Perché no/ Romance and Cigarettes di John Turturro

 

Sarà solo il doppiaggio? Credo di no. Sinceramente io tutto questo potenziale liberatorio nel film di Turturro proprio non ce lo vedo. Vediamo di motivare il fatto che durante la visione del film mi sono rimproverato di non avere sonno, perché una sana dormita ci stava proprio bene. Primo:“Parlare di camp significa tradirlo” scriveva Susan Sontag qualche tempo fa. Vale anche per la messa in discorso filmica? La risposta è probabilmente no, perché esistono le controprove, per esempio John Waters e i Coen che qui non a caso producono. Ma se l’ostensione del gusto camp, per accumulo di materiali eterogenei, non è funzionale, rimane di testa e di intenzione piuttosto che in realizzazione, non si tratta di un “parlare di camp” senza farlo? Anche se l’argomentazione non è logicamente correttissima, per quanto mi riguarda Romance and Cigarettes tradisce le sue intenzioni e l’immaginario da cui vuole, disperatamente attingere.

Secondo: non è un musical. I numeri musicali non sono progressioni nella trama, non sono movimenti di mondo che portano il reale al fantastico e ritornano a un reale variato, ma nono marcati come sogni come flashback, come parentesi (anche povere) dello svolgimento del film. Non è secondario che per la seconda parte del film tutti si dimentichino di cantare. Vabbé che il tono è tragico, ma la sfida è anche cantare “Bye bye life, Bye bye happiness, Hello loneliness, I think I’m gonna die.:”, altrimenti si fa un film indipendente meditativo e accusatorio sulle sigarette.

Il terzo motivo, è legato al secondo perché appartiene al discorso sociale e giornalistico sul film: “è un musical volgare”. Ecco, dov’è sta volgarità? Questo uso liberatorio del turpiloquio e delle pancette e delle brutture? Io ci vedo solo una risata soffocata di quello che fa le puzzette al ricevimento dell’ambasciatore, e nulla di più. Anche se ci fosse volgarità, non ci vedo nulla di liberatorio o di rivoluzionario (rispetto a cosa? Davvero non ci sentiamo di dire “ciambella con la marmellata” per definire l’organo genitale femminile?), a meno di non appiattire la nostra mente a livelli di editoriale di Men’s Health, e di sentirci fichi e metropolitani se in un film si pronunciano le parole “orgasmo” e “scopare”. O, suvvia. Non siamo al livello di “American Pie per i cineforum”, ma poco ci manca. E davvero non me la sento di valutare come operazione cinematograficamente e artisticamente interessante il musicare il detto popolare “rusa de cavei, gulusa d’osei”.

Lascio perdere gli stanchi lampi di marxismo, che mi suggeriscono di manifestare irritazione per la rappresentazione paternalistica della classe operaia come fenomeno di costume e di estetica, perché altrimenti sembrerebbe un post scritto nel 1964.

Mi preme di più conservare un paio di insulti per la sceneggiatura, che se li merita tutti. Sembra essere stata scritta durante una cena  a casa di amici cool: a un certo punto salta su uno e dice: “Ah, ma se ci mettiamo anche uno che si veste come Elvis e si nutre solo di diet coke e vive in una casa su un faggio, lo posso fare io”, e l’altra risponde “Uh, ma se dai la parte a lui io voglio assolutamente fare  quella con un corno in mezzo alla fronte e che si veste solo di seta color terra di Siena bruciata”. “No, ma questo personaggio così bizzarro si crede un koala e ha tutti i mobili rivestiti di perline di eucalipto è fantastico, è un meraviglioso profilo di un’umanità disagiata, voglio questa parte”. E l’ultima: “Ma che ne diresti di far passare ogni tanto una quarantenne che attraversa lo schermo e canta wannabe delle spice girls e poi si scopre che era la canzone preferita della figlioletta defunta?.

Tutto questo per dire che al quindicesimo personaggio bizzarro che vive nel vicinato cominciano i primi sintomi di orticaria, acuita dal fatto che nessuno di loro presentato, anzi, non viene nemmeno tentata una presentazione, in modo adeguato.

Unica nota positiva: un numero musicale di Kate Winslet, quello in camera da letto

 
Manu
 
 

Le particelle elementari di Oscar Roelher 

Attenzione spoiler sul film e sul libro

Tutta la questione è che manca la deriva apocalittica. Non è una questione di fedeltà al romanzo, che non è mai un parametro di valore, ma di una scelta in sceneggiatura che fa perdere una parte di destabilizzazione al film. Il libro è narrato con dei lunghi flashback da un lontano futuro da esseri che si scopriranno essere l’evoluzione dell’uomo che si è estinto volontariamente grazie alle ricerche di Michel. Oltre ad essere una non sottilissima espressione di nichilismo, dona al personaggio di Michel, il ricercatore, una pulsione tragica estrema, ancora di più della sessuomania disperata e folle di Bruno. Questa eliminazione provoca uno squilibrio decisivo: la figura di Michel, ricercatore sessuofobo, diventa quasi positiva, capace di vivere serenamente e di superare le tragedie recuperando un po’ di tempo perduto. Mentre la sessuomania di Bruno e la sua rabbiosa solitudine diventano il polo negativo, folle livoroso e vitale, ma comunque che non ha altra conseguenza che l’infelicità e la follia. C’è da dire che la parabola di dannazione di Bruno è un tema abbastanza semplice da rendere cinematograficamente, mentre l’alienazione da sessuofobia (non è solo questo, ma per semplicità lo definisco così) di Michel richiederebbe una costruzione drammaturgica più complessa. Ma a parte la polarizzazione dei due fratelli e la loro distinzione nel percorso che porta all’autodistruzione, il film riesce a trasmettere senso di disagio insistendo fortemente sui comportamenti di Bruno, sembra febbrili e fuori luogo, ma tutti conseguenti e coerenti, mentre Michel non fa altro che fare da cartina di tornasole all’altro. Rispetto al libro, il giovamento che ne trae il film è quello di ripulire gli eccessi di maniera nichilista di Houellebecq, per rendere il tutto più lineare e meno specchiatesi nelle intenzioni. Sebbene ridotte, memorabili rimangono le violente tirate contro gli hippies.

 
manu

4 Comments

  1. anonimo
    Posted 11 Maggio 2006 at 19:13 | Permalink | Rispondi

    Se non è un musical, cos’è?

    “Non è secondario che per la seconda parte del film tutti si dimentichino di cantare”. Allora: è un musical o no?

    Recensione troppo cattiva ;)

    zieg

  2. Posted 11 Maggio 2006 at 21:57 | Permalink | Rispondi

    Recensione sacrosanta. Tirerei in ballo la teoria pezzottiana sul “risarcimento della volgarità” come creazione di alibi culturali.

  3. anonimo
    Posted 12 Maggio 2006 at 10:10 | Permalink | Rispondi

    vio: grazie
    zieg: film musicale, o film con della musiaca qua e là mi sembrano definizioni più centrate.
    m.

  4. anonimo
    Posted 12 Maggio 2006 at 17:13 | Permalink | Rispondi

    Caspita! L’aveva capito anche un amico che di cinema ne sa poco..
    Non mi sento tanto bene :-|

    zieg

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: