TRANSAMERICA, Duncan Tucker, USA, 2005

Bree è un transessuale. Prima di decidere di diventare donna, si chiamava Stanley. Da anni ormai vive come se fosse una donna ed è pronta a fare il grande passo: l’operazione per liberarsi dell’organo sessuale maschile e diventare una donna a tutti gli effetti. Una settimana prima dell’operazione scopre di avere avuto un figlio, ora un dicannovenne marchettaro tossico, dalla sua unica relazione eterosessuale. Decide quindi, in accordo con la sua psicologa, di incontare il figlio, prova tangibile e fino ad allora sconosciuta, di una vita che sta per cancellare. Senza svelare al giovane la sua reale identità Bree lo accompagna in un lungo viaggio da New York a Los Angeles.

Successo all’ultimo Sundance Festival e candidato a ben due premi Oscar (attrice e canzone), Transamerica è un classico film indipendente americano che osa nelle tematiche, ma che poi ha una messa in scena e uno svolgimento piuttosto prevedibile e scontato. Si apprezza il coraggio e l’audacia di trattare in un film il tema, piuttosto inedito, della transessualità e alcuni dei problemi ad essa legata, ma si rimane stupiti poi per la piattezza della realizzazione e per alcune scelte banali. Siamo di fronte inanzitutto a un road movie, che si limita a seguire pedissequamente le regole del genere senza aggiungere o omettere nulla (bei paesaggi, ellissi in cui i due si conoscono sulle note di un pezzo stile Tom Petty, incontri con personaggi bizzarri, ecc… ). Se è vero come detto che la scelta di scegliere il tema della transessualità come centro del film è coraggioso e inedito, se è vero che Bree/Stanley è un personaggio complesso e con molte sfumature, il resto dei personaggi del film sono estremamente schematici e macchiettistici: il figlio di un transessuale finisce infatti a fare marchette per strada, a drogarsi e a spacciare e a sognare di partecipare a un film porno. Gli altri transessuali mostrati nel film fanno cose come cantare ubriachi sconce canzonacce accompagnati al violino, parlare di peni o vagine finti, dire banalità quali "io sono sia uomo che donna: ne ho viste e fatte di ogni". La famiglia di Bree è composta da: una madre conservatrice ipocrita ed egoista che non capisce la scelta del figlio perchè "non è bello quello che ci stai facendo", un padre a cui non frega niente, una sorella ex alcolista. C’è spazio anche per un patrigno cattivo che ha violentato il figlio di Bree/Calvin, un freakettone drogato, una lolitona con lecca lecca e una cameriera di colore buona e brava a far da mangiare. Il film scorre piacevolmente, anche se lo svolgimento – sia per quanto riguarda la parte road che quella "costruzione di un rapporto inizilamente difficile ma via via sempre più importante che accrescerà entrambi anche se, quante difficoltà" – è vista e rivista. Duncan Tucker come regista è invisibile, ma ha lameno il pregio di scrivere e di trattare con garbo molte delle situazione dove il pericolo dell’esagerazione era dietro l’angolo. Felicity Huffman, bravissima è lanciata verso l’Oscar, è chiamata a interpretare un uomo che desidera essere una donna. Nettamente la cosa migliore del film, anche se la sua interpretazione, che passa anche per un abbassamento della voce nell’originale, è penalizzata nel versione italiana dal doppiaggio.

FEDEmc

Salutiamo e linkiamo il blog de La Marcia Futile, che ogni giovedì organizza visioni di straordinari film invisibili in quel dell’XM 24 a Bologna.

2 Comments

  1. anonimo
    Posted 27 febbraio 2006 at 11:11 | Permalink | Rispondi

    A me il film è piaciuto molto, non l’ho trovato scontato forse perché non ho tutti gli strumenti critici per capire. Però una cosa l’ho capita: Bree – prima di decidere la riassegnazione di genere – si chiamava Stanley, non Calvin!

    ant

  2. anonimo
    Posted 27 febbraio 2006 at 13:13 | Permalink | Rispondi

    vero, mi sono confuso con l’indiano.
    sorry. anzi, quasi quasi coreggo.
    Fmc

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: