Il caimano
(Meglio leggere questo post quando si è già visto il film)

Ha fatto bene Moretti a mantenere una riserva assoluta sul film fino ad oggi, giorno in cui Il caimano è uscito nelle sale. Approvo la sua scelta perché già adesso si sprecano le strumentalizzazioni del film (e Ferrara, ancora una volta, dimostra di essere di un’intelligenza subdola e schifosa come nessuno), e perché parlandone prima si sarebbe sì creato meno mistero sulla storia, ma nessuno avrebbe poi visto il film senza pregiudizi.
Il caimano non è un film strettamente politico, anzi, la politica non è tra i temi principali che affronta. Si parla di cinema, visto che il protagonista Bruno (Silvio Orlando) è un produttore di film di serie B, fermo dagli anni ’70, che si trova tra le mani una sceneggiatura di un film (intitolata "Il caimano") scritta da Teresa (Jasmine Trinca). Ma si parla anche di amore e abbandono, visto che tra Bruno e sua moglie Paola (Margherita Buy) le cose non vanno (e ancora una volta la rottura degli oggetti domestici è significativa, come avveniva ne La stanza del figlio). Però soprattutto si parla dell’Italia di oggi e di quello che gli ultimi trent’anni (nel 1976 le televisioni private iniziano a crescere) è successo a questo Paese, e alle teste dei suoi abitanti. Non c’è un’attacco diretto alla televisione, ma è evidente la critica di una serie di comportamenti, di pensieri, di abitudini, di modi di ragionare che hanno inquinato l’Italia: in una sequenza, in particolare, si vede l’attore (Michele Placido) che dovrebbe interpretare il Caimano che eccita sessualmente una sua donna davanti agli imbarazzati Bruno e Teresa. Una piccola sequenza, piccoli gesti, qualcosa che si può raccontare agli amici e poi dimenticare: tutto però è profondamente significativo di uno dei caratteri dominanti degli ultimi tempi, cioè l’esibizione della mancanza di pudore.
Moretti, in fondo, ha sempre parlato della nostra società, rifugiandosi solo un paio di volte (nella citata Stanza del figlio e ne La messa è finita) in riflessioni più intime e personali. E l’Italia che ci mostra Moretti è l’Italia di Berlusconi, e non potrebbe essere altro. "Nessuno ha mai fatto un film su di lui, è incredibile", dice uno dei personaggi, ma Moretti stesso (nei panni di se stesso) dice che non avrebbe senso fare un film (di denuncia) su Berlusconi, perché tanto quelli che sanno sanno, e quelli che non sanno, semplicemente, continueranno a non voler sapere. E quindi Il caimano (a differenza de "Il Caimano", film nel film) non è un film su Berlusconi, ma, parlando del nostro paese oggi, anno 2006, Berlusconi c’è, ovunque. Nei modi delle persone, in televisione, nei progetti di giovani sceneggiatori, nelle teste dei funzionari Rai: come potrebbe essere altrimenti? Non è più importante l’uomo-Berlusconi, tant’è che il Caimano è interpretato da tre attori diversi. E’ con il  "berlusconismo", dice Moretti, che dobbiamo fare i conti, con un’eredità psicologica, sociale, culturale e (questa volta sì) politica, che infetta il nostro Paese da dodici anni. Un paese ridotto in macerie, proprio come le distese di mattoncini Lego che occupano il pavimento della casa di Paola e Bruno, distese in cui i loro figli (i nostri figli?) faticano a trovare i pezzi che cercano.

Francesco

22 Comments

  1. Posted 24 marzo 2006 at 19:18 | Permalink | Rispondi

    e quindi, avete ragione tu e Ferrara: comunque vada, vince lui

  2. Posted 24 marzo 2006 at 20:31 | Permalink | Rispondi

    no, non “vince” lui. sperando che la casa della libertà non vinca, quello che avrà davanti il nuovo governo non è solo un paese con nuove norme, ma con una nuova mentalità.

  3. Posted 25 marzo 2006 at 05:55 | Permalink | Rispondi

    Forse non ha molto senso copiarla qui dopo averla scritta sul mio blog, ma se scrivessi qualcosa finirei per ripetermi, per cui tanto vale:

    Alla fine è arrivato il giorno. Ricordo quando 5 anni fa, ancora shoccato ed emozionato, uscito dalla sala dove avevo appena visto “La stanza del Figlio”, pensai “per il prossimo cosa si inventa?”.
    Ero curioso di capire come Moretti avrebbe gestito quel clamoroso successo, conquistato su un terreno diverso, più “popolare”, che apparentemente snaturava il suo cinema. Da allora sono successe tante cose, il suo impegno politico, che ho condiviso e alimentato nel mio piccolo e poi la notizia: “Moretti gira un film su Berlusconi”. Non nego che, per quanto fossi contento della sua scelta, la consideravo ovvia, un po’ vigliacca, la migliore possibilità per sfuggire all’eredità che “La stanza del figlio” gli imponeva.

    Invece, andando a vederlo stasera, mi ha stupito. Ho lottato in queste ultime 24 ore per evitare qualsiasi recensione, qualsiasi commento, qualsiasi foto, persino il trailer cercando di rispettare il vincolo di segretezza che Moretti ha voluto in quest’anno e mezzo di preparazione e ne sono veramente felice.

    Nanni non ha fatto un film di propaganda, le chiacchiere di quelli troppo stupidi e servi per capirlo le lascio stare, e nemmeno un documentario alla Micheal Moore (o alla Guzzanti, se preferite). Nel raccontare Berlusconi e la sua storia è sorprendentente asettico, ha semplice mostrato la vicenda umana e imprenditoriale dell’uomo che ci ha governato negli ultimi 5 anni, usando degli episodi chiave ricostruiti esattamente come sono avvenuti nella realtà, addirittura con le stesse parole usate in quei frangenti dal Berlusconi “vero”: l’avvio dei lavori di milano 2, la prima perquisizione della finanza con il maresciallo “Cesari” (nome geniale), nella realtà Massimo Mario Berruti, che diventa suo collaboratore, la sua conversazione/scontro con montanelli, la discesa in campo del ’93, la sua dichiarazione spontanea e i suoi “mi avvalgo della facoltà di non rispondere” nei processi.
    Moratti ha fatto un “film” nel senso più proprio del termine. Gli omaggi al mondo del cinema trash, il dolore privato del divorzio e la difficoltà di gestire il rapporto con i figli che vedono i loro genitori separarsi, i momenti di comicità (puramente morettiana, ma anche piacevolmente grossolana a tratti), i personaggi originali nella loro umanità così naturalmente caricaturale, la realtà italiana attuale con l’ingombrante figura di Berlusconi sullo sfondo e ad inserirsi nella vicenda, tutti questi elementi sono miscelati perfettamente, con sincerità, senza “mestiere”, senza mezzucci.

    Molti diranno, o hanno già detto, che il film è “pessimista”. Quella frase: “Berlusconi ha già vinto” sembra di inequivocabile interpretazione.
    Beh, io non sono d’accordo. Non perchè non creda che il “cattivo” di questo film e degli ultimi anni della storia dell’Italia non abbia “cambiato la testa degli italiani con le sue televisioni”, questa è una realtà innegabile, ma perchè partendo da questa verità è nella dimensione del personaggio di Silvio Orlando che Moretti colloca il suo punto di vista e alla fine, nonostante tutto, la sua sfida impossibile il protagonista la vince riuscendo a girare di nuovo un film dopo averlo inseguito per ventanni.
    Sarà un successo o il suo flop definitivo?

    Si vedrà.

  4. Posted 25 marzo 2006 at 06:03 | Permalink | Rispondi

    Argh, ho copiato la versione pre-correzioni. Massimo Berruti si chiama “maria” di secondo nome e nell’ultimo paragrafo c’è una doppia negazione che è diventata tripla. Eliminate l’ultimo “non” è verrà fuori quello che volevo dire. Scusate.

  5. Posted 25 marzo 2006 at 06:21 | Permalink | Rispondi

    GRRRRR. Avevo sbagliato tutto, vabbè, quella qui sotto è una prima stesura, quello che penso io sta qua:

    http://notuno.splinder.com/1143252328#7560003

    Cortesi gestori, cancellate pure i miei precedenti deliri.

  6. anonimo
    Posted 25 marzo 2006 at 11:55 | Permalink | Rispondi

    Amici,
    vorrei interrompere il coro di lodi. Vado di emotività: dove diavolo è finito il Moretti radicale, autobiografico, che dichiarava una alterità totale al mondo costituito, che soffriva, che ci riguardava, che costruiva un cinema unico fatto di spiazzamenti cinematografici al tempo stesso ombelicali e universali? Che ce ne facciamo di questa autobiografia da piccolo-boghese? Dobbiamo accontentarci di un film mal diretto (ma avete visto che rozzeria i campi e controcampi, che indecisione di stile, che tagli di luce comenciniani e piccioniani?)? E la crisi Orlando/Buy con il pezzo di lego che fa tanto “metafora”? E la scenata al concerto? Meglio la parte ossessiva cine-politica, certo, ma anche lì sai che ridere la parodia dei b movie (“Cataratte”? Ma dai). Stupisce che Tatti Sanguineti abbia accettato di ridicolizzarsi così. Mah…
    roy

  7. Posted 25 marzo 2006 at 12:38 | Permalink | Rispondi

    notuno: lo ammetto, mi sono perso tra i tuoi commenti. se vuoi, scrivine uno definitivo e unicissimo.
    roy: sono abbastanza d’accordo con te sullo stile registico del film, è vero, è spesso rozzo e poco curato. ne ho avuto il sentore mentre lo guardavo, ma poi altre cose (e di conseguenza altre parole qui) hanno preso il sopravvento. cinematograficamente forse moretti si è un po’ imborghesito, ma la “sciattezza” della parte parodica è sempre stata una sua caratteristica.
    secondo me il punto è che tutti noi ci aspettavamo un film incazzato con la kappa, e invece ci siamo trovati di fronte solo (?) un film.

  8. Posted 25 marzo 2006 at 12:59 | Permalink | Rispondi

    Evvabbene. Eccolo.

    Alla fine è arrivato il giorno. Ricordo quando 5 anni fa, ancora shoccato ed emozionato, uscito dalla sala dove avevo appena visto “La stanza del Figlio”, pensai: “per il prossimo cosa si inventa?”.
    Ero curioso di capire come Moretti avrebbe gestito quel clamoroso successo, conquistato su un terreno diverso, più “popolare”, che apparentemente snaturava il suo cinema. Da allora sono successe tante cose, il suo impegno politico, che ho condiviso e alimentato nel mio piccolo e poi la notizia: “Moretti gira un film su Berlusconi”. Non nego che, per quanto fossi contento della sua scelta, la consideravo ovvia, un po’ vigliacca, la migliore possibilità per sfuggire all’eredità che “La stanza del figlio” gli imponeva.

    Invece, andando a vederlo stasera, mi ha stupito. Ho lottato in queste ultime 24 ore per evitare qualsiasi recensione, qualsiasi commento, qualsiasi foto, persino il trailer cercando di rispettare il vincolo di segretezza che Moretti ha voluto in quest’anno e mezzo di preparazione e ne sono veramente felice.

    Nanni non ha fatto un film di propaganda, le chiacchiere di quelli troppo stupidi e servi per capirlo le lascio stare, e nemmeno un documentario alla Micheal Moore (o alla Guzzanti, se preferite). Nel raccontare Berlusconi e la sua storia è asettico, imparziale, ha semplicemente mostrato la vicenda umana e imprenditoriale dell’uomo che ci ha governato negli ultimi 5 anni, usando degli episodi chiave ricostruiti come sono avvenuti nella realtà, addirittura con le stesse parole usate in quei frangenti dal Berlusconi “vero”: l’avvio dei lavori di milano 2, la prima perquisizione della finanza con il maresciallo “Cesari” (nome geniale), nella realtà Massimo Maria Berruti, che diventa suo collaboratore, la sua conversazione/scontro con montanelli, la discesa in campo del ’93, la sua dichiarazione spontanea e i suoi “mi avvalgo della facoltà di non rispondere” nei processi. Chiunque lo accusi di faziosità non conosce i fatti, punto.
    Moretti ha fatto un “film” nel senso più proprio del termine. Gli omaggi al mondo del cinema trash, il dolore privato del divorzio e la difficoltà di gestire il rapporto con i figli che vedono i loro genitori separarsi, i momenti di comicità (puramente morettiana, ma anche piacevolmente grossolana a tratti), l’allegoria surreale dell’infinita ricerca del pezzo mancante del lego, i personaggi originali nella loro umanità così naturalmente caricaturale, la realtà italiana attuale con l’ingombrante figura di Berlusconi sullo sfondo e in realtà sempre presente, tutti questi elementi sono miscelati alla perfezione, con sincerità, senza “mestiere”, senza mezzucci.

    Molti diranno, o hanno già detto, che il film è “pessimista”. Quella frase: “Berlusconi ha già vinto” che riecheggia e sembra inequivocabile.
    Beh, io non sono d’accordo. Non perchè non creda che il “cattivo” di questo film e degli ultimi anni della nostra storia abbia “cambiato la testa degli italiani con le sue televisioni”, questa è una realtà innegabile, ma perchè partendo da questa verità è nella dimensione del personaggio di Silvio Orlando che Moretti colloca il suo punto di vista e alla fine, nonostante tutto, il protagonista vince la sua sfida impossibile riuscendo a girare di nuovo un film dopo averlo inseguito per vent’anni.
    Sarà un successo o il suo flop definitivo?

    Si vedrà.

    Roy: Moretti non è più altero da un sacco di tempo. Io poi ste cose tecniche non le capisco, a me sembrava tecnicamente buono. Non avrò il palato fine.

  9. Posted 25 marzo 2006 at 14:49 | Permalink | Rispondi

    e invece io è proprio l’Italia berlusconiana che non ho trovato nel film. qualcuno dei personaggi sarebbe meno infelice, qualcuno si comporterebbe meglio se non ci fosse berlusconi? a me non è sembrato: è quella la delusione.

  10. Posted 25 marzo 2006 at 19:38 | Permalink | Rispondi

    @miic: onestamente a me l’intera italia di Moretti mi è parsa berlusconizzata.

    Dal dirigente Rai che prende come “un’assurdità” l’idea di girare un film su berlusconi al personaggio di Michele Placido, gretto, rozzo ed esibizionista che si tira indietro per paura delle ritorsioni, per non parlare di Jasmine Trinca che è l’unica “regista”, inesperta ed ingenua, con la volontà di fare un film su un personaggio tanto scomodo.
    Il produttore polacco che, come nella realtà, prende in giro ferocemente il nostro paese ma dimostra di operare solo per perseguire il proprio interesse economico e non certo per una qualche idealità.
    Infine lo stesso Bruno (Orlando) che nel suo essere di destra, nella sua disperazione e tenacia di tramuta nell’unico regista capace di raccontare la storia del Caimano.

    Ammetto che la sfera più “personale” del film sia relativamente influenzata dalla presenza di berlusconi, ma i personaggi sono volutamente non politici e nonostante questo nella loro esperienza lavorativa ed artistica si trovano a fare i conti costantemente con il fantasma di Berlusconi, del suo potere, della sua forza di intimidazione.

    Moretti non ha raccontato la storia di un uomo impegnato in politica, che soffre, come credo di soffrire io, nella attuale realtà dell’Italia Berlusconizzata, secondo me è ancora più interessante vista così.

  11. Posted 27 marzo 2006 at 08:35 | Permalink | Rispondi

    Uno dei pre-commenti al film buttava lì che sarebbe stato uguale al “Portaborse”. Beh, è proprio vero ma non è uguale ma bensì speculare, e il vero tema è come abbiamo fatto a perdere 15 anni di vita sociale senza vedere la prevedibile trasformazione che accadeva all’Italia.

    il commento sul mio blog

  12. anonimo
    Posted 27 marzo 2006 at 11:20 | Permalink | Rispondi

    ordunque
    finalmente è uscito, finalmente sono andata a vederlo
    da non-fan-a-tutti-i-costi-di-moretti
    anche un pò critica (“ebbravo nanni, vedi che è riuscito a tirar su, che curiosità c’è attorno a questo film… vecchia volpe, il moretti”)
    e ho visto quello che non mi aspettavo (come tutti pensavo di vedere una sparata a zero sul silvio): un film che con la politica, certo, ha a che fare (emblematico il dialogo tra il dirigente rai e il povero silvio orlando) ma che parla anche di altro: della nostra società, di come siamo, e di come siamo cambiati, della famiglia (e della diversa natura che può avere una famiglia), di amicizie vere e non, dei figli (un pò inquietanti i due bambini, eh), della mancanza di dialogo… e berlusconi in tutto questo c’entra eccome, anche in modo subdolo.. moretti ha fatto bene a non scendere nel propagandistico
    è un film che fa pensare, ecco, esci dalla sala e ne parli, anche a lungo, magari davanti ad una pizza
    specialmente del finale
    inquietante
    agghiacciante
    apocalittico pure
    missmarla

  13. Posted 27 marzo 2006 at 11:44 | Permalink | Rispondi

    Io condivido la stessa perplessità di Miic: qualcuno dei personaggi sarebbe meno infelice, qualcuno si comporterebbe meglio se non ci fosse berlusconi?

    Ne ho parlato (troppo) qui.

  14. anonimo
    Posted 27 marzo 2006 at 14:29 | Permalink | Rispondi

    l’idea è che il dottor locane con il suo understatement letterario, più che critico, sia riuscito a cogliere davvero tanto della poetica morettiana. complimenti. detto ciò, rilevare l’evidenza della sciatteria formale, di uno stile visivamente atonale, come fa roy, ha senso se moretti avesse voluto parlare soltanto (vedi la stanza del figlio) di questioni intimiste. il punto di partenza centrale per comprender eil caimano credo, invece, sia proprio nella dialettica tra pubblico e privato, tra caimano fiction e caimanizzazione del reale, tra berlusconi fasullo e incipriato e berlusconismo sociale. evidenziare un dato per escludere quell’altro significa porre moretti sullo stesso piano di costa-gavras. il tentativo c’è, la sintesi mi pare di averla colta, premiamo il coraggio, su.
    e poi non comprendo questa definizione della borghesia. davvero credo non abbia più senso fare come quando si sente puzza di cacca e si cerca sempre una vittima a cui additare l’emissione flatulenta. siamo tutti economicamente, professionalmente, filosoficamente borghesi. proprio grazie al berlusconismo galoppante da 30 anni a questa parte, abbiamo voluto cancellare le differenze sociali nostre quasi per diritto naturale, per appiattirci verso questo cannibalismo mediatico e culturale con il risultato che tutti cedono alle lusinghe di un bel “ritorno di cristoforo colombo”, pensando che sistemandosi personalmente avranno sistemato i problemi dell’intero universo. Mi pare che moretti si sia reso conto da placido borghese quale è fin dalla nascita (io, pardon, lo sono mio malgrado da circa 12 anni) è formula inutile e vana. meglio fare i ribelli, lanciando qualche molotov quando serve.
    saluti
    DT

  15. Posted 27 marzo 2006 at 15:06 | Permalink | Rispondi

    Queste elezioni orienteranno la scelta del posto in sala?

  16. anonimo
    Posted 27 marzo 2006 at 20:31 | Permalink | Rispondi

    Mah, il discorso è lungo. Sono d’accordo con Roy sulle ascendenze comenciniane della “parte intimista, cioè tre quarti di film. Parte che è orrida. La cosa più sensata è attribuire a Moretti una volontà, non si sa quanto reale, di discutere del regime di rappresentazione di un’evantuale film su Berlusconi. Nel senso, per tutto il film si sono degli squarci del Moretti che fu: e sono gli inserti con Berlusconi che inaugura milano due, che parla con Cesari/Berruti ecc, e il bellissimo finale. Che ricorda La messa è finita talmente è dolente e civile (in questo Fra sbagli: non è una riflessione intima quella della messa e finita, o se lo è talmente efficace da diventare universale, altro che gente che fa a pezzi i maglioni). E il finale è introdotto da una sequenza che ci dice: bene è arrivato il momento di fare cinema. Cioè Orlando arrivato sulla spiaggia seguendo il galeone decide di usare i soldi per raccontare anche solo una sequenza del film, quella del processo. E finalmente il film su Berlusconi prende forma: pessimista e apocalittico come non mai. Moretti si mostra capace di fare cinema, e mostra che la storia di Berlusconi è l’ultimo grande racconto possibile in questo paese. In questo ha ragione Ferrara. Solo che ci vorrebbe Scorsese per raccontarlo, e fare il The Aviator all’amatriciana. Ma neanche lui potrebbe, perché non dovrebbe essere così terribilmente attuale, con tutti che ne parlano, con tutti che vivono sulle spalle la sua presenza. Una storia eccezionale: un capitano di impresa, che incanta folle, che ha un passato noir alle spalle. Non che sia l’unica storia degna di essere raccontata: ma la storia che si è mangiata tutte le altre (solo partendo dalla cronaca, e tirando a caso: Falcone, Borsellino, storie di immigrazione, di precariato ecc.). Forse perché è l’unica non riducibile, per cause strutturali,a diventare fiction televisiva – cosa che mi stuzzica, lo devo ammettere. E tutte le obiezioni che vengono fatte a Bonomo, immagino siano le obiezioni che Moretti ha dovuto sentirsi dire dopo aver annunciato il progetto, e che si deve essere fatto da solo. Per questo il Berlusconi personaggio è così sfuggente: immaginazione di Rolando, le prove di Placido, il Berlusconi reale, Moretti finale. Era l’unico modo per non dire quello che si è già detto. L’unico modo di fare vedere le devastazioni sull’immaginario. Ma non va immaginato come una sorta di Attila che ha arato cervelli per trent’anni, ipotesi francofortese che ha il suo fascino e la sua parte di ragione, ma sinceramente prima non è che fossimo un popolo di liberi pensatori dove tutti stavano bene e c’era rispetto per le idee altrui, che erano comunque ben documentate e con la lorom parte di ragione. Insomma non parlerei di distruzione, i discorsi sull’età dell’oro e del ritorno al passato mi fanno venire l’orticaria, ma solo di occupazione co la forza di uno spazio dell’immaginario. ma per quello che ha lasciato libero. E questa è la storia normale di Silvio Orlando e Margherita Buy: so che è riduttivo, ma mi sembrano vent’anni che il cinema italiano non fa che raccontare le paturnie della Buy. Che palle, scusate. Ma oltre alle mie pancia, il modo di raccontare il dolore di Orlando fa tanto brutto cinema italiano che, anche se è una banale petizione di autorità, Moretti non può essere solo questo. Come non può essere gli stanchi strali sulla rivalutazione del cinema di genere: l’unica “morettata” presente nel film (la gente all’Anteo rideva di gusto solo alle apparizioni di Berlusconi, reale o finto che fosse, e questo vorrà dire qualcosa). Davvero deboluccia: forse è che con il passare del tempo ha perso un po’ di contatto con le mode culturali, che satireggiava ferocemente. Deboluccia. Almeno che Moretti non si sia messo a credere davvero che Cataratte era qualcosa di verace e reale, e comunque raccontava delle strie, usanza che si è perduta e che è stata impedita. Tutto può essere, ma anche se fosse un omaggio e non una presa per il culo, il tutto rimane debole
    La scelta dunque è giusta (come sottolineava DT) e la dialettica tra pubblico e privato funziona, perlomeno nelle intenzioni. Ma si può giustificare la bruttezza del racconto privato come tesi per un’antitesi che è solo Berlusconi, ovunque e comunque. Ma è un processo che opera “solo” nell’immaginario, perché la vita dei personaggi è triste e pallosa con e lo sarebbe egualmente senza Berlusconi. Le loro condizioni di vita reali non sono cambiate: brindano a una sceneggiatura su una terrazza, vanno la domenica in campagna dalla famiglia, dotata di villa con giardino, della Trinca, (tanto carina, ma davvero invornita come non mai), comunque Orlando Bonomo si arrabatta con le televendite.
    Per chiudere, un film che dà da pensare sullo stato del nostro immaginario, quindi abbastanza intelligente, ma facendo appello a una petizione di autorialità e accettando di perdere molto piacere nella visione.
    Vista la lunghezza del commento perlomeno è un fil che fa ragionare, e di questo gliene va dato atto
    manu

  17. anonimo
    Posted 27 marzo 2006 at 20:34 | Permalink | Rispondi

    Mi scuso per la lunghezza e per alcuni refusi
    manu

  18. anonimo
    Posted 28 marzo 2006 at 09:51 | Permalink | Rispondi

    a me l’insistere ironicamente su “cataratte” (e quindi sui trash-movies in generale) ha ricordato molto la citazione di “henry pioggia di sangue” di “caro diario”… a voi no?
    marla

    ps: insisto col dire che non è un film su berlusconi ma sul berlusconismo (eh????) che è pure peggio…

  19. anonimo
    Posted 29 marzo 2006 at 16:06 | Permalink | Rispondi

    Mah, su Henry si stigmatizzava una certa critica che apprezzava certi film; ma era un episodio e in quanto episodio nella sua compattezza era sferzante. La parentesi su “cataratte” o “mocassini assassini” è lunga (e quindi farraginosa), strutturale (è il background di Orlando) e mi pare che non centri il punto (potevano essere: il postmodernismo d’accatto trent’anni in ritardo, l’obnubilamento della facoltà di giudizio estetico, l’elogio dell’artigianato come slow food della critica…).
    m.

  20. Posted 3 aprile 2006 at 10:25 | Permalink | Rispondi

    ci ho scritto su qualche appunto

  21. Posted 6 aprile 2006 at 00:17 | Permalink | Rispondi

    come film politico preferivo il simbolismo più ampio di palombella rossa. Il minalismo gli viene bene perché vissuto o immaginato dalla sua storia privata, l’ex moglie, i figli, anche se non riesce ad uscire dall’idea del modello. Divorzio modello, pezzo mancante modello, finale fiammante. Molto lucido, fin troppo, iper razionale e controllato. E poi bisogna dire la verità: è meglio Buffon di Dida.

  22. anonimo
    Posted 8 aprile 2006 at 18:55 | Permalink | Rispondi

    buffon, sicuro.
    DT

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