MEMORIE DI UNA GEISHA, Rob Marshall, USA 2005

Basato sul famoso libro di Arthur Golden, Memorie Di Una Geisha è il secondo film di Rob Marshall, già autore del terribile e sopravvalutato Chicago. Classica e piuttosto canonica storia di formazione di Chiyo, giovane dagli occhi azzurri e potenti come l’acqua, da bambina privata degli affetti familiari a geisha più bella e famosa del Giappone, in perenne affanno per un amore irraggiungibile quanto immaginario. Sullo sfondo la Storia di un Giappone alle prese con la guerra e votato a una perdita di significato, a un progressivo e inarrestabile decadimento morale. Il film è un vero e proprio polpettone melodrammatico d’altri tempi, tanto efficace quanto si è pronti a lasciarsi andare ai 145 minuti di voce over, cura formale esagerata e strabordante, musica a palla di fuoco di un incontenibile John Williams, sentimentalismi universali, lacrime facili e happy ending più o meno posticci. Se si è disposti ad accettare tutto questo ci si ritroverà a fine film a sussurrare – accendendosi un sigaro celati da un cappello a falde larghe in tinta con il vostro cappotto di cammello  – "formidabili quegli anni". Certo è che qualcosa di questo polpettone funziona e il merito è forse proprio del suo inetto regista. Le differenze con Chicago ci sono, sono molte e funzionali. Il primo ricercava tutto il suo fascino nei (brutti) numeri musicali, classiche inturrezioni narrative dove poter sfruttare scenografie, coreografie e vestiti che nel resto del film si limitavano a fare da tappezzeria. Qui i numeri musicali veri e propri sono due o tre (e sono decisamente pochi per un film che parla di geishe) e sono gestiti in maniera piuttosto sobria (vedi la camera frontale del numero solista di Chiyo), soprattutto se paragonati agli svolazzi registici del resto del film. Questo perché viene a diminuire lo scarto tra i diversi momenti del film, la differenza tra palco e vita. La protagonista comincia a vivere nel momento in cui lascia che la sua vita diventi finzione, numero musicale, illusione di un ordine e di un armonia fatta solo di kimoni perfetti e di gesti perfetti, soprattutto nel momento in cui questa perfezione viene contrapposta al disordine e al decadimento portati dalla guerra e dall’America. Certo, niente di nuovo e, parlando di Geishe, niente di così inventivo o sconvolgente, ma l’effetto è piacevole e molto più sostenibile che in Chicago. La seconda, e forse più importante, delle differenze è nel cast: l’esperienza di vedere Richard Gere, Renèe Zelwegger, Catherine Zeta-Jones tutti in una volta zampettare goffi con il sorriso di plastica è qualcosa che difficilmente i dimentica e penalizzavano i già non brillanti numeri musicali. Vedere Zhang Ziyi, Gong Li, Michelle Yeoh, Ken Watanabe fa un altro effetto. Questione di corpi, di fisicità e di classe. Oppure, si potrebbe dire, di bravura. Anche se la palma va al Signor Nobu, interpretato da Kôji Yakusho. Note amare: le lenti a contatto azzurre sulla bellissima Zhang Ziyi. Ci si potrebbe anche chiedere per quale motivo un film di un regista-coreografo americano, prodotto da Spielberg, con maestranze occidentali ambienti il tutto in giappone con attori orientali, ma presi a caso da Hong Kong o dal Giappone. Sarà perchè questi gialli sono tutti uguali? Tristazza.

FEDEmc

12 Comments

  1. anonimo
    Posted 10 gennaio 2006 at 17:10 | Permalink | Rispondi

    beh, che appeal hanno le attrici giapponesi sul mercato globale? non mi viene in mente nessuna superstar femminile nipponica…
    invece cina e hong kong sfornano star in continuazione…(perchè shu qi non sfonda? sigh).

    L’unica alternativa possibile sarebbe stata probabilmente truccare da giapponesi Uma Thurman e Scarlett Johannson…tutto sommato è andata bene così, fermo restando che sto film spero di non vederlo mai…

    Non ho capito una cosa della tua rece: perchè un film sulle geishe deve per forza avere numeri musicali? (domanda non polemica)

    lonchaney

    p.s.: w yakusho, sempre e comunque

  2. anonimo
    Posted 10 gennaio 2006 at 18:01 | Permalink | Rispondi

    ma guarda, alla fine non è male. magari non una priorità, però se riesci…
    per i numeri musicali: contando il regista, e contando che le geishe intrattenevano i clienti con balletti e svulazzi di vantagli, era lecito aspettarsi numeri musicali a go – go. in realtà, come detto, ci si limita abbastanza.
    Fmc

  3. Posted 11 gennaio 2006 at 12:42 | Permalink | Rispondi

    Chicago a parte, sono approssimativamente d’accordo sul tuo post, soprattutto sulla parola “polpettone”.

    sulla tua ultima frase: un paragrafetto del mio post ha scatenato una – ovviamente minuscola – polemicuccia sul mio blog. se ti può interessare.

    a presto, mici e baci.

  4. anonimo
    Posted 11 gennaio 2006 at 15:17 | Permalink | Rispondi

    ah, ok, quindi il tuo era un sospiro di sollievo: meno kitsch musicale del previsto.

    ero rimasto un po’ perplesso perchè alla parola geisha mi vengono in mente Vita di O-Haru donna galante e La strada della vergogna di mizoguchi, dove di musica e kitsch non ce n’è proprio.

    musica e canzoni, a livello di immaginario cinematografico, mi rievocano più che altro i bordelli cinesi, tipo Rouge.

