La terra di Sergio Rubini
 

Sono andato a vedere La terra animato da un fiero pregiudizio e dal desiderio periodico e masochista di vedere un film italiano che so essere brutto per provare di aver conservato passione per il cinema (“se un film mi fa così incazzare allora conta qualcosa”).

La terra aveva tutte le carte in regola: produzione Fandango, fumoso tema del ritorno alle radici mixato con alta ispirazione letteraria (I fratelli Karamazov, nientepopodimeno), e ambientazione in Salento. L’ultima di queste caratteristiche poi incontra una mia personale idiosincrasia: appena vedo una masseria su grande schermo, penso a come starebbe bene lì un petrolchimico, quando scorgo distese di ulivi penso che questo monotono paesaggio naturale potrebbe essere postmodernamente reso più ficcante con un reattore nucleare, al posto delle strade sterrate sogno viadotti e tangenziali a tre corsie, e comunque mi riprometto di investire i miei risparmi in azioni della “Cemento Malvagio s.p.a.”. Come quando sento un accenno di taranta, rivaluto la selezione musicale di sala 2 del Number One (Rovato, BS) in un sabato qualsiasi dei secondi anni novanta.

Ecco, per fortuna non c’è nulla di tutto questo: non si vuole far dire di più a quei meravigliosi paesaggi di quello che dicano, il ritorno alla terra è suggerito e non sbandierato come un pauperismo di quarta mano. Lo sfondo rimane sfondo, efficace della storia. Ma a questo punto il film ha perso ogni patina di scult e ogni rifugio nei facili stereotipi: di questo bisogna dare atto a Rubini: un passo avanti si è fatto. O forse, più in generale, questo è il segno che il cinema italiano anni novanta è definitivamente finito, o perlomeno la sua coerenza formale comincia a mostrare delle crepe. Solo crepe, perché per esempio, l’uso della colonna sonora – di una bruttezza inenarrabile, no di più, oltre, roba da non credere – è ancora estremamente invasivo: solo che non ci sono più Mina, Rino Gaetano o A Whiter Shade of Pale (che si rimpiangono, lo so che mi contraddico, ma li ho rimpianti un pochino) ma tutto è sostituito da archi pesantissimi. Come se fosse un succedaneo della voce fuori campo, a sottolineare ogni svolta emozionale.

Inoltre, imperdonabile è l’ennesima manifestazione, e non si sa a che pro, della partita a pallone di Mediterraneo. È inutile scervellarsi quale sia la scena più importante del cinema italiano: quella più efficace è sicuramente quella di Salvatores, che forse traduce un carattere atavico. Se mi perdonate la riduzione a barzelletta, giustificata dal tema di questo discorso, di fronte a una spiaggia incontaminata un tedesco rimarrebbe in contemplazione della potenza della natura, un francese penserebbe a sé, un americano a come andare oltre; un italiano, inevitabilmente con un amico, tirerebbe su due pali e butterebbe tutto in caciara.

In questo caso non si tratta di una partita di pallone, ma di un’inspiegabile riedizione di laguna blu con il professore represso (ancora?) che cede alla tentazione della giovane ragazza – che puntualmente mostra le tette in favore di camera. Comunque il principio della “fuga”, che più terra terra si traduce nel “buttiamo tutto in vacca e speriamo nello stellone”, è qui ripetuto. 

L’altra cosa di cui si deve dare atto a Rubini è che si pone, insistentemente, come autore ma, grazieadio, non attraverso mezzucci che lasciano il tempo che trovano, ma con una precisa scelta formale. La maggior parte delle inquadrature, o dei piani più importanti, presentano lo stesso principio compositivo: primo piano, di solito deformato per oscillare tra l’espressionista e il grottesco, del personaggio che si fa carico della focalizzazione passionale della sequenza, e sfondo in “profondità di campo”, con il resto della scena che presenta quello che lo coinvolge emozionalmente (es. il pianto di un fratello). Come se lo sfondo fosse la proiezione mentale della figura, o la figura non fosse altro che un sintomo dello sfondo. E in questo il percorso è coerente. Che poi questa coerenza formale non basti a fare un buon film, è tutta un’altra cosa: la scelta è estremamente teatrale, con la creazione di un “a parte” che riduce tutti gli eventi a un intimismo mal espresso, gli attori che devono reggere i primi piani non sono in grado: l’intimidito Briguglia sembra pensare ad altro, Bentivoglio da un po’ è in preda ad un’inspiegabile involuzione, Solfrizzi e tutti gli altri si possono, con piacere, dimenticare.

Poi, la consapevolezza formale e l’evitare i clichè difficilmente fanno dimenticare che la prima cosa succede dopo un’ora buona di film, che neanche un film di Bergman, se non fosse che Bergman aveva altre priorità nei suoi film. E questo punto nodale, un omicidio, trasforma il racconto della storia di una famiglia numerosa in una eccitante avventura di Mrs. Fletcher tra i meandri di Cabot Cove.

Senza dimenticare che ogni tanto una sceneggiatura quasi onesta ha degli scivoloni che trasportano lo spettatore dal Salento direttamente a Rivombrosa o a Centovetrine (es. “adesso basta, o vieni via con me o mi avrai perso per sempre” – recitata con tono da crisi di nervi mucciniana), e che il finale ambisce a ridefinire il concetto di “tarallucci e vino” facendolo diventare principio primo in cui tutte le differenze esistenti si sciolgono. Talmente enorme da far venire dei dubbi sull’effettiva adesione a questo taralluccio gigante, anche se la sperata distanza ironica, purtroppo, non è esplicitata in alcun modo. In fondo, siamo solo nel 2006.

 
manu

16 Comments

  1. Posted 26 febbraio 2006 at 21:30 | Permalink | Rispondi

    Ero indeciso se andare o no, ora ci andrò. Tanto, un italiano di 27 anni, di ‘sti tempi non ha più niente da perdere.

    Se non i 5-6-7 Euro del biglietto.. Ovviamente.

  2. Posted 27 febbraio 2006 at 12:15 | Permalink | Rispondi

    E Bentivoglio che dice alla Gerini “io sono questo, prendere o lasciare” ? E il musicone di Donaggio spalmato su TUTTO il film e replicato paro paro dalla triade Vestito per Uccidere / Omicidio a luci rosse / Sotto il vestito niente?

    (L’amico con cui l’ho visto ha chiosato: “quando esce il CD ottuplo della colonna sonora te lo regalo”. Classy guy.)

  3. anonimo
    Posted 27 febbraio 2006 at 15:54 | Permalink | Rispondi

    il penultimo Rubini non era affatto male, scricchiolava e indulgeva come sempre in folklorismi deteriori, ma era di una sincerità ed un’onestà inedite e coinvolgenti.
    era un film in prima persona, in cui rubini metteva in scena la sua vita ed i suoi amici, appena mascherati…

    a modo suo unico
    come diavolo si intitolava?

  4. anonimo
    Posted 2 marzo 2006 at 16:52 | Permalink | Rispondi

    la mia sfera di cristallo mi dice che entro poche ore comparirà un post di paolo su Arrivederci amore ciao, pieno di osservazioni sensate che riequilibreranno le assurdità che si leggono in giro.

    lonchaney

  5. anonimo
    Posted 2 marzo 2006 at 17:09 | Permalink | Rispondi

    Lon, stai sottilmente insinuando che ho scritto delle assurdità su La terra?
    no perché se lo stai facendo ti sfido a duello.
    E quello che ricordava l’amore ritorna eri tu?
    Purtroppo non l’ho visto, un Rubini a lustro è più che sufficiente
    m.

  6. anonimo
    Posted 2 marzo 2006 at 18:44 | Permalink | Rispondi

    no, le assurdità che si leggono in giro sul film di Soavi.
    sul forum di Nocturno c’è pulici che piange di gioia, su film TV paragonano a caso soavi a giordana solo perchè c’è boni, e via delirando.
    bleach

    uffa, pensate sempre che venga qui a fare tafferugli… (ihihih, chissà perchè…)
    lonchaney

    P:S.: ecco, si intitolava L’amore ritorna, non male, capitomboli esclusi.

  7. anonimo
    Posted 2 marzo 2006 at 18:58 | Permalink | Rispondi

    La domanda è d’obbligo: ma l’hai visto o siamo nella rubrica “lonchaney non li ha visti per voi”?
    m.

