Volver di Pedro Almodovar
 
 (attenzione spoiler. Confesso che questa recensione è frutto della mia profonda insensibilità tipicamente maschile, in quanto dopo la visione ho sentito l’esigenza di bere birra guardando le sintesi dei mondiali fino a tardi con una canottiera a coste per riprendere il posto che mi spetta nel mondo secondo Pedro.)
 
Come Marchionne ha risanato la Fiat concentrandosi sull’auto, Almodovar capisce qual è il suo core business e decide di tagliare i rami secchi del suo cinema: gli uomini. Incestuosi, insensibili, decisamente stronzi ma soprattutto morti.

Trama: ci sono due sorelle, una gnocca e una no. La prima è Raimunda, una Penelope Cruz che ricorda Amelia, la strega che ammalia , nei momenti migliori: scarmigliata al punto giusto, con il ciuffo spettinato al posto giusto, che sì lavo i cessi tutto il giorno, ma il mio trucco non si rovina mai, e indosso sì abiti finto UPIM, ma mi cadono a pennello e guarda un po’ che scollatura. L’altra è Sole, più bruttina e anche meno sveglia, che si mantiene facendo la parrucchiera di contrabbando. Se fosse un uomo si direbbe un po’ pirata un po’ signore, ma non è il caso. Le due hanno il problema della presenza del fantasma, vero o presunto, della madre: una vecchia casalinga piromane dagli occhi sbarrati che ha la curiosa abitudine di nascondersi in portabagagli, armadi e sotto il letto spiando e aiutando le figlie come se non avessero già abbastanza casini. Se io avessi un fantasma del genere in casa, penso che invocherei a gran voce Freddy Kruger come una liberazione, ma tant’è.

I casini non li ha tanto la pettinatrice abusiva, ma Raimunda: infatti la di lei figlia Paula ha ucciso il padre, pigro porco incestuoso e appassionato di calcio, che tentava di abusare di lei. Quindi bisogna stare attente ai particolari (pulire con scottex e mocio vileda la chiazza di sangue, oh ma com’è rosso quel sangue, ah ma i colori di Almodovar sono quelli del technicolor d’antan, ah è un colorista, ah è pop, ah è camp) e nascondere il cadavere in un freezer di un ristorante. Per uno strano caso del destino questo viene rimesso sulla retta via dalla stessa Cruz (che si instrada sulla strada del crimine come la sorella, diventando una ristoratrice di frodo) che, con l’aiuto di amiche intraprendenti e vicine di casa generose, dona un raggio di sole al quartiere grigio degradato e comincia a fare dei bei soldini. In fondo bastava investire i soldi che l’uomo (pigro porco incestuoso e appassionato di calcio) spendeva per l’abbonamento alla pay tv per vedere undici uomini in mutande che corrono dietro a una palla.

Ma c’è anche un mistero da risolvere: quello del presunto fantasma e del cattivo rapporto tra Raimunda e la madre, a parte il vizio della vecchia signora di ascoltare le conversazioni altrui in quanto fantasma e ad aver obbligato le figliole a partecipare a un provino di canto in preadolescenza. Ma ovviamente è colpa del padre, pigro porco incestuoso e forse appassionato di calcio, che approfittò della Raimunda in adolescenza ed è quindi anche il padre della bella e brava Paula (con un ciao ciao alle leggi di Mendel e della genetica). La madre ha la sola colpa di non essersi resa conto se non all’ultimo di quanto fosse pigro porco incestuoso e forse appassionato di calcio.

In un crescendo di sentimenti e un’alternanza di suspense e rivelazioni da rimanere a bocca aperta, la vecchia pazza decide di raccontare la verità: non è un fantasma, altrimenti perché nascondersi nei portabagagli quando si può sparire in una nube di zolfo. Inoltre, avendo scoperto il padre, pigro porco incestuoso e forse appassionato di calcio, nel suo crimine efferato (che non è l’incesto ma l’aver rovinato il rapporto madre figlia), decide di dargli fuoco mentre è nel gazebo con l’ultima delle sue innumerevoli amanti, l’unica hippy del paese (il pubblico ride di gusto), e di darsi alla macchia: dopo aver vagato nei campi come Verdone/Ruggero in Un sacco bello, non vede la spada de foco ma decide di farsi fantasma cucinando frittelle e agitando la lucidatrice per una vecchia zia rincoglionita.

