La guerra di Mario (Antonio Capuano, 2005)

Mi è piaciuto? Non lo so. Sta di fatto che Capuano, come in Luna Rossa (2001), ha la capacità, rara in Italia, di dosare l’eccesso (visivo, narrativo), di non sovraccarlo di effetti simbolici e metaforici. Si vedono e si dicono un sacco di cose brutte in La guerra di Mario, ma nessuna sta lì come commento o come chiave per spiegare le persone. Esempio: il protagonista maschile adulto (Andrea Renzi, ma sembra un po’ Maurizio Aiello de Il Maresciallo Rocca 1) ad inizio film dice una di quelle frasi orrende ("Sai che faccio? Vi regalo un bel telefonino nuovo…") che in genere bollano il personaggio per sempre. Qua invece la vita continua e il personaggio è libero di sfuggire alla tagliola del giudizio. Altro esempio: la sconfortante periferia italiana (il quartiere Ponticelli di Napoli) è uno dei due luoghi su cui si polarizza la vicenda, ma il lavoro di Capuano non si limita a creare macchiette legate all’ambiente: si sforza di farle sconfinare in modo disordinato.
La storia è quella di Mario, un bambino parecchio difficile, che il Tribunale dei minori ha affidato ad una coppia della Napoli bene, Giulia e Sandro (Valeria Golino e appunto Renzi). L’uomo ammette la propria destabilizzazione di fronte al bambino. Lei, più direttamente alle prese con l’inevitabile burocrazia, difende il proprio modello libero e democratico di educazione del piccolo. Mario, nel frattempo, è del tutto refrattario a scuola, famiglia, istituzioni, dialogo, psichiatria. Un paio di considerazioni.
Uno. Capuano, come dicevo, non fa il tifo per nessuno. Soltanto che, alla fine, questo scetticismo ha qualcosa di programmatico: ognuno (dalla mamma alla tutrice) ha i suoi lati di umanità, ma la costruzione dei personaggi sembra, a volte, volere far tornare questo assunto di base.
Due. Come in Luna Rossa, non sempre funziona il passaggio (pasoliniano) di accadimenti concreti in strutture mitico-narrative consolidate. Là la camorra non riusciva a trasfigurarsi in tragedia, qua la favola infantile resta un orizzonte solo accennato, più che altro nei vagabondaggi "a solo" di Mario per Napoli e dintorni.
Tre. Mario e il regista guardano Napoli attraverso una serie di istantanee. A loro non interessa rendere la città riconoscibile dai suoi scorci, ma farne emergere l’uso possibile, la vivibilità concreta. Non è soltanto un rifiuto della visione turistica del territorio che ammorba buona parte del cinema italiano: è un tentativo coerente di riconquistare lo spazio all’azione.
Valeria Golino è incantevole. Bravissimi i produttori Francesca Cima e Nicola Giuliano, che sono riusciti a fare tutto con un milione di euro, limitando gli effetti della coproduzione Fandango.

p.

2 Comments

  1. anonimo
    Posted 9 marzo 2006 at 18:58 | Permalink | Rispondi

    caro p. dimmi solo da quando è che non esprimi entusiasmo per un film? te lo chiedo perchè io, ingenuamente, dopo aver visto rubini e verdone, mi sto spellando le mani a forza di applaudire il film di capuano….
    DT

  2. anonimo
    Posted 9 marzo 2006 at 19:06 | Permalink | Rispondi

    cmq dall’asettica disamina, condivisibilissima, mi piace espungere la parte in cui parli di “rifiuto della visione turistica del territorio … un tentativo coerente di riconquistare lo spazio all’azione”. significa avere coraggio, avere voglia di mostrare la propria prospettiva di osservazione. i due citati più sopra, per es., volgono uno sguardo come fosse non il loro ma quello che un pubblico pagante vorrebbe. si confrontano due tipologie di cinema: quello fatto per se stessi e a misura del proprio sguardo; quello fatto per il pubblico in nome di una sua mediana, superficiale, duplicabile/triplicabile direttrice di sguardo.
    personalismo vs. provincialismo, insomma
    DT

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: