Un tempo c’era il minimalismo, inquadratura di due a tavola: “Mi passi il sale?”. Stop. Poi fu superato e si è arrivati a questo: inquadratura di due a tavola, “Mi passi il sale?”. Intervento della voice over intradiegetica (ossia personaggio principale che si sente parlare, di solito emanazione dell’Autore) che fa: “passarsi il sale è un po’ come fare sesso, entrare in comunione per dare più sapore alla vita. Tutti dovremmo passarci il sale più spesso” – con possibile “Mia madre salava poco la minestra” e flashback di protagonista piccino che viene richiamato a casa mentre sta giocando con le bolle di sapone per mangiare una minestra sciapa. Tendenza molto diffusa nelle serie tv, Scrubs, Desperate Housevives ecc., che sembra fare breccia anche in un certo tipo di cinema.

Me, you and everyone we know si colloca perfettamente in questa tendenza anche se non c’è la voice over, ma con la fortissima sensazione di qualcuno che sospira dietro di te e dice “Ah, dale piccole cose della vita si capiscono cose dell’universo, e soprattutto si tirano fuori delle arguzie che sembrano davvero intelligenti".

Trama: in un paese della sperduta provincia americana, dove un tempo si scopriva il marcio sotto il tappeto, e ora sono tutti dei graziosi e ottimisti alienati, le cui storie stralunate si intrecciano. C’è la stralunata conduttrice di taxi per anziani (che è la regista, la sceneggiatrice, la protagonista) che vorrebbe sfondare come artista concettuale (che per non sbagliare con l’identificazione, è quello che fa la regista, sceneggiatrice) combinando video, foto e voci in modo stralunato nella sua cameretta stralunata. Si innamora, facendo azioni stralunate, di un commesso di un negozio di scarpe che snocciola perle di saggezza che fanno supporre la sua profondità di carattere, anche lui stralunato perché appena separato da una donna di colore, e che ha due figli stralunati, che passano tempo davanti al computer, il più grande ha una strana e stralunata iniziazione sessuale con due ragazzine tropo amiche e troppo strane, e il più piccolo – un po’ il più stralunato di tutti – che va in chat e seduce con innocenti ma ardite intuizioni coprofiliache.

Insomma tutti teneri, tutti con la loro piccola ma innocua stranezza, ammirati con sguardo ingenuo e fresco. Siamo tutti d’accordo che è piacevole sentirsi raccontare storie di persone insolite, ma sembra proprio che si sia arrivati, molto in fretta, alla maniera. Che non è solo l’ormai codificato genere Sundance, ma è vero e proprio finto cinema di poesia, per usare concetti alti. Da American Beauty in poi sacchetti di plastica che volano qua e la, bolle di sapone, pesci rossi, trottole colorate sono sorti a metafore non si sa bene di cosa, ma fa tanto ambiguo e disperso che va bene. Non vorrei fare il paladino della narratività, ma qualsiasi metafora in un film che si vuole narrativo, o qualsiasi scelta visiva in un film, dovrebbe entrare in risonanza con il resto per poter davvero significare qualcosa. Me, you and everyone we know potrebbe anche non essere un bruttissimo film, ma cosa dice in più di Bella in rosa, se non le moraline che spiattella con buon interazione quello che si vede quello/che si dice? Per rimanere nei film del genere: non c’è scelta stilistica (I tenenbaum), non c’è dolore (Ghost World), c’è solo un’alienazione di maniera che non si sa come è diventata cool.

Si può anche ammettere che le sequenze con il bambino che va in chat siano tenere: ma ci e mancherebbe anche che non lo fossero. Un bambino di colore che dice parole tipo cacca e fa qualcosa di più grande di lui con gli occhioni sgranati ci mancherebbe anche che non intenerisca, ma si tratta più di un riflesso pavloviano, che di qualcosa di realmente costruito.

