RADIO AMERICA di Robert Altman
 

Se un film, o un testo qualsiasi, raccontano un mondo altro rispetto a quello dello spettatore, per interessare quest’ultimo si deve trovare almeno una di queste caratteristiche. O questo mondo altro incontra un interesse già presente nello spettatore, e quindi quest’ultimo e ben disposto, oppure, se lo spettatore è perlomeno pigro, o gli si deve far conoscere qualcosa di nuovo, oppure si deve trovare nella struttura del film qualcosa di universale (es. la morte, il tradimento, il destino) di modo che ci siano terrore e pietà che poi vengono eliminate e così via.

Ecco nel film di Altman mancano tutte queste tre condizioni: la prima, come manifesta mancanza dello scrivente e quindi assolutamente opinabile, nel senso che se a qualcuno interessano le trasmissioni radio country del midwest è il benvenuto, le altre due per mancanza del testo.

A questo punto si dovrebbe ammettere che A prarie home companion è ben costruito, ma che chiede una partecipazione soggettiva che non è perlomeno tipica nello “spettatore italiano”. Anche se mi sentirei di sottoscrivere questa affermazione, vorrei essere un poco più approfondito.

Il film risulta compatto, preciso nell’unità di tempo e di luogo e anche nella tematica della memoria, ribadita da un sacco di elementi: il diner da film degli anni quaranta (ricorda un po’ quello in cui svanisce Clint Eastwood in Million dollar Baby) che appare all’inizio e alla fine, un luogo comune allo stesso e fuori dal tempo, come fuori dal tempo è la voice over noir di Guy Noir, e poi c’è un fantasma, e la trasmissione stessa è un “morto vivente” giunto alla sua ultima esibizione, e tutti i partecipanti allo show sono dei veri e proprio residuati di un altro tempo ecc. ecc. Insomma, mi sembra che il tema sia abbastanza preciso e precisato. Per questo tema della memoria, e poiché si pone come qualcosa che non si offre al pubblico nella forma che questi, può aspettarsi si configura come omaggio. Omaggio alla trasmissione che, molto famosa in America, sta per estinguersi e solo ad essa. Nel senso che la raffinatezza dei movimenti di macchina e dell’intrecciarsi di numeri storie e sguardi sono tutte rivolte all’oggetto, alla trasmissione, al passato. È come se il film si rifacesse da un lato a un modo altmaniano, qualche stilema autoriale c’è, dall’altro come se volesse svanire nel suo oggetto. E più o meno ci riesce: io direi che i lembi si perdono qua e là, per esempio la voice over del private eye noir che, sebbene fosse un personaggio del programma radiofonico vero, messa nel film non può che essere gioco metacinematografico. Altri direbbero che questa visione sfrangiata è coerente sia allo sguardo di Altman che all’oggetto. Ma non è questo il punto: il punto è che se è un film calzato a pennello sull’oggetto, a parte qualche vezzo come quelli che indicavo prima: non toglie mai energia alla trasmissione, che rimane quello che verosimilmente è, ma la toglie al gesto del ricordarsi. Spiego: tanto è insistito il tema della memoria nel film , tanto è negato nello svolgimento del film che è come se bastasse a se stesso.

Un film probabilmente perfetto nelle intenzioni: un’alterità quasi pura che viene messa sul piatto. Ma questo, personalmente, produce il risultato di attori che recitano per A prarie home companion trasmissione e non per A prarie home companion film, freddezza e disinteresse per il sottoscritto, non essendo costui nato nell’Arkansas.

 
manu

4 Comments

  1. Posted 7 giugno 2006 at 10:45 | Permalink | Rispondi

    non è forse lo stesso problema di The Company, un film che per esempio io non sono riuscito veramente a capire a cosa servisse?

  2. anonimo
    Posted 7 giugno 2006 at 14:38 | Permalink | Rispondi

    Direi di sì. Anche se non ho visto the company (il balletto mi è più estraneo dei bovari), il risultato è l’ottima costruzione dell’inutile.
    m.

  3. Posted 8 giugno 2006 at 11:57 | Permalink | Rispondi

    Sia ringraziato il cielo, mi sento meno colpevole ora. Di ignoranza o ottusità, o un incrocio di entrambe. Non è scattato il click dell’immedesimazione. Non si è acceso nessun interruttore emotivo. E sopratutto non è stata in alcun modo resa accettabile la scelta di un impermeabile bianco per l’angelo della morte.

  4. anonimo
    Posted 4 febbraio 2007 at 02:12 | Permalink | Rispondi

    A me, che sono estraneo al mondo della danza come a quello del midwest country, sono piaciuti entrambi molto: tanto per cominciare, la mano altmaniana nello svolgere la narrazione mi gusta molto, questo può essere questione di gusti, ma è innegabile la classe che lievemente è sciorinata nelle battute scomposte, nei dialoghi sovrapposti, nell’intreccio, nei personaggi che chiacchierano fino ad un attimo prima di esibirsi. L’alterità è mostrata senza imboccare nessuno, c’è, è così (e niente vuole indorarcela: i testi delle canzoncine e dei refrain sono ridicolmente ingenui, esattamente – credo – come erano), se ci si sente come estranei non ci si può allo stesso tempo sottrarre alla sensazione che il meccanismo interpersonale funzioni sempre, cambiano solo i riti attorno ai quali ci si raduna (loro si radunano). Da questo punto di vista, il fatto che gli attori recitino per la trasmissione e non per il film mi sembra perfettamente funzionale; tutto sommato, è lo speaker stesso che dice di non voler fare elogi funebri (né dell’amico né del programma) e che “la vita va avanti” (e questa, direi, è la chiave del “togliersi al gesto del ricordarsi”). E’ vero che il film, disinteressandosi dello spettatore, sembra un documentario per iniziati: l’affollarsi di luoghi comuni ricorda esattamente le canzoni che si snodano lungo esso, assolutamente prive di novità, ma talmente curate ed eseguite con tale maestria e affetto da non farmi dubitare per un solo istante che altri possano averle amate profondamente e legate alla propria intimità.
    Io non c’ero, ma per me qualcos’altro (di probabilmente altrettanto insulso e sottoculturale)ha agito allo stesso modo, e da questo punto di vista mi sono proprio immedesimato. Chiamatemi emoticon…
    ferroviere siderale

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