FALSE VERITA’ di Atom Egoyan
 
Se bastasse un approccio autoriale in questo caso il mondo si dividerebbe tra quelli che amano Egoyan, come il sottoscritto, e quindi che ritrovano tutti i temi che lo ossessionano, su tutti la ricostruzione, fallibile, tramite mezzi di registrazione/riproduzione, del passato, a cui il film dovrebbe piacere, e tutti gli altri, a cui non dovrebbe importare molto.
Il fatto che esca dopo un anno dal festival di Cannes a cui era stato presentato, e dove ebbe una pessima critica. e in poche copie suggeriva o una possibile sorpresa, o molto di più una delusione. Ed è stata quest’ultima. Si può ricondurre il fallimento a un eccesso di ambizione, che si manifesta nel voler farci stare dentro troppo. Nell’ordine: primo, una particolareggiata ricostruzione d’ambiente (anni cinquanta vs. anni settanta e sottobosco televisivo). Secondo: un’ analisi psicologica di un particolare triangolo amoroso tra tre personaggi: due presentatori famosissimi e una ragazza particolarmente intraprendente, posizione occupata da due personaggi diversi ma strutturalmente identici. Terzo: trama noir e annessa impossibilità della ragione e della ricostruzione di cogliere la verità ormai scomparsa.
Nessuna di queste arriva a uno stadio di accettabilità, e non si possono dare tutte le responsabilità alla povera Alison Lohman che funziona benissimo come indossatrice di vestiti anni settanta, ma non è credibile come giornalista e scrittrice d’assalto, non aiutata da un doppiaggio che la fa sembrare arrapata anche quando ordina il cappuccino. La ricostruzione è appena accennata, e ci sono una quantità di personaggi che appaiono e scompaiono nel nulla dopo essere tratteggiati come cardini della storia. L’analisi psicologica si intreccia con quella criminale: ma la loro combinazione non riesce mai a suscitare inquietudine, nemmeno per sbaglio: anche la scena più provocante, volutamente provocante, quella con Alice, non esce mai da una rappresentazione piatta e mai travolgente, e non si può imputare certo a Egoyan di non cercare una certa raffinatezza stilistica. Le difficoltà del cercare la verità è ben costruita, ma viene portata a un punto che nemmeno il regista riesce più a gestire e ha bisogno di vari momenti Poirot per cavarsela. Il momento Poirot necessita di 1) intuizione dell’investigatore con la rappresentazione non letterale di una lampadina che gli si accende sopra la testa 2) spiegone del tipo io so che tu hai rotto l’orologio perché volevi crearti l’alibi ma fallisce perché il cannone della colina non soegna mezzogiorno perché il cannoniere è strabico e non legge l’ora, e ti eri nascosto nella cassapanca dove ho trovato questa sabbia di Portorico dove tu hai camminato nelle tue vacanze l’anno scorso…
Chiusa parentesi. Comunque, se l’effetto caos e complessità era voluto, esso è ottenuto attraverso mezzi caotici e che non si prestano mai all’alto fine che sembra trasparire da ogni inquadratura e da ogni voice over.
 
manu

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