Onde di Francesco Fei
 

Alla fine spiace di parlare male di un film che non ha una distribuzione decente, che non si caga nessuno e che comunque perlomeno mostra una volontà di fare qualcosa, e perlomeno una spinta verso qualcosa, di non molto chiaro, ma sempre verso qualcosa.

È che da Deserto Rosso non sono passati quarant’anni invano, e anche se i non luoghi – riflettendo a parte, uno dei concetti più perniciosi della postmodernità, poiché tanto più involuto quanto più apparentemente autoevidente – sono cambiati, la complementarità tra alienazione dell’individuo e sua riflessione nel décor circostante rimane più o meno la stessa e mostra tutte le smagliature.

Il limite principale è appunto in questa presunta autoevidenza del tema, come se tutto fosse riassumibile nel continuo rimandarsi visivo tra gli handicap dei due personaggi, una grossa voglia in viso per il personaggio femminile, e la cecità per il personaggio maschile, e la freddezza, più enunciata che comunicata, degli ambienti circostanti Genova (molto affascinante) ma soprattutto l’insistenza di aeroporti, porti, stazioni ecc. È come se su tutto ci fosse questa enorme ipoteca tematica che esaurisce tutto quello che si “deve” dire, mentre il resto è tutto accessorio e inutile, come i dialoghi, un poco imbarazzanti. È un problema che si presenta spesso nei film “antonioniani”, se si passa la categorizzazione: le parole possono anche essere brutte e senza senso perché sono i silenzi e i rumori e le musiche ad esprimere meglio gli stati d’animo, ma se le parole enunciate non portano in sé le tracce di questo svuotamento di significato, rimangono appunto solo dialoghi brutti e solo brutti.  

 
manu

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