Venezia 63  – Nue propriété di Joachim LaFosse
 
Dramma familiare girato con macchina da presa pressoché ferma, che racconta della convivenza di una madre, Isabelle Huppert, con due figli gemelli di età indefinibile compresa tra i 15 e i 22 anni, più o meno nullafacenti.
La madre vorrebbe rifarsi una vita, ma i due non vogliono assolutamente saperne di cambiare le loro abitudini. Infatti il nuovo uomo della madre (un “fiammingastro”, come lo definiva un comico sottotitolo italiano), viene accolto a male parole, impediscono in ogni modo la vendita della casa dove sono cresciuti, e vivono ancora delle paghette del padre.
Pensando anche ai Dardenne viene da dire “posto allegro il Belgio, fossi un pipistrello mi piacerebbe viverci”. Ma siccome questa possibilità non si è realizzata, rimane un film algido, anche se già visto, che fa salire molto lentamente la tensione drammatica, in modo avvolgente, ma che non rinuncia a una metafora finale abbastanza scontata. Insomma, un buon film però patinato da quell’aria di dejà vu che hanno avuto quest’anno tutti i film della mostra
 
Venezia 63 Still life di Jia Zhangke (e ci metto pure Dong dello stesso autore)
 
Salutato come la sorpresa di questo festival – ed era proprio il film a sorpresa – ma non convince. Capisco coloro che se ne sono invaghiti, in un festival in cui gli orientali (si perdoni la generalizzazione) hanno fatto se stessi dopo che per anni erano quelli a portare dell’acqua nuova al cinema (Tsai Ming Liang ha fatto se stesso, Weerasethakul se stesso anche se più movimentato, Johnnie To non ha fatto se stesso ma collage di film di altri di vent’anni fa , Kurosawa idem) Still life è qualcosa che non si era ancora visto. Ma come il già visto non è tutto spiacevole, anzi, il nuovo non è del tutto piacevole: storia intimista di due vite sconvolte dalla costruzione della diga sullo Jangtze, che ha travolto la città di Fengjie. Esempio, i taxi che portano in riva al fiume, dicendo “beh qui a cinquanta metri c’è via XXXYYY” ecc. Vite sconvolte, intimità con sprazzi di surrealtà a provare a rendere il tutto più affascinante. Evidente l’ispirazione pittorica (natura morta nel titolo inglese, anche se non credo in quello cinese) e il lavoro del pittore Dong Xiaodong, esponente di punta del “realismo cinico” cinese, che il documentario Dong segue nei suoi ritratti di lavoratori attorno alla diga, e successivamente in Thailandia a ritrarre delle giovani.
Diciamolo piano, noiosi entrambi.
 
Evento specialeIl mio paese di Daniele Vicari
 
Documentario davvero molto compagno, realizzato in collaborazione con la CGIL, che rilegge il documentario L’Italia non è un paese povero del maestro Joris Ivens. Ma ribaltando il percorso geografico: in questo caso si va dal sud al nord (tappe Gela, Lucania, Roma, Prato e Marghera) e non si narra del processo di industrializzazione, ma di destrutturazione delle zone industriali.
A volte crea sconforto nello spettatore, poiché il futuro sembra essere legato alla nostra capacità di trasformarci in un’enorme Disneyland della cultura, a volte invece apre sulla possibilità del lavoro e ancora del saper fare. Toccante la recitazione di un brano di Edoardo Nesi sul piccolo sogno americano ma comunista (il lavoro paga sempre) della Prato tessile, da lacrime sincere la famiglia che al tempo di Ivens viveva nelle rovine di un monastero a Grottole (Basilicata) e che è stata riunita dal regista per rivedere nel videoregistratore quelle immagini di quando mostrvano dignità nella miseria. Una delle scene più toccanti viste al festival.
 
Evento specialePasolini prossimo nostro di Giuseppe Bertolucci
 
Legato a questo tema per ragioni di studio, fa impressione sentire la voce di Pasolini nell’intervista raccolta da Gideon Bachmann, parlare su un “fotoromanzo”, come lo chiama lo stesso Bertolucci, di Salò o le centoventi giornate di Sodoma, costruito con delle foto di scena e alcune uniche immagini di backstage, in cui viene anche ricostruita la scena finale tagliata, quella del ballo dell’intera troupe. Bella come operazione di recupero, e salutare a volte il sentire Pasolini dire delle cose che fanno ridere e sogghignare, nella loro semplicità, nel fatto che sono passati trent’anni, nel fatto che sono più legate alla capacità di cogliere dei segnali che una lucida visione politica.
Insomma, non un monumento a un Pasolini mummificato, che è il servizio migliore che si può fare al vero Pasolini, toglierlo dal sacrario sincretico in cui il senso comune acculturato lo colloca per riprenderlo dall’inizio come autore delle sue opere, belle o brutte che siano. Da vedere.
 
Fuori concorso – (Ostrov) The island di Pavel Lounguine
 
Vita di uno “starets” in un piccolo monastero su un piccolo isola del Mar Bianco nel nord della Russia. Un agiografia di questo santo folle, il richiamo alla fede realizzata nel paesaggio bianco sono quasi insostenibili, anche se denuncio un personale amore per il cinema russo e la cultura russa in genere. Ma il film rimane un’agiografia, e questo è.
Ma da raccontare, per l’angolo del ego, la mia intervista al protagonista, il cantante rock Piotr Mamonov, che alla mia prima domanda sul suo personaggio, padre Anatolij, mi dice: “Voi italiani pensate sempre alle cose poco importanti, non parliamo del film, ma di ciò che è veramente importante: Gesù Cristo”. Segue un quarto d’ora di dialogo sulla fede come dono.
manu

2 Comments

  1. Posted 8 settembre 2006 at 19:51 | Permalink | Rispondi

    OT: mi rendo conto che si tratta di un lavoro ingrato, ma i sottotitoli italiani quest’anno sfondavano ogni muro possibile e immaginabile in quanto a licenze creative. Si veda anche il “C’est super” tradotto con “è mega” (sempre nel film belga) e l’epiteto coreano reso con un indimenticabile “Cazzissimo!” (in City of Violence).

  2. anonimo
    Posted 7 gennaio 2007 at 23:32 | Permalink | Rispondi

    Appena visto.
    Uno dei piu’ bei film di sempre.

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: