Venezia 63 Quei loro incontri, Jean Marie Straub, Daniele Huillet

Lo ammetto: per me è il primo film di Straub e Huillet. Più o meno sapevo cosa aspettarmi, ma non avevo mai visto un fotogramma dei loro film. L’impatto è stato forte, ma mi ma colpito e sono uscito dalla sala piuttosto contento. Per uno che impazzisce per Vin Diesel… Quei Loro Incontri, ambientato tra le montagne fuori Pisa, porta sullo schermo 5 dialoghi tratti da i "Dialoghi con Leucò" tutti interpretati da attori non protagonisti ripresi sempre in camera fissa. La loro recitazione è ovviamente meccanica, fredda e continuamente spezzettata da pause. Spesso si sente l’accento pisano e gli immobili attori hanno sempre lo sguardo perso nel vuoto. Certo: provocazione, teatro filmato e non cinema, ancora la medesima operazione dopo 30 anni di attività, ma sentire uomini comuni declamare scritti di Pavese sul rapporto tra i mortali e le divinità provoca un effetto assolutamente straniante. Pochissimo pubblico e molti di quelli entrati al terzo minuti sono fuggiti. Non è quello che chiedo dal cinema e molto probabilmente l’impatto rivoluzionario dell’operazione di Straub e Huillet si è affievolito – o peggio si è fatto prevedibile – in tutti questi anni, ma chi assiste a un loro lavoro per la prima volta può rimanere affascinato. Pare che i due registi non saranno presenti al Lido e boicotteranno la passarella per farla fare a uno dei loro attori.

Orizzonti – El Cobrador: in God we trust, Paul Leduc

Quest’anno la sezione Orizzonti è decisamente pessima. Questo El Cobrador ha un inizio folgorante, salvo poi diventare forse il film più brutto (quantomeno quello con le sequenze più scult) di tutti quelli in programma. Il film racconta le storie parallele di un giovane ragazzo di colore che, dopo aver compiuto una serie di folli e insensati omicidi a New York, scappa in Messico e quella di Peter Fonda, ricco padre di famiglia e uomo di fede di Miami, che scoperta la propria impotenza, si sollazza investendo con il suo SUV giovani e attraenti donne. In Messico l’omicida si unirà a una ragazza argentina, si intuisce figlia di deaparecidos, e cominceranno a realizzare atti terroristici per combattere contro le cattiverie del mondo: questi birbanti Bonnie & Clyde si divertono a farsi riprendere dalle telecamere dei bancomat che svaligiano mentre fanno all’amore e soprattutto a scrivere un manifesto del loro gruppo completamente fuori di senno ("Non siamo terroristi, vogliamo solo tutto: ombrelli, pace, amore, pantaloni stirati, una casa confortevole, tanti amici…"). Peter Fonda si mette in contatto con una maga che, attraverso un rito, le promette una seconda giovinezza e una ritrovata virilità. Ecco il rito: basta prendere un feto nero abortito di due mesi, estrarne una succo da mettere in una siringa, farsela inettare nel sedere (E io penso: ma non possiamo creare un fondo per una pensione a Peter Fonda e Hellen Burstin?). Prima di scovare quello nero, Peter porta alla maga un feto bianco che, non essendo adatto allo scopo, verrà buttato nel WC di un locale di travestiti danzanti. Una volta ringiovanito, giuro, ritroviamo il povero Peter uccidere a calci dei piccioni in piazza. I due rivoluzionari nel frattempo copulano come forsennati ma, durante un loro colpo, vengono beccati dallo stesso Fonda che – incredibile! – è uno sbirro! In nome della loro rivoluzione i due si faranno esplodere, uccidendo anche il povero Peter. Ma nel bellissimo finale si scopre che non solo il povero Peter è un assassino di donne (con il SUV), traffica in feti ed un fottuto sbirro, ma era anche il propietario di una miniera dove ci lavoravano tantissimi schiavi e che lui ha fatto chiudere di colpo lasciandoli poverissimi. Tra questi c’era anche il giovane ragazzo di colore che in un bel flashback viene anche sodomizzato dagli sbirri della miniera. Nel frattempo una televisione di un piccolo, povero bar alla periferia del mondo mostra la caduta delle Twin Towers. Direi in punta di fioretto… Ca va sans dir, colonna sonora "militante" con gruppazzi ska, reggae e quelle robe lì di quarta.

Orizzonti – The Amazing Life of the Fast Food Drifters, Oshii Mamoru

L’unica bomba della sezione Orizzonti (fatta esclusione ovviamente per l’incredibile documentario di Spike Lee). La storia del Giappone dal dopoguerra ad oggi attraverso un libro sulle vite dei più famosi scrocconi di cibo da Fast Food. una sorta di finto documentario, trattato in modo serissimo, con milioni di riferimenti letterari, culturali, musicali, cinematografici. Il regista di Avalon, sperimentatore di forme e di messe in scena, qui costruisce il suo film utilizzando foto reali in 3d dei suoi personaggi, ma facendoli poi apparire come delle piatte figurine in 2d per poi farli interagire con sfondi tridimensionali. Parlatissimo, folle, di una velocità incredibile, assurdamente serio nel ricostruire eventi e storie, ha dalla sua una fantasia completamente pazza che conquista e dei personaggi bellissimi (il vecchio monaco che vede, grazie all’approccio illuminista, nel Sobu – tagliolini con uovo – paesaggi bellissimi e interiori, la donna gatto in grado di far innamorare di sé i gestori dei chioschi, un giapponese che si traveste da indiano per scroccare riso al curry "mediopiccante" e, il migliore di tutti, il miglior scroccone di wurstel del mondo, ossessionato con Disneyland e travestito da topo). Da recuperare e da rivedere mille volte.

Settimana della critica A Guide to Recognizing Your Saints, Dito Montiel

La vera sorpresa del festival è questo piccolo film indipendente, coprodotto da Sting e da sua moglie Trudy, e accolto con enorme successo a tutte le sue (poche) proiezioni. Tratto dal romanzo omonimo del regista (pare un caso letterario in USA) A Guide è un film smaccatamente, dichiaratamente, autobiografico. L’adolescenza del regista-autore tra le strade di New York, per la precisione nel Queens, tra amici, amori, risse, tragedie, sogni e soprattutto con una figura paterna (un incredibile Chazz Palmintieri) onnipresente. Il tutto viene ricordato dal protagonista ormai adulto (Robert Downey Jr) mentre torna a casa per convincere il padre ormai malato a farsi curare in ospedale. Il film inizia con l’attore che interpreta Dito Montiel che, guardando in camera, dice "in questo film lascerò tutti". L’autobiografismo della storia in questo modo, poggiandosi anche sulla finzione della ricostruzione di una storia, diventa ancora più diretta e spiazzante. Una sorta di operazione simile a Bronx (sempre con Palmintieri tra l’altro) meno romanzata è più dolorosa. Un film durissimo che colpisce direttamente allo stomaco, lasciando lo spettatore spiazzato per quanto si riesca a presentare con così tanto trasporto una storia così personale, per il ritratto di personaggi tutti bellissimi e per una regia che sicuramente non si inventa niente, ma che risulta perfetta per raccontare una storia del genere. Incredibile il lavoro fatto sul sonoro in alcune sequenze dova si parla contemporanemante in sei o sette. Si conclude con una epica camminata dei protagonisti con una sfavillante "New York Groove" dei Kiss. Esaltante. Indoppiabile data l’importanza dei dialoghi e dello slang usato dai personaggi, dubito che vedrà a breve le sale italiane. Da recuperare quindi in altri modi. Rosario Dawson, pur comparendo per 10 minuti scarsi, conferma il suo essere l’attrice pèiù bella e sensuale da un bel po’ di tempo a questa parte.

FEDEmc

5 Comments

  1. anonimo
    Posted 7 settembre 2006 at 16:35 | Permalink | Rispondi

    ma fate recensioni a richiesta? no,perchè vorrei chiedervi se avete visto “come l’ombra”, di marina spada,giornate degli autori.ci recita una mia compagna di classe.solo per questo
    grazie,eh?
    m.fv.

  2. anonimo
    Posted 7 settembre 2006 at 17:12 | Permalink | Rispondi

    vabé, io sugli Straub non sono per nulla daccordo, ma lasciamo stare. Vorrei solo far notare, qualora la foto lì di fianco fosse stata posta lì per richiamare i due autori, che le due persone ritratte NON sono Straub e Huillet.

  3. anonimo
    Posted 9 settembre 2006 at 10:23 | Permalink | Rispondi

    su straub e Huillet: per la foto chiediamo lumi a fra, nostro correttore, formattatore e linkatore di post, grave mancanza quest’anno al Lido. per quanto riguarda il film, dicci pure la tua.
    sulla spada: il film l’ho visto dato che mi interessava la fotografia, curata da Basilico, e l’ambientazione “milano deserta d’estate”. il film ha quindi i suoi pregi negli esterni, nella fotografia, nel setting, mentre tutti i difetti nella storia e (mi dispiace, sembra fatto apposta) nella recitazione veramente approssimativa. Unico momento esaltante: le due protagoniste che cantano la solitudine della Pausini in macchina.
    FEDEmc

  4. anonimo
    Posted 9 settembre 2006 at 17:02 | Permalink | Rispondi

    figurati.io la mia amica l’avevo lasciata che faceva teatro a scuola (le nuvole di aristofane) e me la ritrovo a venezia.per la cronaca è quella che fa la ragazza ucraina.mi sembra di aver letto così nelle anticipazioni del film.però mi sa che è rimasta carina…
    grazie
    m.fv.

  5. anonimo
    Posted 10 settembre 2006 at 01:01 | Permalink | Rispondi

    beh, la ragazza ucraina (colei che intona la solitudine per spiegare la prima cosa imparata in italiano) convince già di più della ragazza italiana.
    Effettivamente carina
    Fmc

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