Note sparse:

1) Il primo quarto d’ora di film, a parte la carrellata iniziale sulle donne che puliscono le lapidi, tanto da manuale del cinema come inizio che contiene i sémi che verranno sviluppati nel corso del film che ci si chiede perché si sia proseguito oltre i 20 secondi iniziali, contiene una prestazione sportiva eccezionale: il record mondiale di bacetti e baciotti su pellicola al minuto. Ero abituato ai silenzi carichi di significato, i baciotti carichi di significato sono un po’ troppo.

2) Ficcante la rappresentazione critico ironica del talk show televisivo (il pubblico ride tanto), roba che a confronto guardare Il siero delle vanità è leggere La galassia Gutenberg.

3) Menzione d’onore al doppiaggio italiano che fa dire ad Augustina “mi hanno diagnosticato un cancro” a metà film, cosa che sconvolge la Cruz, e non si capisce perché. Infatti, la povera Augustina sembra essere consapevole di essere malata dal terzo minuto di film. Uno non pretende una traduzione di Caproni, ma per lo meno che la consecutio logica sia rispettata, sì. Ci sono altre perle di doppiaggio, ma mi sono sfuggite.

4) Seriamente: a parte la furiosa irritazione e la noia, il film ha perso anche le (poche) cose buone che avevano i film precedenti. Il rapporto con la storia, del cinema, diventa pretestuoso e scoordinato, negli omaggi e nei riferimenti; l’analisi delle relazioni si perde nel colore e nel dettaglio fine a se stesso annesso alla semplificazione più radicale, e ci si ritrova con un manierista come Almodovar che diventa maniera dell’ultimo se stesso che era maniera del primo se stesso. Il che vuol dire maniera al cubo che non è altro che piattezza più cupa, al di là delle improbabili intenzioni cukoriane.

 
manu

22 Comments

  1. anonimo
    Posted 17 giugno 2006 at 12:33 | Permalink | Rispondi

    Ma davvero esiste qualcuno che si illude che le donne in questo film facciano una figura migliore degli uomini? Magari gli stessi che dicevano che Million Dollar Baby è un film misogino?

  2. anonimo
    Posted 17 giugno 2006 at 13:50 | Permalink | Rispondi

    Si, esiste. Sebbene non sia esattamente una questione di “figura”.
    Mai creduto in vita mia che Million Dollar Baby fosse un film misogino.
    m.

  3. Posted 19 giugno 2006 at 02:33 | Permalink | Rispondi

    dio che soddisfazione. anche io sono rimasto incredulo dalla sciatteria e banalità di questo film. una roba che neanche alberto tarallo.
    Tu quoque pedro.

  4. anonimo
    Posted 19 giugno 2006 at 11:26 | Permalink | Rispondi

    chi è alberto tarallo?
    gran nome.
    a me, devo ammettere, il film è piaciuto abbastanza, soprattuttola sequenza della canzone che ho trovato, anche registicamente, noteveole.
    Fmc

  5. anonimo
    Posted 19 giugno 2006 at 12:01 | Permalink | Rispondi

    Io trovo, che al di là dei gusti e delle interpretazioni, qualunque trama di qualunque film se raccontata con l’unico intento di ironizzare e sfottere (tutta una ridarola, signora mia) viene fuori come una solenne cagata.
    Un po’ disonesto, a parer mio.

  6. anonimo
    Posted 19 giugno 2006 at 12:02 | Permalink | Rispondi

    ah, volevo ricordare a chi legge qui, che domani (martedì 20, sempre dalle 20,00 alle 21,00) c’è l’ultima puntata di secondavisione prima del gran galà di cui vi daremo presto comunicazione.
    per chi è a bologna radio città del capo
    chi non c’è http://www.radiocittadelcapo.it/diretta/default.asp
    Fmc

  7. Posted 19 giugno 2006 at 16:51 | Permalink | Rispondi

    alberto tarallo: produttore di pregevoli fiction tv “al femminile” quali il bello delle donne, i colori della vita, madame….

  8. Posted 19 giugno 2006 at 18:34 | Permalink | Rispondi

    Suvvia non scherziamo e lasciamo da parte i paragoni ironici con il bello delle donne.
    E’ chiaro che Almodovar da una visione parziale della realtà, la sua visione, una che non comprende gli uomini, ma è proprio lì il fascino! Sappiamo tutti bene che un film non è tenuto ad essere realista in alcun modo per comunicare qualcosa, e Pedro non lo vuole essere di certo.
    Anche io, grandissimo amante di Almodovar, ho trovato Volver non all’altezza di altre sue grandi opere, ma quasi nessuno nel cinema contemporaneo narra una storia con tanta e tale empatia come fa lui, nessuno ha una visione così chiara, completa, moderna e al tempo stesso storica del cinema come lui. Con tutta probabilità è l’autore moderno per antonomasia, capace di citare, citarsi e raccontare qualcosa di nuovo per facendo sempre il medesimo film. Capace di fondere esperienze europee e cinema americano e capace di fare un cinema incredibilmente personale.

  9. anonimo
    Posted 19 giugno 2006 at 19:40 | Permalink | Rispondi

    incondizionatamente daccordo con il commento numero 5.

  10. Posted 19 giugno 2006 at 22:34 | Permalink | Rispondi

    Rispondo:
    sono d’accordo anch’io con il commento 5 (e il 9), nonostante abbia scritto io il post. Penso che anche Quarto Potere potrebbe essere sfottuto in questo modo. Poi il post può far ridere o meno, far incazzare o meno. Avevo anche dei dubbi se pubblicarlo. L’operazione non è onesta lo ammetto, ma è un modo per rendere la mia irritazione nei confronti di un film che ho trovato inadeguato, brutto e fastidioso: aggravato dal fatto che è stato salutato da molti come il vincitore morale di Cannes. Scrivessi su Cineforum non l’avrei messa giù così, ma avrei approfondito l’ultimo punticino.
    Avrei forse detto (e in questo modo rispondo a GParker, da cui ci divide anche il fatto che io non sia un estimatore di Almodovar, mentre lui mi sembra un vero e proprio fan): Almodovar sembra perdere ogni goccia di energia del suo cinema, annegando in una trama insulsa che serve più a Penelope Cruz per mostrare le sue (non ottime) capacità attoriali. Anche il rapporto con il passato (cinema e fantasma) si rinsecchisce ancora di più in schemi vetusti e privi di produttività semantica. L’unica inquadratura degna di nota, ma che nella sua programmaticità è decisamente fastidiosa, è il carrello iniziale delle tombe, che riassume talmente bene il film da essere sufficiente a se stessa.
    non si fa del realismo nelle relazioni, non si fa del manierismo e nemmeno nel barocco. Volver è un oggetto decisamente informe.
    Almodovar riesce di solito a far meglio nell’elaborazione del lutto, del dolore e nella complessità delle relazioni de Le fate Ignoranti, a cui Volver è tragicamente inferiore (appunto, neanche Alberto Tarallo)
    Giusto per accennare che si può avere anche un’elaborazione ulteriore.
    Questo non vuol dire che mi rimangio quello che ho scritto, né mi appello alla spontaneità dell’irritazione.

    manu

  11. Posted 20 giugno 2006 at 10:47 | Permalink | Rispondi

    Quella che tu chiami perdita d’energia e trama insulsa io la chiamo riduzione ai minimi termini. Almodovar asciuga il suo stile, lentamente di film in film si libera sempre di più di fronzoli per puntare dritto a ciò a cui ha sempre mirato, raccontare una dimensione panica della vita.
    Le trame si fanno sempre più pretestuose eppur intricate (altra grande caratteristica del regista), i personaggi si fanno sempre più paradigmatici e la messa in scena è più funzionale ai personaggi. Questo è solo per dire che c’è un percorso dietro alle esperienze e al succedersi di film almodovariani, un’evoluzione che poi piace o meno.
    Però non si può negare l’oggettività di una regia magistrale, anche a fronte di un film che può non essere piaciuto è innegabile la tecnica incredibilmente padroneggiata da Pedro, e non parlo solo del bellissimo inizio, ma delle mille piccole delicatezze di regia di cui è cosparso il film.
    Non posso sentire paragoni con Le Fate Ignoranti.

