The New World, Terrence Malick, 2006

La premessa d’obbligo è che, non avendo capito se il film mi è piaciuto o no, lo tornerò a vedere. Dieci anni fa andava di moda la New Age, in edicola si vendevano i cd di Yanni e di Kitaro. Non so voi: a me francamente sembravano un po’ delle baggianate la cristalloterapia, la palingenesi nella natura e le indianerie come le magliette (abbastanza vendute in Toscana) con sù la scritta Etruschi for Lakota. Nel frattempo la New Age è finita un po’ nel dimenticatoio e la mia opinione su questo calderone non è migliorata, anzi. Per quale motivo, allora, The New World mi risulta tollerabile, anzi di più: mi affascina?
La storia è quella della principessa indiana Pocahontas (Q’Orianka Kilcher) e del suo amore impossibile con il capitano inglese John Smith (Colin Farrell). C’è tutto quello che ci vorrebbe per fare un film insulso: la polarità (non articolata) tra nativi e occidentali, la macchina da presa puntata sulla incommensurabile natura, lo stupore che finisce lì da parte dei personaggi verso tutto quello che li circonda (espresso con voce over, eh), la personificazione nel dialogo e nella rappresentazione delle entità primarie (Luna, Dio, Morte…). Non mancano i tramonti viola sul fiume.
E allora? Sperando che le questioni più importanti vengano discusse nel dibattito, mi limito a questo: The New World non è un film sulla palingenesi, sulla morte/rinascita dell’individuo in seno alla Natura (vedi Dead Man, per dire). E’ piuttosto un film sull’entropia, sulla dispersione di energia, di forza, di vita in seguito alle trasformazioni. Questo perché Terrence Malick non si interessa all’Uomo, ma al Cosmo direttamente. Gli uomini sono trattati come accidenti o attributi del mondo: transitano senza lasciare il segno, senza cambiare o risultare cambiati. Tanto che si fa fatica a trovare il dramma, in un film come questo, nel senso di azione intersoggettiva che dà il via ad una serie di modifiche su uno stato di cose iniziale. Certo, ci sono la storia d’amore tra John e la principessa, il distacco, il matrimonio non d’amore con il brav’uomo John Rolfe (Christian Bale); ma gli eventi sono come svuotati d’importanza, la focalizzazione e il diritto alla voce over passano da un personaggio all’altro senza particolari imbrarazzi. La macchina di Malick , nel frattempo, punta al tramonto senza passare dal soggetto che lo contempla o, meglio, senza dare alla bellezza un valore relativo rispetto ad altro che non sia il mondo stesso. Per questo il film acquista un respiro cosmico: non perché racchiuda nella sua rappresentazione un sistema funzionante, complesso e infinitamente estendibile, ma perché si attiene solo all’immutabile e al ciclico. Per capire se il film è bello o no, se è culturalmente di retroguardia o no, ripeto, mi sa che ci vorrà un’altra visione.

p.

3 Comments

  1. Posted 15 gennaio 2006 at 14:17 | Permalink | Rispondi

    è stato bello vedere la sala che si svuotava ma mano. Tutti schifati all’inverosimile da un film che a parer mio è cinema a livello puro, essenziale.
    Gli applausi finali di chi è rimasto.
    Una pellicola che ti fa ricordare perchè vai al cinema.

  2. Posted 17 gennaio 2006 at 10:36 | Permalink | Rispondi

    Stesse scene nella sala dove sono stato. Identiche.
    Forse non un capolavoro, ma un’esperienza meravigliosa, un film grande in tutti i sensi: arrogante, audace e romantico.

  3. Posted 24 gennaio 2006 at 08:38 | Permalink | Rispondi

    Visto ieri, anche da me c’è stata gente che è uscita all’intervallo. Bello, ma forse Malick dovrebbe smettere ora, il prossimo rischierebbe seriamente la macchietta.

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