INSIDE MAN di Spike Lee (Usa 2006)
 
Spike Lee è uno dei pochi registi che possiede una visione nel cinema contemporaneo. Cioè che riesce a dare l’impronta alle immagini e alla narrazione in modo personale e problematico, e riesce ad arrivare al punto di infondere il senso del tragico nel contemporaneo. Pochi ci riescono: non una visione onnicomprensiva, non riesce a toccare tutti i toni. Il grottesco e il comico gli riescono male poiché il suo tocco è greve e allo stesso tempo travolgente.
Inside man è “solo” un film di rapina. Quindi puro genere e completamente rispettato. Nulla a che fare con giochino autoreferenziali e capaci di esaurirsi nel giro di una visione come I soliti sospetti. Appuntonel pieno rispetto delle coordinate del genere (per esempio: l’assedio, il piano diabolico cioè lo stratagemma il cui compimento/svelamento è il nucleo del film, il poliziotto svelto e il rapinatore abile e con un codice d’onore ecc.) riesce a andare oltre, a superare il piacere immediato della visione e dello svelamento del meccanismo, per discorrere di temi altri come la fondazione delle potenze economiche Usa (“quando il sangue scorre nelle strade, è il momento di comprare), la sopravvivenza che consiste nel nascondersi nella folla e nell’essere tutti rapinatori/terroristi, il paradosso nel non rubare quello che c’è ma quello che non c’è, che non è attuale e che è nascosto come un passato di cui ci si vergogna, il razzismo che però emerge sporadicamente e in modo assai intelligente e in un certo senso cinico.
Se si cita Un pomeriggio di un giorno da cani non è solo per dovuto omaggio, ma per distinguersi: non si ha una folle utopia individuale, un atto, ma un’azione nel senso di congiura ben studiata, troppo studiata (come fa Clive Owen a sapere tutto quello che sa?), che è l’unico modo di far cadere il cesare: non la pulsione ma il razionale. Razinale che diventa invisibile nel momento in cui le carte sono scoperte fin dal titolo e dal monologo+sguardo in macchina iniziale, cioè la chiave del film.
Attenzione, non siamo più nella retorica dell’oltrepassamento del genere, che ci ammorba da decenni sull’onda di un’estetica della negatività ormai abbastanza logora, ma nello sviluppo di diversi registri fusi organicamente nella stessa opera. Non ci sono sfondamenti di limiti ma solo scavi nei presupposti definiti dalla tradizione, riuscendo a instaurare connessioni senza la necessità di utilizzare una rottura cieca e che si esaurirebbe solo nel suo essere rottura. In poche parole, ma soprattutto semplici e definitive, per ora il più bel film del 2006 (non così definitive, forse Le tre sepolture stanno al passo
Notazione finale: Cilve Owen è un figo pazzesco, aspetto con ansia che Spike Lee unisca lui e Barry Pepper nello stesso film.
 
manu

5 Comments

  1. Posted 19 aprile 2006 at 16:43 | Permalink | Rispondi

    1) Dopo aver letto gli ultimi due post ho capito qual è il mio posto nella galassia dei blòggers: quella a cui i film piacciono in media tre metaforici punti di meno che al giro di Seconda Visione.

    2) “Notazione finale: Cilve Owen è un figo pazzesco, aspetto con ansia che Spike Lee unisca lui e Barry Pepper nello stesso film.”

    Che bomba di coming out, Manu. Passi per Owen, ma Barry Pepper è veramente il marchio dell’omo-lussuria. Mettici dentro Paul Walker e sei a posto. :-)

  2. anonimo
    Posted 19 aprile 2006 at 17:59 | Permalink | Rispondi

    devo dedurre che inside man non ti è piaciuto tanto.
    L’adorazione per spike Lee quanti punti omolussuria regala?
    m.

  3. Posted 19 aprile 2006 at 20:22 | Permalink | Rispondi

    Punti pochi, a meno che non si tratti di odio verso il proprio lato gay.

  4. Posted 21 aprile 2006 at 17:12 | Permalink | Rispondi

    Bella recensione fino alla prima metà.
    Se fosse davvero “il più bel film del 2006” dovrei rassegnarmi :)

    ciao

  5. Posted 27 aprile 2006 at 00:53 | Permalink | Rispondi

    io sono perfettamente d’accordo invece. il film è uno dei migliori di quest’anno (tra quelli finora usciti), proprio per come presenta un film di rapina nudo e crudo e proprio per questo ne fa un’opera interessante, cinematograficamente, ma anche sociologicamente. secondo me alcune punte di riflessione “sociologica” emergono dalla struttura stessa del film, più che dalle poche invettive dirette.

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