La marcia dei pinguini, Luc Jacquet, USA/Francia 2005

Si è iniziato a sentire qualcosa di questo La marche de l’empereur mesi prima della sua uscita, visto che ha registrato incassi record in tutto il mondo, superando perfino l’ultimo film di Lucas nella classifica statunitense. Ma le voci intorno al film non sono quasi mai andate al film stesso: si è parlato, infatti, di tutta la faticosa preparazione (la troupe è stata nove mesi al Polo Sud, anche a quaranta sotto zero), si è parlato del "fenomeno-pinguino", un animale che dai videogiochi ai sistemi operativi sta diventando sempre più diffuso, come icona, alcuni neocon hanno addirittura preso il pinguino come corrispettivo filmico, in evidente crisi d’astinenza simbolica. Quando il film stava per uscire anche in Italia, l’attenzione si è focalizzata su Fiorello, scelto per interpretare la voce narrante del film. E allora iniziamo proprio da questa.
Poteva andare peggio. Nel senso che Fiorello ci mette del suo, alcune battute sono chiaramente riconoscibili come farina del suo sacco, perché se ne avverte la forzatura, ma alla fine si contiene. Se si può storcere il naso quando fa la vocina del pulcino di pinguino, è bene ricordare che nella versione francese originale sono ben tre gli attori che danno voce al film: uno per il pinguino maschio, una per la femmina e uno per il cucciolo.
Il problema, invece, di questo film/documentario è proprio che non si capisce dove voglia essere collocato. Non è, infatti, qualcosa di simile a Microcosmos, dove immagini strabilianti della vita degli insetti riprese in un banale prato dietro casa venivano usate per raccontare una storia, per così dire, fittizia. Ma non è neanche un documentario: troppe, infatti, sono le domande che chiunque potrebbe porsi, e alle quali non viene neanche data una risposta scientifico-divulgativa alla Quark, per intenderci. Rimane quindi entrambe le cose, senza esserne nessuna: il materiale di immagini che Jacquet e la sua troupe hanno collezionato è meraviglioso, spettacolare e qualitativamente altissimo. Nei momenti di silenzio il film sembrerebbe veramente un documentario, ma ci aspetteremmo una voce "spiegante" e non una narrante, subito dopo. D’altro canto l’idea narrativa del regista è forte: basti pensare a quanto osi nel rappresentare un flashback di un pinguino, in uno dei momenti secondo me più interessanti del film, ad un livello puramente teorico quasi dirompente.
Detto questo, sia chiaro, il film rimane affascinante. Mi chiedo cosa sarebbe vederlo senza audio del tutto. Eh già, perché se solo a volte la voce di Fiorello infastidisce, la colonna sonora è di una coerenza impressionante: brutta dall’inizio alla fine.

Francesco

5 Comments

  1. Posted 21 novembre 2005 at 23:39 | Permalink | Rispondi

    ho linkato il tuo giudizio sull’edizione italiana, visto che io ho visto quella francese. saluti e baci. ciao fra’

  2. Posted 26 novembre 2005 at 15:37 | Permalink | Rispondi

    Sottoscrivo q

  3. Posted 26 novembre 2005 at 15:38 | Permalink | Rispondi

    (rewind-play)
    Sottoscrivo questa tua recensione dalla prima all’ultima parola. E non succede spesso…
    La colonna sonora didascalica è allucinante.

  4. Posted 4 dicembre 2005 at 00:23 | Permalink | Rispondi

    Appena recensito sul mio blog. Non mi dispiace la colonna sonora, a dire il vero. Molto moderna. Per il resto, concordo quasi in tutto. E sono tra quelli che hanno storto il naso alla vocina di Fiorello… per piacere!

  5. anonimo
    Posted 11 dicembre 2005 at 19:09 | Permalink | Rispondi

    Dio mio, sono uscito dalla sala con la voglia di farmi un bel manicotto di pinguino…

    g.

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