In più, un film nella provincia profonda con tanti personaggi teneri e stralunati, ciascuno con la sua piccola idiosincrasia personale, con un autore/regista protagonista che spinge sull’identificazione si è fatto in Italia e si chiama Il ciclone di Leonardo Pieraccioni. Magari è indie anche lui e non lo sa.

 
manu

19 Comments

  1. Posted 20 dicembre 2005 at 03:24 | Permalink | Rispondi

    questa recensione è splendida, davvero. sono totalmente d’accordo con quello che dici, compresa la brillante osservazione finale. proviamo a guardare con gli stessi occhi anche fenomeni non cinematografici, tipo i franz ferdinand? non so, magari non è proprio la stessa cosa, ma si tratta secondo di un discorso più generale, che coinvolge, in ogni forma di espressione, tutto ciò che è intelligente, astuto, magari anche “bello”, ma non autentico fino in fondo. se non sei autentico non sei libero, dico io, e viceversa. e se non sei libero non può funzionare fino in fondo quello che fai. magari per un momento sì, ma alla lunga…

  2. Posted 20 dicembre 2005 at 11:55 | Permalink | Rispondi

    certo che capire cosa sia autentico e cosa no, non è mica facile…

    ho visto me and you e mi ha intenerito, come dice manu, forse in modo troppo facile, ma bella in rosa è uno dei miei film preferiti d’infanzia, quindi…
    sono d’accordo sul fastidio per l’esagerata coolness stramba che ormai fa maniera: abbracciare l’albero, consigliare cornici parlanti, etc.
    una patina rosa. però…
    mi ricollego ad un altro film recensito sempre da manu, mi pare, e che qualsiasi rivista o giornale di questo periodo abbina a questo: broken flowers. e lo faccio da spettatrice sicuramente naif, quindi non gridate allo scandalo per favore.
    lì la patina è grigia, ma cosa cambia?
    non si tratta solo di un gusto personale, o del momento, per il colore della patina?

  3. anonimo
    Posted 20 dicembre 2005 at 12:35 | Permalink | Rispondi

    Rispondo a entrambi. Graize per i complimenti, innanzitutto
    Non metto in dubbio l’autenticità di Miranda July e del suo film. Penso che lei lo senta molto. E’ che trovo veramente asfittico e senza interesse il suo sentire. Anche se lei si porpone come autentica, il risultato è davvero codificato in figure e temi senza energia e senza nerbo. Personalmente, credo che il concetto di “autentico” sia un contenitore vuoto e spesso inutilizzabile esteticamente (es. Floriana del Grande Fratello è autentica?)
    Clumsy: ci ho pensato, non sei per nulla naif. Alla fine il genere di Me, you ecc. ecc. è lo stesso di Broken Flowers, come dei Tenebaum, di Se mi lasci ti cancello ecc. Definiamolo film indipendente americano. Ma Broken Flowers, per quanto leggermente programmatico è una dolorosa riflessione sul tempo e sulla sue conseguenze sugli individui. Non ci sono belle inquadrature per il piacere delle belle inquadrature, non ci sono apologhi poetici scollegati dal resto. Il percorso è chiaro. E l’alienazione di Don non è mai cool né depotenziata, è dolorosa, vissuta e sfigata.
    Nel film della July c’è un affastellamento di situazioni, scontate, ripetute, senza energia, che muoiono subito dopo che se ne sono andate dallo schermo (es. la parabola del pesce rosso, una delle robe più insopportabili a cui riesco a pensare).
    Oltre a presentare il suo mondo dipinto a colori pastello cosa fa? Nulla. E, sinceramente, per quanto pastellato, non mi sembra che abbia da dire molto, perlomeno a me.
    Non nascondo di privilegiare il grigio ad altre tinte, ma non è solo questo.
    m.
    PS. anche a me piace Bella in Rosa. Ma quello appunto non fa altro che raccontare una storia, e riesce a farlo. Il film della July ha una patina artistica e la volontà di dire qualcosa di più della vita di queste persone che trovo francamente insopportabile.

  4. Posted 21 dicembre 2005 at 03:19 | Permalink | Rispondi

    non penso certo che l’autenticità non possa essere in alcun modo un metodo di valutazione per un critico. si tratta solo di sensazioni difficili da spegare altrimenti (almeno per me). e comunque va tirata in gioco solo da un certo livello in su. floriana del gf è sotto quel livello, per quanto mi riguarda, e non mi preoccupo della sua eventuale “autenticità”. ma se penso ai franz ferdinand, per dire, o al film clerks, e mi chiedo perché non mi convincono fino in fondo, anche se sono molto al di sopra della mediocrità, trovo solo che mi sembrano fasulli, non del tutto sinceri. bah. non si possono scrivere critiche così, me ne rendo conto.

  5. Posted 21 dicembre 2005 at 03:21 | Permalink | Rispondi

    ho scirtto un NON di troppo, lì sotto. volevo dire:
    “penso anch’io che l'”autenticità” non possa essere un metodo di valutazione serio per un critico”…

  6. anonimo
    Posted 21 dicembre 2005 at 13:25 | Permalink | Rispondi

    possibile che nessuno scriva dei Dardenne? e King Kong?

  7. anonimo
    Posted 21 dicembre 2005 at 14:32 | Permalink | Rispondi

    e history of violence, e il sole?

  8. anonimo
    Posted 21 dicembre 2005 at 15:40 | Permalink | Rispondi

    protestaaaaaa!

  9. anonimo
    Posted 21 dicembre 2005 at 20:17 | Permalink | Rispondi

    arrivano, signora mia. domani le metto li il perchè no dell’istori of vaiolens.
    Fmc

  10. Posted 22 dicembre 2005 at 09:46 | Permalink | Rispondi

    Ehi ehi, istori of vaiolens ha un solo perchè no, ed è William Hurt fuori parte. Altrimenti non leggo la recensione perchè mi rovinate il bel ricordo.

  11. anonimo
    Posted 22 dicembre 2005 at 12:15 | Permalink | Rispondi

    Ma faremo anche un perché si, non temere.
    m.

  12. Posted 22 dicembre 2005 at 13:33 | Permalink | Rispondi

    ecco, perfavore.

  13. anonimo
    Posted 30 dicembre 2005 at 21:39 | Permalink | Rispondi

    recensione da applauso con doppiosaltocarpiatoindietro. grazie. dopo aver visto il film in questione, è quello di cui avevo bisogno.

  14. Posted 5 gennaio 2006 at 12:09 | Permalink | Rispondi

    l’ho visto temerariamente ieri, e sono d’accordo con manu, vecchio amico di ribrezzo, a cui mi permetto di far notare
    – che se il pedofilo avesse alfine iniettato le squinzie citando l’omelette di “Rocco a Londra più che mai” il film avrebbe avuto tutto un altro spessore
    – che non ci si deve innervosire: è un film da fighe indie-glitchy (non so cosa vuol dire, immaginati solo delle frange storte)
    – che il fesso del protagonista che io chiamerei Giorgio Fasotti, è l’esatto incrocio fra Faso e Giorgio Pasotti, ma non è parente di giorgio faletti, il dipendente siae.
    – che il bambino piccolo è zebina compresso.
    – che quando si cita l’opera del Pettinato bisogna accreditarlo per non incorrere in sanzioni siae da parte di Giorgio Faletti.

    baci

    la signorina john d. raudo in calboni.

    p.s
    gioite, gesù è nato
    e tanti auguri al consigliere delegato.

  15. anonimo
    Posted 5 gennaio 2006 at 14:31 | Permalink | Rispondi

    Che bello risentirla, dott. Raudo. Anzi signorina.
    D’accordo su tutto, e aggiungo:
    In effetti: il primo esempio è liberamente tratto dal “Corso di fumetti dozzinali” (penso) del Dott. Tuono Pettinato, anche se al momento non ci avevo pensato.
    E sul target del film hai perfettamente ragione: il che non previene dall’incazzatura furibonda e dalla domanda continua “a me di sta roba che mi frega?”.
    Mala tempora.

    baci
    m.

  16. anonimo
    Posted 9 gennaio 2006 at 18:28 | Permalink | Rispondi

    miranda July ha un blog
    http://meandyou.typepad.com/

  17. anonimo
    Posted 14 gennaio 2006 at 22:16 | Permalink | Rispondi

    Il primo periodo della tua prolissa e zelante recensione è incompleto.
    O forse più semplicemente sbagliato.

  18. anonimo
    Posted 16 gennaio 2006 at 12:49 | Permalink | Rispondi

    Corretto, era un verbo dal significato non preciso.
    Ma dal tono sembra che non non fossi molto d’accordo con il contenuto, a parte la sintassi traballante. O sbaglio?
    m.

  19. anonimo
    Posted 10 febbraio 2006 at 18:07 | Permalink | Rispondi

    Cavoli ho visto il fiml da pochi giorni e non sono per niente d’accordo con la recensione di Manu! Adesso son di fretta ma più tardi magari scrivo qualcosa per spiegarmi!
    ciao manu!
    jon

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