  12. anonimo
    Posted 20 giugno 2006 at 11:24 | Permalink | Rispondi

    oggettività di una regia magistrale è davvero troppo anche per un fan

  13. Posted 20 giugno 2006 at 13:18 | Permalink | Rispondi

    Io non posso che concordare con la disamina di Manu, che trovo giusta nonostante l’evidente stato di appassionata irritazione. E, prevenendo eventuali “e qui ti volevo”, no, il fatto che un film susciti un tipo di reazione appassionata anche nel parlarne male non significa affatto “che allora è comunque andato a segno”. Se il sentimento nasce dal fatto che ci si sente presi in giro da un regista, e isolati da un’idolatria collettiva tanto fastidiosa quanto infondata, o fondata sul fantasma di un passato che si crogiola su se stesso, il film in sé non ha alcun merito.
    Il problema di Volver, a mio avviso, è la sua vacuità, tanto grave quanto lampante è lo sforzo di “tingere” la pellicola di emozioni, visive e non.
    Ruffianeria sciatta, tentativo fallito di creare un mondo di personaggi (basta pensare a quante volte viene nominato il personaggio, già dotato di un nome “da personaggio, di Augustina: come se la ripetizione bastasse ad intenerire e creare un nucleo emotivo dove, in realtà, c’è solo un disegnino abbozzato): questo, accanto alla noia della prima mezzora, su cui concordo di nuovo con Manu, mi sembra ben lontano dal’essere la prova dell'”oggettività di una regia magistrale”

  14. Posted 20 giugno 2006 at 13:21 | Permalink | Rispondi

    Sono tentata di pensare che nel tuo sangue non scorra sangue del sud. Un sud qualsiasi. Chè altrimenti la scena dei ‘baciotti’ te la saresti sentita addosso. Per non parlare poi della scena del funerale della zia. Quando le donne si ritrovano tutte nella stessa stanza e si racconta di come il fantasma abbia richiamato l’attenzione della vicina per annunciare la nuova morte. Ecco: quella scena E’ storia. Ma per capirlo devi averlo vissuto, forse.

    Quanto al doppiaggio, direi che esula dalla responsabilità di Almodovar e che non vederlo in lingua originale è una vera pena.

    Juliette Godart

  15. anonimo
    Posted 20 giugno 2006 at 14:37 | Permalink | Rispondi

    Ririspondo (agli anonimi, prego cortesemente, anche se non è un obbligo, di firmarsi anche con il primo nome che viene in mente loro).
    Sono d’accordo con il commento anonimo 13: mi sa che almodovar, nel tentativo di asciugare lo stile, abbia prosciugato i pozzi da cui attingeva, e quindi non sappia a cosa mirare. Se non, da un punto di vista pragmatico, alla sensibilità di un pubblico che attende gli “almodovarismi”. Almodovar che si reinventa minimale mi sembra un atto tanto coraggioso quanto suicida, e non credo nemmeno che si tratti di questo.
    Juliette: posso ascrivermi al nord freddo e calcolatore senza tanti problemi, e probabilmente hai ragione. Si tratta però di idiosincrasie personali e non di prove verso almeno una condivisione più ampia. “Ma per capirlo devi averlo vissuto, forse” è una frase che si applica anche al filmino della finale del torneo di calcio del mio cuginetto. I miei zii piangono ogni volta che la vedono, il resto del mondo preferirebbe amputarsi un alluce. E a questo punto non posso capire molti altri film. Il tuo coinvolgimento e la mia antipatia possono riguardare la differenza di personalità, di genere e di sangue : ma la scena rimane asfittica e con poco senso, anche nella connessione con le altre.
    Che l’intenzione fosse quella di farla rimanere addosso, altrimenti non penso che avrebbe “magnificato” i baciotti con quella forza. Che questa intenzione sia realizzata in modo schematico e piatto (tanto che denuncia il proprio essere un’intenzione d’autore) a me pare un’evidenza.
    manu

