Le tre sepolture di Tommy Lee Jones
 
Vendetta, viaggio e frontiera: si snoda attraverso questi tre punti e la loro sovversione la prima regia (cinematografica) di Tommy Lee Jones. Vincitore meritato a Cannes come miglior attore, e per la migliore sceneggiatura di Guillermo Arriaga, quello di 21 grammi. Che in questo caso mantiene la costruzione temporale non lineare, ma non rimane una patina postmodernista – fuori tempo massimo – ma serve a costruire la dialettica di presentazione dei temi-loro distruzione e successiva apertura alla ricostruzione che tutto il film racconta. Infatti, la destrutturazione temporale (si perdoni questa parola abusata e semplificatoria) procede nell’antefatto, quando si narra la morte dell’immigrato messicano Melquiades Estrada, ma il viaggio – quando il ranchero Tommy Lee Jones decide di vendicarsi dell’assassino del suo unico amico e di mantenere la promessa a lui fatta di seppellirlo nel suo paese natale – si svolge quasi linearmente: perché la confusione temporale si sposta dal tempo allo spazio. Perché il luogo della terza sepoltura non è così facile a trovarsi, perché è spezzato dalla frontiera politica tra Stati Uniti e Messico e dall’assurdità di percorrerla in senso inverso, perché di solito nel western la frontiera non si dovrebbe poter superare.
Ma non è solo un western: avendolo attualizzato diventa poema sulla “spazzatura bianca”, poiché l’omicidio di un immigrato da parte di una guardia di confine, Mike Norton, interpretato da Barry Pepper, emerge da una terra in cui l’amicizia si fonda sulla parola altrui e sulla propria solitudine e in cui vivere in un container non è la cosa più squallida che ti possa capitare.
Per chi non lo ricordasse: Barry Pepper è l’amico yuppie di Edward Norton ne La venticinquesima ora (il film che ha concluso gli anni novanta per il cinema americano e si sta ancora a provare a premiare Crash, mah) quello che dice “Sono irlandese, io non mi ubriaco mai”. Ci si chiede se con quella faccia potrà mai fare il salto nell’interpretare un ruolo di buono (e ci si chiede come il suo personaggio potesse essere popolare al liceo). Chiusa parentesi.
Regista e sceneggiatore sembrano prendere a discrete mani da Voglio la testa di Garcia di Peckinpah, sia nel tema che nel crepuscolarismo, ma non si sente mai la pesantezza di un materiale di seconda mano, o di una qualsiasi maniera: il film è vitale appunto perché è abile a costruire un epica e a smontarla in due ore senza fare di questa struttura la ragione principale del film.
E la pietà che si inizia a provare per la guardia del corpo non risiede solo nella sua condizione di prigioniero torturato, condizione ancora più assurda perché posto continuamente a confronto con il cadavere in putrefazione di Melquiades, il quale non dovrebbe affrontare un viaggio, ma per il fatto che ciò che lo riduce in uno stato “pietoso”, la vendetta, non ha senso.

Miglior scena: l’incontro con il cieco solitario.

manu

9 Comments

  1. anonimo
    Posted 14 febbraio 2006 at 19:22 | Permalink | Rispondi

    Scusa Manu, ma la frase è “Sono irlandese, non mi ubriaco e so sempre quello che dico”.

    d’accordo su quello che dici, soprattutto sulla sequnza con il vecchio cieco (anche se la memoria è corsa subito al Gene Hackman di Frankestein Jr).
    Berry Pepper grandissimo. Saluto anche January Jones.
    Fmc

  2. Posted 15 febbraio 2006 at 15:15 | Permalink | Rispondi

    La regia ricorda per certi versi alcuni film di Eastwood ( o almeno a me ha dato questa impressione). Nella scena finale poi ritroviamo poi dei moderni Don Chisciotte e Sancho Panza.
    Un bel film, non annoia mai e suscita emozioni diversissime.

  3. Posted 16 febbraio 2006 at 12:18 | Permalink | Rispondi

    ho finito la serata con un solitario brindisi a Sam Peckinpah, Warren Oates e alla testa di Alfredo Garcia. Ci stavano anche bene Cormack Mc Carthy e Monte Hellmann, per dire

  4. anonimo
    Posted 22 febbraio 2006 at 16:17 | Permalink | Rispondi

    sbaglio o in questo film il classico (?) e senza fronzoli jones spazza via il postmoderno e inutilmente contorto Arriaga dopo un primo capitolo di furibondo duello tra regia e sceneggiatura?
    All’inizio l’andirivieni temporale mi lasciava perplesso, poi la componente virtuosisica sparisce nel nulla, lasciando posto ad un racconto lento e diretto che grazie al cielo non ha nulla in comune con 21 grammi e menate simili.
    Nobile.

    P:S.: secondo me a parte il viaggio con il cadavere, non c’è poi molto di Peckinpah, semmai è evocato Monte Hellman, con i suoi stalli esistenziali e le sue epopee che sfumano in un nulla di fatto…

    lonchaney

  5. anonimo
    Posted 23 febbraio 2006 at 10:45 | Permalink | Rispondi

    Sembrano due stili diversi, ma il primo è funzionale al secondo: non ci vedo insomma questa lotta tra regia e sceneggiatura: ciò che prima era incasinato (per le colpe, per gli intrecci, per l’indagine e le connivenze) si linerizza in qualcosa di più classico (?). Ripeto il tuo punto di domanda. Non ha nulla a che fare con menate à la 21 grammi ma appunto perché i salti temporali si sciolgono in qualcosa di sensato, e non stanno lì a fare decorazione o a essere l’unico senso di una pellicola.
    manu

  6. anonimo
    Posted 23 febbraio 2006 at 10:47 | Permalink | Rispondi

    Ma, non ho ancora visto i tuoi pronostici Oscar, caro Lon
    m.

  7. anonimo
    Posted 24 febbraio 2006 at 13:30 | Permalink | Rispondi

    fatti.

    Lonchaney

  8. anonimo
    Posted 27 febbraio 2006 at 18:27 | Permalink | Rispondi

    Inoltre, caro lon, ma cloni i commenti su vari blog?
    m.

  9. anonimo
    Posted 8 marzo 2006 at 19:09 | Permalink | Rispondi

    a volte, qui e da kekkoz, gli unici su cui gironzolo.
    in gergo nerd si chiama crossposting, e chissà perchè irrita sempre gli amministratori dei forum.

    lonchaney

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