V PER VENDETTA, James McTeigue, USA, 2005

Come penso molti di voi sapranno, questo è l’adattamento cinematografico di una graphic novel scritta da Alan Moore e disegnata da David Lloyd. Uscito la prima volta nel 1988, V For Vendetta è uno straordinario fumetto fantapolitico, ambientato in un’Inghilterra del futuro, schiacciata da una dittatura molto vicina al fascismo. Un libro che qualcuno definì profetico, che divenne un caso durante gli anni del Tatcherismo ma che ancora oggi mantiene una carica eversiva spaventosa. I disegni di Lloyd sono datati (i primi lavori sono dell’82), la scrittura di Moore non era ancora arrivata a quelle vette a cui ci ha poi abituati, ma era propria la vitalità e la visceralità della storia a rapire: quella strana maschera che faceva saltare in aria il parlamento di Londra, mimando un direttore d’orchestra, liberando il popolo da una dittatura piegandosi senza indugio all’uso della violenza, non poteva lasciare indifferenti. Il fatto che il progetto cinematografico fosse stato preso in mano da Joel Silver e dai fratelli Wachowski, che la regia fosse stata affidata a un esordiente e che soprattutto Moore si fosse dissociato dal risultato finale, non erano certi dei buoni indizi e personalmente sono andato al cinema con due borse piene di pregiudizi. In realtà il film si muove in direzione opposta a quella che si poteva immaginare. V per Vendetta è un action movie parlatissimo, con solo due scene canonicamente action. Questo mi sembra il dato principale da sottolineare. Contro ogni aspettativa si rinuncia a continuare il percorso di spettacolarizzazione dell’action movie che ci si poteva aspettare, preferendo invece un film prevalentemente fatto d’interni e (incessanti) dialoghi. Anche quando sarebbe lecito aspettarsi lanci di coltelli e svolazzamenti di mantelli al rallentì nella notte, la macchina da presa si sposta e inquadra altro, cambia di set o addirittura inquadra la scena d’azione il più staticamente possibile. Esteticamente poi non si punta su un high tech freddo e "cool", ma al contrario si opta per dei settings caldi, piatti e piuttosto televisivi. Anche la stanza dove il dittatore John Hurt fa sentire la sua voce e comanda i suoi politicanti, sembra uscire da un film primi anni ’80 ed è priva di quell’appeal freddo e plasticoso che riempie le inquadrature del cinema americano da anni a questa parte. La scelta, anche in questo caso, è azzeccata se la si vede come volontà di far risaltare il lato parlato e drammatcio del film. Il quadro non ha elementi forti (e inutili) che possano sviare l’attenzione dello spettatore. Lo stesso lo si può dire per la regia di McTeigue, piatta e scolastica. Tutto è teso a sottolineare quello che sta accadendo nel film. E nel film accade che un governo sta schiacciando la libertà e qualcuno decide di reagire a questo sopruso con la violenza. Si parla del potere dei media, capaci di insabbiare e stravolgere la realtà dei fatti creando una sorta di dipendenza da paura per tenere sotto il gioco del potere la popolazione. Si mostra che durante una dittatura, la satira diventa una forma d’espressione estremamente liberatoria ma inaccetabile per chi detiene il potere. Non si risparmia poi la chiesa e in generale molti degli intrighi di potere che riempiono da anni le pagine dei giornali nazionali e esteri. La forza del film risiede nella scelta di accentuare il parallelismo tra quello che succedeva in quel fumetto e quello che succede oggi in America e nel mondo. Addirittura si può accusare il film di eccesiva ingenuità e di voler mettere in questo senso troppa carne al fuoco (media falsificatori, politici fascisti e corrotti, campi di prigionia per omosessuali e dissidenti, preti pedofili… ci sono addirittura riferimenti all’aviaria) ma, come in alcune pagine del fumetto, un po’ di eccessivo entusiasmo – direi quasi di idealistica ingenuità – è necessario e producente. Il finale cambiato rispetto al fumetto è leggibile (e sopportabile) in questo senso: non ci si contiene e ci si lascia andare, in modo liberatorio, a un idealismo forse eccessivo e retorico, ma non si può non provare un brivido di soddisfazione e riconoscere quell’anarchia pazza e incontenibile di che le cose, sicuro di essere nel giusto, le vuole urlare più che dire. Ci si arriva quindi a chiedere in primo battutra cosa vuol dire quando un film così dichiaratamente mainstream si permette di dire certe cose, e in seconda battuta come mai un film accomodante come Jarhead sia stato preceduto dalla fama di film politicamente scomodo e qui si è parlato per mesi del taglio di capelli della Portman. Consigliatissimo.

FEDEmc

7 Comments

  1. Posted 18 marzo 2006 at 16:16 | Permalink | Rispondi

    …Mi interessa molto questo film,
    grazie per tutte le utili informazioni:)

    un bacio

    Andrea xxx

  2. Posted 19 marzo 2006 at 18:48 | Permalink | Rispondi

    Non avessi letto questo post probabilmente non sarei andato a vederlo e mi sarei perso qualcosa. Invece sono andato e ho gradito: recensione perfetta.

  3. Posted 20 marzo 2006 at 17:10 | Permalink | Rispondi

    Molto bello, non c’è che dire. Concordo in pieno con la recensione.

  4. Posted 21 marzo 2006 at 18:25 | Permalink | Rispondi

    concordo con il tuo giudizio. Effettivamente anch’io mi aspettavo un film più adrenalinico e effettato. Che non lo sia non mi disturba, ma la regia è spesso davvero un po’ amorfa. Riuscito invece l’intreccio “politico” tra diversità individuale e rivolta collettiva, con le ingenuità a cui accennavi ma anche con qualche bella trovata, in particolare la scena finale [ con figlia in lacrime da idealismo giovanile ].
    Assoluta sintonia con la sensazione liberatoria di cui parli, proprio perché il film appare “sincero”, non ideologico e privo di ogni stucchevole enfasi epica.
    Ogni tanto ritornare al “grado zero” della politica – e ricordare a se stessi che si ha anche individualmente ragione – non fa poi mica male

  5. anonimo
    Posted 21 marzo 2006 at 19:01 | Permalink | Rispondi

    [ con figlia in lacrime da idealismo giovanile ]

    ecco. se ne parlava con l’amico di visione all’uscita. noi abbiamo avuto il corvo, tua figlia uno che fa esplodere il parlamento per distruggere il fascismo. vuoi mettere?

    Fmc

  6. Posted 21 marzo 2006 at 23:27 | Permalink | Rispondi

    be’, nel film un tizio se ne usciva anche con “anarchy in the uk”

  7. Posted 27 marzo 2006 at 18:41 | Permalink | Rispondi

    Fede, qui in America (non so in Italia) è uscito con una bella R: come saprai, restricted. Credo che se l’operazione avesse voluto essere davvero politicamente eversiva ed illuminante – cosa che è, non ci piove – ed effettivamente nello spirito del fumetto, gli autori avrebbero giocato in maniera più sottile puntando almeno ad un PG 13. Dare Restricted ad un film del genere vuol dire perdere una fetta fondamentale dell’audience, dato che qua si parla del “film anti-bush più costoso di tutti i tempi”. Credo sarebbe stato sufficiente, come dici tu, rendere meno sanguinolente quelle due scene di violenza (anche se a me sono sembrate molte di più…) ed ammorbidire di poco. Voglio dire, Lord of the Rings qui è uscito con PG 13 ed è altrettanto pesante e violento, forse di più (solo che non parla del Presidente). Dico questo dal punto di vista della, ovvia, carica critica del film nei confronti dell’America contemporanea.

    Poi, chiaramente il film mi è piaciuto.

    Ciao

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