I re e la regina di Arnauld Desplechin
 

Ne avevamo già parlato all’epoca della sua uscita a Venezia, nel 2004. La prima domanda dunque è sulle mappe astrali che segue la distribuzione italiana, subito mitigata dal fatto che perlomeno è cosa buona, e invece di gettare nelle sale in saldo un thriller a basso costo pensato per il mercato peruviano dell’home video si è potuto vedere in sala un ottimo film. Per partire dagli stereotipi: un film molto francese, ma per fortuna in senso buono. Nel senso che riesce a combinare un’ottima scrittura anche densa, a soluzioni visive non canoniche ma che non cadono mai nel vezzo sperimentalista fine a se stesso, e che ragiona sulle relazioni umane senza cadere nella rappresentazione della nevrosi con un sacco di piatti da lavare (copyright dott. N.).

La bellissima e altrettanto odiosa, nel film, Emmanuelle Devos racconta la propria storia da regina e i re che hanno transitato attorno a lei: il padre scrittore morente, il primo marito, sposato post mortem, l’amore giovanile che è anche il padre del suo primo figlio, il terzo, ricco uomo d’affari che le ha dato la sicurezza economica (le altre ce le aveva già tutte), e il secondo, il pazzoide suonatore di viola (violista?) Ismael, che è il coprotagonista della narrazione parallela del film. Infatti viene sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio ed è ricoverato in un reparto di psichiatria dell’ospedale. Messa così potrebbe sembrare una canonica serie di peripezie amorose e familiari: ma innanzitutto non sono presentati vincoli cronologici, non c’è mai storia fissata e i vari ricordi e figure si intrecciano di continuo. Come la cronologia è eliminata, lo è anche l’intenzione di dare una struttura logica narrativa a ciò che accade: il fatto che Ismael sia il secondo marito di Nora (Emmanuelle Devos) si scopre molto dopo, gli eventi non sono mai legati tra loro da legami di azione e reazione, ma si preferisce divagare introducendo anche personaggi che appaiono e scompaiono nel giro di una sequenza: strepitoso è l’avvocato fiscalista e tossicomane che va a trovare Ismael, il suo assistito, per rubare medicinali, o l’amico di lunga data di Ismael che gli dichiara tutto il suo odio sempre nascosto e il suo piano diabolico per disintegragli la vita.

L’unica vera istanza di ordine e logica è Nora, che paga il prezzo di essere il centro narrativo che ordina i vari punti di vista sia nell’essere definita passionalmente come un essere spietato e freddo, capace di togliere la vitalità a coloro che la circondano. Da questo punto di vista, esemplare sia come scrittura che come resa visiva e di tempi di montaggio, la lettera post mortem del padre.

In contrappunto, per sottolineare l’opposizione tra vitalità non controllata e istanza di ordine, il dialogo monologo finale di Ismael con il figlio di Nora, Elias.

Quindi da vedere se resiste ancora in qualche sala.

 
manu

2 Comments

  1. snaut
    Posted 3 giugno 2006 at 17:56 | Permalink | Rispondi

    È ancora presente in sette sale, di sicuro quelle anguste e senza aria condizionata.

    Concordo su tutto. A Venezia se ne parlava anche per una certa prolissità.

    ciao

  2. Posted 4 giugno 2006 at 12:06 | Permalink | Rispondi

    è un po’ prolisso vero, ma vale la pena di concedergli un po’ di pazienza.
    Aggiungerei che le sale in cui sarà rimasto avranno anche sedie di legno e un vicino di sedia disturbatore perché capitato lì per sbaglio.
    m.

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