  16. anonimo
    Posted 20 giugno 2006 at 14:39 | Permalink | Rispondi

    ma infatti io sono l’unico che ha capito blade due perchè sono mezzosangue e a casa mia, in transilvania, quelle cose li te le vivi tutti i giorni. su, tentiamo di non andare oltre. io non sono d’accordo con quello che scrive manu, ma dire che il film non piace a quelli che non sono del sud, di qualsiasi sud, è superficiale e anche un po’ razzista.
    Fmc

  17. anonimo
    Posted 20 giugno 2006 at 15:05 | Permalink | Rispondi

    io ero l’anonima num 13 e avevo addirittura inserito il link, pensa un po’ quanto sono tecnica. Oltre a essere Holly. Ma tu non essere così brutal con gli imbranati distratti. Vaabbè che sei nordico. Un bacio (anche a Fede Mc)

  18. Posted 28 giugno 2006 at 01:59 | Permalink | Rispondi

    stavolta, più di vedere il film, avevo voglia di leggerne la recensione su secondavisione.

  19. anonimo
    Posted 16 luglio 2006 at 17:12 | Permalink | Rispondi

    dio che ridere la frase “IL RESTO DEL MONDO PREFERIREBBE AMPUTARSI UN ALLUCE”.
    chiedo scusa per l’intromissione
    DT

  20. anonimo
    Posted 7 settembre 2006 at 16:07 | Permalink | Rispondi

    o si è sensibili o non lo si è. o si è maschi rozzi o non lo si è.
    ovvio che a tutti i maschi Alfa, dal rutto libero, Almodovar non piaccia.
    Ovvio che i maschi Alfa nemmeno concepiscono una visione della vita alternativa o forse si, ma non gli interessa.
    Poi ci sono i maschi Beta che sono capaci di commuoversi e non se ne vergognano.
    Il resto sono fesserie.
    O forse semplicemente un regista finocchio non ha nulla da dire ai maschietti che ogni minuto devono ricordare che a loro piace la fica.

  21. anonimo
    Posted 7 settembre 2006 at 16:10 | Permalink | Rispondi

    un po’ di omofobia ci vuole ogni tanto eccheccazzo.
    aspetto l’elenco di film fatti da froci che raccontano storie di froci in modo che si possano definire tutti film irritanti e ci possiate ruttare sopra.

  22. Posted 8 settembre 2006 at 20:05 | Permalink | Rispondi

    Questo post/sfogo ha a che fare col gender. questo si, mica come quello di ogni cosa è illuminata.
    Quindi rispondo a tono.
    Mi dispiace rompere il tuo mondo in cui la sensibilità sta tutta da una parte, e la rozzezza dall’altra, in cui Almodovar è tutta roba per gay, e gli etero non lo capiranno mai.
    Non nascondo che non sia tra i miei registi preferiti, ma credo che “Legami”, “la legge del desiderio” e “donne sull’orlo di una crisi di nervi” siano degli ottimi film. Che poi, secondo alcuni come te, io non possa cogliere alcuni elementi, lo accetto e mi dispiace.
    Che Volver sia Almodovar che imita la pallida copia di se stesso è invece un’affermazione a cui devi rispondere, o tutto quello che tocca il regista spagnolo è oro per grazia divina?
    Quindi il bene sta tutto dall’altra parte? A me è sembrato un prodotto ben studiato per il “suo” pubblico, ma a tavolino, secondo più il marketing che l’ispirazione. Quello che dice sul femminile lo aveva già detto, non c’è alcuna intuizione nuova né memorabile.
    Ma in un mondo in cui è tutto bianco o nero, in cui solo qualcuno riesce a commuoversi, secondo i più biechi stereotipi da pagina delle tendenze dei quotidiani, roba che altro non è che “accettazione del discorso dominante” vera e propria, queste differenze non si colgono.
    Volver è un film dimenticabile, poi uno – ovviamente – si commuove su quello che gli pare e piace.
    In questo caso gli insulti, anche se poco graditi e graziosi,li si accetta perché a post “rozzo” possono corrispondere commenti “rozzi”.
    m.

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