  8. anonimo
    Posted 2 marzo 2006 at 19:08 | Permalink | Rispondi

    l’ho visto ieri. A me è piaciuto, è uno strano ufo che sembra venir fuori da un altro decennio, è squilibrato da morire e ha un paio di stecche atroci, ma a modo suo funziona…ed è diverso (e incosciente, perchè senza pubblico). quindi mi è simpatico.
    trovo comunque esagerati gli ultrà da una parte e gli schifati o peggio indifferenti dall’altra.
    Che dite voi?
    lonchaney

    P:S.: ovviamente a me piace anche Notte prima degli esami, perchè sono tarato e i film di adolescenti mi fanno piangere, ma voi non fateci caso…

  9. anonimo
    Posted 2 marzo 2006 at 19:27 | Permalink | Rispondi

    il lonchaney non li ha visti per te te lo posso fare su Capote…

    lonchaney

  10. anonimo
    Posted 2 marzo 2006 at 20:19 | Permalink | Rispondi

    Beh, fallo, non aspetto altro.
    m.

  11. Posted 6 marzo 2006 at 19:57 | Permalink | Rispondi

    la rabbia cementara anti-salentina ti è venuta prima o dopo gli abusi cine-musicali dell’ultimo decennio?

  12. Posted 6 marzo 2006 at 21:49 | Permalink | Rispondi

    suvvia, non così pessimo se preso per quel che deve essere (e la presenza di una poco credibile gerini lo dimostra)… insopportabile invece il lancio promozionale che ce lo propone ovunque -mai peggio di orgoglio e pregiudizio, leit motiv dei tg nostrani.

  13. anonimo
    Posted 7 marzo 2006 at 15:12 | Permalink | Rispondi

    Tony: il furore antisalento si è sviluppato negli ulti anni. Ma non rimaniamo al cinema et simili: si sono saggi, interventi e tesi di laurea su taranta e tradizioni in salento. Inoltre, sembra divenuto il luogo dove tutta Italia riprende contatto con la propria corporeità e con le tradizione. Tanto che la composizione della popolazione nei mesi estivi ricorda quella di Vimercate o di Fiorenzuola d’Arda.
    Anonimo: è brutto anche se non è così abominevole come speravo/temevo. Es. la Gerini, che deve intepretare una donna del nord, quindi arida, fredda e sempre di fretta, è cementata in un cerone dalla tonalità “nebbia sulla Magneti Marelli”, e uno chigon per chi non l’avesse capito. Oltre a esprimersi con frasi del tipo ” o vieni ora o mi perderai per sempre”, bah.
    m.

  14. anonimo
    Posted 7 marzo 2006 at 15:13 | Permalink | Rispondi

    chignon, errore di battitura.
    m.

  15. Posted 8 marzo 2006 at 15:23 | Permalink | Rispondi

    ma tu hai provato a riprendere contatto con la tua corporeità a Gallipoli? se si, più di una volta?
    Dove preferisci vacanzare?

    sono argomenti decisivi, questi.

    PS se non lo hai capito sono un altro salentino trapiantato del cazzo

  16. anonimo
    Posted 9 marzo 2006 at 11:21 | Permalink | Rispondi

    Caro salentino trapiantato,
    non ho mai avuto il piacere di trascorrere vacanze in Salneto. Credo che lo farò tra dieci anni, o quindici, quando potrò davvero godermi i luoghi, che immagino bellissimi, senza sentirmi sulla metro verde di milano.
    Un poco come gli agriturismi in toscana nel 1998, o come l’india negli anni sessanta. O ci si va prima, o molto dopo.
    Appunto, credo che siano luoghi bellissimi, e che ci si possa stare bene in vacanza: non sopporto l’apologia totale, definitiva e di massa, e non penso che ritrovare il proprio corpo (la propria anima, le proprie radici ecc.) tutti nello stesso lembo di terra sia una pratica sensata. E soprattutto: rimane una bella vacanza: altrimenti uno può raccontare di andare a riccione a rimorchiare svedesi per rafforzare l’identità europea contemporaneamente rivolto alle radici cristiane e a un futuro da protagonista nelgi schemi geopolitici del 21esimo secolo.
    A parte tutto, il film di Rubini rimarrebbe brutto anche se fosse ambientato a Schio, o a Jena.
    m.

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