RICICLANDO I POST DI VENEZIA…
 
L’ARCO, Kim Ki-duk, Sud Corea, 2005
 
Un vecchio pescatore vive su una barca con una giovane a cui ha salvato la vita e di cui è morbosamente innamorato. La ragazza, grazie alla quale il vecchio riesce a vedere il futuro, è cresciuta isolata dal mondo, lontana dalla realtà, in un laconico mondo in cui amore paterno e carnale si vanno a mescolare e a confondere. L’apparente ordine di questo mondo immutabile, in cui il tempo perde progressivamente di significato, di questo amore violento ma idealmente perfetto entrerà inevitabilmente in crisi. L’ultimo film di Kim Ki-duk, in concorso all’ultimo Festival di Cannes, tenta di porsi in linea con Ferro 3, raccontandoci una storia d’amore di o tra fantasmi attraverso le piccole cose, il ripetersi e il mutare di determinate situazioni, ma segna al tempo stesso un passo falso per il regista coreano. Quello che stupisce è come, tornando sullo stesso terreno a meno di un anno di distanza, si rischi pesantemente la maniera e si finisca per infarcire (soprattutto) la seconda parte del film di simboli e metafore di estrema pesantezza e banalità. Stilisticamente, di pari passo, spesso si cade in basso (la silhouette del pescatore impegnato a suonare di profilo l’arco del titolo sulla prua della barca lascia di stucco) e se è vero che si riconscono temi e situazioni proprie del regista non si può fare a meno di notare un loro indebolimento. Escludiamo dal commento, per non rischiare il penale, la colonna sonora: forse la più brutta e insostenibile che mi sia mai capitato di ascoltare.
 
La seconda notte di nozze, Pupi Avati, Italia
Vedere i film di Avati, ormai, dà lo stesso senso di andare a fare il pranzo della domenica da parenti vecchi e insopportabili. Quelli che ti dicono "ma ce l’hai la fidanzata?" e si ostinano a prenderti la guancia tra pollice e indice. I pranzi in cui sai perfettamente cosa ti verrà servito, dall’inizio alla fine, e anche cosa si dirà: luoghi comuni, discorsi da italietta punteggiano l’antipasto freddo, le tagliatelle col ragù o i tortellini in brodo. Prima del secondo si farà sicuramente una bella considerazione sul tempo, troppo freddo o troppo caldo. Alla fine verrà imposta la visione del mondo dei vecchi parenti, prima dell’immancabile visione delle foto, su divani polverosi che sanno di naftalina, come ogni portata del pasto, del resto. Non si vede l’ora di andare via, ma, quando ci si alza, il pranzo e i discorsi hanno irrimediabilmente appesantito stomaco e cervello, e i nefasti effetti della giornata durano fino a sera.
"La seconda notte di nozze" è noioso, banale, ripetitivo, "simpatico" e ammiccante. Parla di pazzi-dal-cuore-d’oro, della nostrabellaitalia, dell’arte di arrangiarsi, c’è katiaricciarelli, tanti bei paesaggi, nerimarcorè, del cinema, sì, perché il cinema dopo la guerra faceva sognare e dimenticare le brutture e gli errori di quegli anni, c’è bologna e la puglia, battute di-ver-ten-tis-si-me, tanta simpatia e buonumore. E i sentimenti, non dimentichiamoci i sentimenti. "Ce l’hai la fidanzata, allora?"
Il film inizia con la storia di una bambina che salta su una mina "e che ha fatto una gran luce nel cielo".
Il film si conclude con la stessa storia e con una dedica "a tutti i bambini che hanno fatto una grande luce nel cielo".
Va bene, ma dopo il limoncello me ne vado.
 
Tim Burton’s Corpse Bride, Mick Johnson, Tim Burton, USA
 
Evviva evviva evviva! Come definire questo film se non come un capolavoro? Riprendendo una leggenda ebraica, Burton racconta di Victor (doppiato da Johnny Depp), che, facendo le prove per un matrimonio combinato, infila la fede in quello che sembra un ramo che spunta dal terreno, e invece si rivela essere l’anulare della sposa cadavere del titolo. Victor viene così trascinato nel mondo dei morti… Sarebbe un delitto dire una sola parola di più sulla trama del film, va visto e basta. Ma, se la struttura ricorda molto Nightmare Before Christmas, a partire dalla suddivisione in due mondi, questo film è superiore sotto molti punti di vista. Tecnicamente, innanzitutto, si usa l’animazione a passo uno in maniera splendida, a partire dalle possibilità espressive dei volti e dell’attenzione ai dettagli, alle ombre, allo sfondo. Ma anche visivamente il film dona, fin da subito, dei momenti quasi psichedelici, con la musica di Elfmann ancora una volta in primo piano quasi quanto le immagini. Burton può spingere sul suo adorato modo di fare humor nero, scherzando con la morte e l’amore e osando con giochi di parole e battute che funzionerebbero anche da sole. Il problema è vedere come saranno tradotte e doppiate.
Lo so che suona antipatico, ma vederlo in lingua originale è necessario più che per altri film. Non oso immaginare la sposa doppiata da Michelle Hunziker o il protagonista doppiato da Luca Laurenti, quando ci sono voci originali come quelle di Helena Bonham Carter e di Christopher Lee.
Anche lo spirito citazionistico è presente, con evidenti riferimenti al Nosferatu di Murnau e altre pellicole. E, proprio a questo proposito, basterebbe il fatto che viene citato Via col vento, con tanto di musichina, con leggerezza e ironia, per confermare le capacità di Burton e la bellezza assoluta di questo film.
 
I FRATELLI GRIMM, Terry Gilliam
Jake e Will Grimm (rispettivamente Ledger e Damon) sono due cialtroni che girano di villaggio in villaggio truffando la superstiziosa popolazione tedesca. Facendo leva sulle paure della gente e utilizzando trucchi da vaudeville, inscenano lotte con streghe, troll e giganti. Grazie a questa loro attività si guadagnano da vivere, il rispetto della gente, Will qualche donna, Jack qualche leggenda in più da collezionare in vista del libro di fiabe che un giorno scriverà. Forse però, non tutte le leggende sono completamente inventate. A distanza di sette anni da Paura e Delirio a Las Vegas, torna il talento visionario di Terry Gilliam con uno splendido e fantasiosissimo film. Mettendo in corto circuito le favole scritte dai fratelli e le loro vite "reali", Gilliam realizza una favola cupa e gotica in cui tutto può accadere a patto che si sia disposto a crederlo. La fantasia necessaria per relizzare, inventare favole (o film) è anche l’ingrediente necessario perchè queste poi prendano vita e diventino racconto. Scritto da Ehren Kruger (suoi gli scripts di Scream 3 e delle versioni occidentali dei film di Nakata) i Fratelli Grimm è un grande film in cui lo stile di Gilliam, ancora fortunatamente ancorato ai vecchi trucchi visivi in stile Monthy Python’s (tipicamente inglesi. Vedi oggi come oggi la Guida Galattica) risulta perfetto. Una gioia per gli occhi. Tranquilli: la Bellucci conferma la sua inadegutezza.
 

2 Comments

  1. Posted 18 novembre 2005 at 22:52 | Permalink | Rispondi

    beh almeno ci siete voi a non maltrattare i poveri grimm.

  2. Tommik
    Posted 25 novembre 2005 at 10:45 | Permalink | Rispondi

    Su “La sposa cadavere”: avete notato la vaga somiglianza tra Lord Barkis (il cattivone, per capirci) e Ricucci? Inquietante! Comunque, mie traveggole a parte, gran film.

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