In questo perido il collettivo secondavisione, tra lavori estivi, doppi lavori estivi e lavori estivi carpiati, ha poco tempo per aggiornare il blog. Approfitto di una giornata assolutamente vuota per riassumere le ultime visioni.

THE OMEN: IL PRESAGIO, John Moore, USA 2006

Un tempo si sarebbe detto Istant Movie. Film fatti all’occorrenza. In questo caso l’occasione è il trentennale del film originale a firma di Richard Donner (un onesto prodotto commerciale pensato sulla scia del successo di film quali Rosemary’s Baby e L’Esorcista, film che svelavano il lato orrorifico insito nel nucleo famigliare) e  la data  6 giugno 2006, 6 – 6 – 6, il numero della Bestia. John Moore si sbatte il minimo sindacale e realizza svogliatamente un film talmente simile all’originale che spesso anche le frasi sono prese pari pari e addirittura non ci si sforza per cambiare il punto di ripresa. Le uniche novità sono due sequenze oniriche fatte apposta per esplodere insensatamente in decibel a caso (il caro e vecchio effetto bubusettetè) e un tentativo di aggiornamento talmente goffo da imbarazzare. Spazio quindi a un prete con i capelli lunghi, a un papa somigliante a  Wojtyla e al crollo del World Trade Center inserito veramente a forza. Il momento più alto: nell’originale il pargolo del demonio irrita la madre con il rumore prodotto dal giocare con delle palle da biliardo. Qui il pargolo del demonio irrita Julia Styles con il rumore prodotto dalla Play Station. Liev Schreiber non è Gregory Peck, Julia Styles è uno dei grandissimi misteri di Hollywood, le scene ambientate in Italia pullulano di comparse vestite da Pulcinella che agitano insensatamente le mani, il bambino – come notava giustamente Valido – dovrebbe inquietare mentre fa venire voglia di coccole. Incredibile come in 30 anni la trama del film sia non solo invecchiata a tal punto da annoiare a morte, ma da risultare frutto di una mente malata o particolarmente giocherellona.
"Mi è morto Il figlio"
"Non si preoccupi, qui al Vaticano ne abbiamo d’avanzo: le piace questo indemoniato?"
"Bellissimo. Però ho perso lo scontrino dell’altro… Spero non sia un problema"
"Si figuri. Basta che non lo dica a sua moglie."
Rimane una locandina molto bella e un primo piano di Mia Farrow che da solo vale il prezzo del biglietto.

THE DARK, John Fawcett, USA, 2005

La vera sorpresa (orrorifica) dell’estate è The Dark. Tratto dal romanzo The Sheep di Simon Maginn, il film racconta la discesa negli inferi di una madre decisa a ritrovare la figlia, dispersa negli abissi e apparentemente sostituita da una bambina che dovrebbe essere morta da 40 anni. Non tutto funziona in una storia che non si fatica ad immaginare sconta qualche difficoltà nel passaggio dalla carta stampata al grande schermo, ma in generale il film raggiunge lo scopo. Spesso, soprattutto nella parte iniziale, ci si affida anche qui all’effetto bubusettetè, ma The Dark riesce ad avere un’atmosfera generale, grazie anche all’insolito setting scozzese, piuttosto efficace. Non ci si inventa niente, ma il film ha un buon ritmo, un cast in gran forma (su tutti Maria Bello), un azzardo visionario che non ti aspetti da chi prima ha fatto solo televisione e un finale a sorpresa cattivo e decisamente poco conciliante. Malato e cattivello, meritava più attenzione.

LA SPINA DEL DIAVOLO, Guillermo del Toro, 2001

Prima di arrivare in America a girare film come Hellboy o Blade 2, Guillermo del Toro aveva già le idee chiare. Con budget decisamente più ridotti (e di proprietà dei fratelli Almodovar, qui produttori) e solo al secondo film, si dimostra comunque mestierante efficace con un tocco e un approccio alla materia orrorifica personale. La Spina Del Diavolo è una tristissima ghost story che non risparmia un approccio storico e malinconico personale, capace di portare il film ad essere un horror dal sapore particolarmente datato e, proprio per questo, efficace. Sorvolando su qualche ingenuità, quello che stupisce maggiormente è il notare come, sebbene castrato da budget inadeguati, già nel 2001 l’approccio visivo di del Toro fosse chiaro e concreto e come, soprattutto, pur realizzando un film che basato sui ricordi di un bambino nella Spagna post conflitto bellico, il riferimento principale sia quel filone americano fantasy thriller anni ’80 con protagonisti dei bambini (Scarlatti, Navigator, ecc…). Il regista messicano evidentemente pensa all’entertainment su larga scala, lo fa da tempo e lo fa anche in un film che, sulla carta, dovrebbe essere agli antipodi del modello verso il quale tende. Quello che ci interessa notare è che del Toro lo fa con stile, distante dai suoi amici europei Balaguerò o Amenabar. Il Labirinto di Pan, presentato a Cannes quest’anno pare essere straordinario. Ce (glie)lo auguriamo. Resta da scoprire per quale motivo abbiamo dovuto attendere cinque anni per vedere questo film. Ne ha scritto molto bene, come sempre, l’amico Kekkoz.


SILENT HILL, Christopher Gans, USA, 2006

Clamoroso successo in America, Silent Hill è l’ennesimo adattamento cinematografico di un videogioco. A dirigere l’orchestra, il maldestro regista di Crying Freeman e Il Patto dei Lupi. Rose (la bellissima Rhada Mitchell) accompagna la sua bambina a Silent Hill, luogo che la fanciulla ripete in momenti di sonnambulismo. La città, inabitata da tempo a causa di un terribile incendio, inghiotte la bambina. Comincia una disperata ricerca che coinvolgerà non solo la mamma, ma anche una poliziotta molto simile alla cantante dei Roxette, una setta di brucia-streghe e mostri fatti male in computer grafica. Il videogioco era una summa di situazioni orrorifiche cinematografiche condensate in un gioco di strategia efficace che, al pari di Doom, faceva della vacuità e della mancanza (della ripetitività) d’azione il suo punto forte. Nel passaggio dai pixel al cinema rimane solo l’impressione, l’idea vaga di un qualcosa d’interessante. Una noia epocale che si protrae per quasi due ore di film senza il minimo accenno di alleggerimento, ma che al contrario viene diretto da un uomo che non pare conoscere il significato della parola ironia. La struttura da librogame, da videogioco di strategia, su grande schermo non funziona e, insieme alla brillante idea di avere – nella prima parte del film –  una sola protagonista, rende difficile mantenere gli occhi aperti. Certo che con il sopraggiungere della cantante dei Roxette il ritmo non si fa scoppiettante. Le scene più visionarie sono realizzate con una computer grafica scadente, sono ripetitive e riciclano idee che, ripetiamo, se potevano funzionare come compendio di spunti horror cinematografici nel gioco, su grande schermo non hanno alcun senso. Viste, riviste, straviste. Incredibile poi come il film sulla carta sia pieno di buoni spunti (la società matriarcale, la città fantasma dove piove cenere, la ciclicità delle azioni e il ripetersi delle situazioni) sfruttate al peggio delle possibilità. Ridicolo involontario centrato in pieno nei flashback spiegoni e nella sfida finale con il maligno. Momento più alto: da ormai quella che sembra un’eternità (fine primo tempo) siamo a Silent Hill. Abbiamo visto articoli di giornale su internet ("Non andare in quella città amore! Non hai visto cosa dice l’Internet?") che ci hanno spiegato che tempo fa la città è stata distrutta da un incendio. La protagonista appena arrivata in città dice "ma qui c’è stato un incendio!". Tutto quello che viene inquadrato è bruciacchiato. Ogni due secondi si parla di incendi. Giunti in un magazzino Rhada Mitchell e la poliziotta/cantante dei Roxette si guardano in giro in cerca di indizi. Dopo un po’ la poliziotta esclama "Sembra che qui ci sia stato un incendio!".  Rimane un mistero la presenza di Roger Avary come sceneggiatore.         

FEDEmc

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