L’enfant di Jean-Pierre e Luc Dardenne
 
 
L’unica critica, superficiale, che si può muovere ai fratelli Dardenne è di rifare sempre lo stesso film. Ma siccome, per quanto ne so, sono gli unici attualmente a portare avanti questo tipo di cinema, ben vengano. Anzi, accolti a braccia spalancate.
In generale, uno dei pregi del loro stile è quello di aver eliminato la stupida equazione macchina a spalla = realismo, che un po’ si è eliminata da sola, ma soprattutto nei loro film è un modo per fare emergere la pesantezza e la consistenza delle cose: quindi uno dei metodi per creare un effetto passionale e – non solo – essere vicini a una non precisata realtà. La quale per i Dardenne ha una consistenza sia ideologica, nel senso buono del termine, come idea di cinema, sia fisica e, se non fosse una parola abusata e semanticamente pericolosa, corporea. E non si tratta solo di un fatto visivo, anche il sonoro si integra alla perfezione creando un effetto di disagio epidermico: per esempio, quando Bruno restituisce i soldi per avere indietro il bambino, il frusciare della mazzetta di denaro contata dal misterioso ricettatore di neonati è uno dei rumori più fastidiosi che si possa sentire: anche in questo caso, non la realtà, ma è l’abiezione ad essere il senso.
 
Allo stesso tempo, questo sguardo permette loro di essere partecipanti e distaccati allo stesso tempo: di mettere in scena un essere pre-morale, la prima cosa che viene in mente è Accattone di Pasolini, o comunque le sue narrazioni del mondo sottoproletario, senza mettere mai in scena una scelta, sua e degli autori. Tanto si riesce a provare energia e gioia quando Bruno noleggia a un prezzo spropositato un automobile e va in giro, quanto per tutto il resto delle sue avventure non si può che entrare in contatto con quello che prova senza che ci sia alcuna simpatia per lui. Intendiamoci bene, non si sta parlando di spontaneismo, o di presa diretta delle cose, tutt’altro, è una complessa stratificazione di elementi, l’oggetto dello sguardo, il mondo sottoproletario, lo sguardo stesso, i piccoli ma sostanziali spostamenti che vengono messi in scena, che concorrono a costruire un ritratto condiviso di qualcosa che in nessun altro modo sarebbe condivisibile.
 

manu

 

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