2005 at 14:31 | Permalink | Rispondi

    mah….

  3. Posted 16 ottobre 2005 at 16:24 | Permalink | Rispondi

    OT: siete andati a votare ?

  4. anonimo
    Posted 16 ottobre 2005 at 16:46 | Permalink | Rispondi

    Immaginavo, caro Malvezzo, che non saresti stato d’accordo.
    Vio: fatto, ho votato alle otto del mattino, con i vecchi militanti. Grazie del sostegno, temevo di essermi bevuto il cervello definitivamente.
    PS: molto peggio il rutto “afghanistan”, come 53esimo stato americano.
    m.

  5. Posted 16 ottobre 2005 at 20:44 | Permalink | Rispondi

    sono tornato. =)
    graziedavvero.net

  6. Posted 18 ottobre 2005 at 11:11 | Permalink | Rispondi

    Vi osserveremo e magari parleremo di voi ;-)
    Continuate acsè…

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