DIECI CANOE, Rolf de Heer, Peter Djigirr, Aus, 2006

Quattro anni fa Rolf de Heer girò The Tracker, una sorta di western girato tra i deserti australiani con protagonista un aborigeno, David Gulpilil. Pare sia stato proprio Gulpilil (voce narrante originale di questo film) a convincere de Heer a fare un altro film sugli aborigeni e sulla loro cultura. Dopo una serie di tentennamenti e di difficoltà logistiche (alle quali si deve molto probailmente la doppia regia e l’indispensabile apporto di Peter Djigirr) il regista ha accettato il progetto e il risultato è questo Dieci Canoe. Narrativamente il film è piuttosto complesso da raccontare. Ci limiteremo a dire che, attraverso una serie di continui rimandi e scambi tra presente e passto, è una storia di formazione, un racconto morale che ha molto a che vedere con le leggende, con la tramandazione orale di un popolo antico come quello aborigeno. Qualcosa di radicalmente differente dal racconto classico cinemtografico. La volontà è proprio quella di raccontare una storia distaccandosi da stili e modelli cinemtografici classici, cambiando lunguaggio. Meglio: si usa il linguaggio cinematografico (a volte negandolo o utilizzandolo contro le sue proprie regole) a servizio di un racconto orale. Addirittura il film inzia citando e poi demolendo il classico "C’era una volta…" dichiarando che "questa storia non è una di quelle storie che cominciano così". Una sfida. Qualcosa di difficile da accettare. C’è bisogno di lasciarsi andare e voglia di sperimentare. I primi dieci minuti del film (l’introduzione della voce narrante alla storia che andremo ad ascoltare e una serie di vedute documentaristiche del bush e degli stagni australiani) proprio per questo motivo, si fanno via via più stranianti e astratte, e servono come introduzione, biglietto d’ingresso ad un altro mondo: una cultura in cui le regole sono differenti, e le storie si raccontano in un altro modo. Per i pochi che hanno avuto la fortuna di vederlo, questa prima parte introduttiva ricorda molte le vedute descrittive di The New World: una natura panica e cosmica che tutto contiene, nella quale si viene inghittottiti e dove tutto – vita, morte, amore – è regolato dalla natura. Una volta che si è stretto questo patto, ci si può lasciare andare ad una storia semplice ma raccontata in maniera cinematograficamente assurda. Di patto effettivamente, almeno nelle intenzioni del regsita, si tratta: utilizando una tecnica distante dalla normalità, si presuppone una fruizione differente. Solo in questo modo si finisce per accettare cambi cromatici per definire diversi periodi cronologici invertiti rispetto alle nostra abitudini, attori usati per più ruoli, ripetizioni continue come snodi narrativi, sospensioni improvvise della narrazione, sequenze inutile per lo sviluppo della storia lunghe e insistite. Solo in questo modo si riesce a raccontare una storia e contemporanemante a mostrare usi e costumi di un popolo senza cadere nel tranello del mito del buon selvaggio o della cartolina equa e solidale dall’Australia. Un film strano, con cui è difficile rapportarsi ma estremamente affascinate. Il primo film aborigeno. Un’esperienza.

Tutti i dialoghi del film sono fortunatamente sottotitolati. L’uinca voce tradotta in italiano e doppiata è proprio quella del narratore David Gulpilil. Ogni tanto si avverte un po’ la voce e il rischio "saggezza innata da nonno di Heidi", ma tutto sommato ci è andata bene.

FEDEmc

One Comment

  1. anonimo
    Posted 29 giugno 2006 at 17:30 | Permalink | Rispondi

    mi sa che ti è scappata un po’ troppe volte la h (3° riga). capita ma correggete

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