    Boh, non sono un esperto di entraineuses, comunque, solo un cavillatore perditempo.

    se vuoi ti faccio un’inutile lista di film di baldracche orientali, così mi butti fuori una volta per tutte…

    lonchaney

  5. Posted 11 gennaio 2006 at 17:20 | Permalink | Rispondi

    Premetto che la mia non è una critica malevola, anche se so che sembrerà antipatica. Invece la faccio con simpatia e interesse.

    Tendi ad infarcire i tuoi post con un numero di refusi francamente imbarazzante; per esempio in questo breve pezzo:
    Chigago -> Chicago
    affano -> affanno
    irragiungibile -> irraggiungibile
    perdità -> perdita
    sentimentalisimi -> sentimentalismi
    inturrezioni -> interruzioni
    tapezzeria -> tappezzeria
    perchè -> perché
    bnumeri -> numeri
    tristazza -> tristezza

    Ora, anche a me i refusi sfuggono, e non pochi, ma la quantità dei tuoi è così massiccia che non posso esimermi dal consigliarti di filtrarli attraverso un word processor prima di postarli, visto che invece i pezzi mostrano impegno e attenzione ^^

  6. anonimo
    Posted 11 gennaio 2006 at 17:37 | Permalink | Rispondi

    tristazza è bolognese puro, secondo me fede l’ha fatto apposta.

    questo genere di critiche io lo farei con una mail privata, non in pubblico (tu dirai: senti chi parla!)

    lonchaney

  7. Posted 11 gennaio 2006 at 18:01 | Permalink | Rispondi

    tristazza effettivamente era voluto. il rsto no. me ne scuso e correggo. è la fretta che mi frega.
    Fmc

  8. anonimo
    Posted 11 gennaio 2006 at 19:30 | Permalink | Rispondi

    non c’entra un tubo con niente, ma guardatevi la serie western DEADWOOD, trasmessa su FOX: keith carradine che fa wild bill a fine carriera (e vita) è una nuova ragione per vivere, e c’è il miglior cattivo degli ultimi anni, un Bill il macellaio non fumettistico e ambivalente, pieno di contraddizioni, triviale e spietato ma, eccheccazzo, a tratti fa quasi piangere…w la TV!!!!

    lonchaney

  9. Posted 12 gennaio 2006 at 02:38 | Permalink | Rispondi

    Effettivamente avrei potuto usare la mail, ma non m’è venuto. D’altra parte faccio un sacco di refusi anch’io, e non penso che sia una cosa vergognosa “da tenere in privato”. A me i refusi me li spiattellano nei commenti e non ho mai trovato la cosa strana o inappropriata… comunque la prossima volta farò così ^^

  10. anonimo
    Posted 16 gennaio 2006 at 15:40 | Permalink | Rispondi

    cosa sono questi post da correttori di bozze??!
    il film io l’ho visto con mia madre, che era in una serata un po’ così e aveva voglia di ciucciarsi un polpettone in piena regola – completa consapevolezza di quel che aspetta anche prima di vederlo. sì, passa, neanche in modo spiacevole, però I FILMS sono altri…
    qua davvero si ha la sensazione di assistere a un drammone di cui non puoi essere in alcun modo partecipe, che lambisce, al limite affascina, per il tempo in cui ce l’hai davanti ma poi non lascia tracce…
    comunque, commenti a parte, volevo ringraziare, per la prima volta dopo innumerevoli ascolti e letture, i ragazzi di secondavisione, che con la trasmissione e il blog da alcuni anni mi “aiutano ad andare al cinema”. e questo so che vale per tanti e tante altri, che magari non si sono mai fatti sentire ma vi seguono sempre, e seguono i vostri suggerimenti.
    insomma, senza fare la parte della fan cretinetta, volevo ringraziarvi del vostro lavoro!
    claudia

  11. anonimo
    Posted 18 gennaio 2006 at 15:11 | Permalink | Rispondi

    Mitiga Claudia, grazie da parte della Redazione.

  12. anonimo
    Posted 1 febbraio 2009 at 11:20 | Permalink | Rispondi

    Checchè se ne dica in questo blog, a me il film è piaciuto e anche parecchio.
    Pur essendo d’accordo sulla sua indiscutibile lunghezza, l’ho guardato senza mai perdere l’attenzione, complici dei costumi straordinari, un’ottima fotografia e una colonna sonora molto piacevole e coinvolgente.
    E se la storia vi sembra classica e scontata, io dico che comunque, oltre ad essere sicuramente meglio di altre, è anche un buono specchio sul Giappone di quei tempi e soprattutto sulla formazione di quelle geishe che ormai sono rarità nel mondo odierno; difatti nei titoli di coda ho letto fra i nomi di chi ha contribuito anche quello di Liza Dalby, l’antropologa americana autrice del libro “La mia Vita da Geisha” che narra la sua esperienza personale nel mondo delle case da tè. E di certo, lei a riguardo ne sa di più di tutti voi buoni solo a cercare affannosamente i difetti nelle regie e nei cast e a sputar sopra ai sentimentalismi e agli happy ending.
    E l’happy ending è stato assolutamente perfetto, in particolar modo dopo tutti gli ultimi film che ho visto finiti nè bene nè male, solamente smezzati alla fine per comodità del regista e che mi hanno puntualmente lasciato con una certa insoddisfazione.
    Adesso mi accendo un sigaro, celato da un cappello a falde larghe in tinta con il mio cappotto di cammello, suppongo non ci sia nulla di male.

    A.E.

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