Lady in the water di M. Night Shyamalan
 
Una regola non scritta nel cinema dice: quando un regista, in una sua opera, si riserva un cammeo – di 15 minuti – in cui interpreta il ruolo di un eletto, cioè un’artista la cui opera cambierà i destini del mondo, comincia a dubitare. Innanzitutto dell’ego del regista, secondariamente dell’opera in questione.
La seconda regola, meno importante, è che se l’unico cattivo, e l’unica vittima del mostro , è un critico cinematografico antipatico, saputo, che aspetta il colpo di scena perché la creatività ormai è morta e si annoia con tutto, pensi che il regista ovviamente odi la stampa di settore, e poi che abbia ingaggiato una lotta personale contro non si sa bene chi, ma un po’ tutti in genere.
Sinceramente, a me Shyamalan non ha mai convinto. Quindi per giustizia, cominciamo dalle cose buone – giusto perché ho trascinato con me degli incolpevoli. Il buono è il tentativo, ben riuscito, di introdurre la dimensione magica e mitologica nel quotidiano. Il risultato a prima vista può sembrare Melrose Place con i demoni, ma in realtà la dimensione favolistica è egregiamente integrata alle riunioni di condominio. Shyamalan, come sempre, può portare a delle egregie applicazioni della Morfologia della fiaba di Propp: e la sua abilità – che per me non è soddisfacente, ma tant’è – è di lavorare con funzioni narrative quasi pure, completamente discrete (bene/male e non bene/non male al massimo) e lavorare su vari livelli (narrativo, figurativo, plastico) solo per ribaltamenti sintattici consecutivi. 
Le reazioni a queste affermazioni possono andare dall’ammirazione, al sonoro chissenefrega. Giustificate entrambe. Il problema è che non si capisce se il film esca dalla semplice esemplificazione della teoria, o abbia qualcosa di più.
Passiamo quindi alle note dolenti, Lady in the water è interessante solo per un teorico della narratività, e manco tanto per quello. Non c’è il colpo di scena finale, marchio di fabbrica, ma il ribaltamento è negato da un prologo animato figurato come pitture rupestri, che definisce cos’è bene, cos’è male, cos’è reale e cosa no. Il ribaltamento avviene ma quasi inavvertito: e programmato: ci sono una serie di inquilini che devono interpretare un ruolo, all’inizio vengono abbozzati tutti, poi si tenta di applicare loro quel ruolo, tra vari fallimenti. Ma lo schizzo dei personaggi è debole, ma non solo perché sono volutamente delle funzioni narrative, ma perché funzionano in modo veramente piatto e nemmeno funzionale. La dimensione fantastica è assunta solo come reale: quindi il nodo è che le persone qualunque devono capire qual è il loro io e il loro ruolo nella comunità. Un po’ pochetto. Anche perché per uno si tratta di “trovare la voce di Dio nelle parole crociate”. È una battuta, ma il modo ironico non è evidenziato e la sala in cui si era esplode in una inequivocabilmente derisoria risata. Anche perché poi, la voce di Dio viene trovata da un ragazzino che la legge nelle confezioni dei fiocchi d’avena.
Inoltre, la mitologia è complicata, al terzo termine improbabile che identifica creature fatate si entra nella modalità “Signore degli anelli” e si lasciano perdere i nomi per arrivare a “bene contro male e speriamo che si vestano di bianco e nero/acqua fuoco e che comincino a fare a mazzate così capisco”. Inoltre, il modo per far conoscere questa mitologia è a rate da una signora coreana che non parla inglese, e che quindi ha bisogno di un’interprete, e che ha in forte antipatia il povero Giamatti. Quindi per un’ora di film le rivelazioni, intese un personaggio spiega quello che sta succedendo, si succedono a ritmo vertiginosamente lento. E Giamatti per essere degno della conoscenza deve ritornare bambino (quindi essere disposto ad ascoltare le favole, come lo spettatore secondo Shyamalan): e deve essere “letterale”: quindi si mangia latte e biscotti, si fa i baffi di latte e si accoccola e scalcia. E a quel punto si può tranquillamente credere a Nurf, Scrat (???) Tikkiti (???), Madame Nurf (???) ecc. ecc, tanto più o meno è tutto in vacca.
Pensandoci, è interessante nella sua totale programmaticità, nel suo essere una completa e coerente descrizione di come deve essere fatta e come deve essere recepita una favola. Ma il piacere del testo alberga davvero altrove.
 
manu

9 Comments

  1. Posted 2 ottobre 2006 at 14:04 | Permalink | Rispondi

    Ehi, sono incolpevole? Guarda, mamma, sono incolpevole.

    La sequenza dei baffi di latte è veramente il salto dello squalo, comunque. In termini di sospensione dell’incredulità se la gioca alla pari con tutto Snakes on a Plane.

    (vb)

  2. anonimo
    Posted 5 ottobre 2006 at 19:51 | Permalink | Rispondi

    Beati voi!

  3. anonimo
    Posted 6 ottobre 2006 at 12:40 | Permalink | Rispondi

    No, non ci sto, non ci potete trovare lati buoni, cazzo! Quest’uomo ci prende in giro!
    Ecco, di solito con i film di questo tipo di cui non riesco mai a pronunciare il nome, rimango indeciso per qualche tempo prima di capire se mi sono piaciuti o meno. Nella maggior parte dei casi poi si possono vedere come sonore cazzate, forse tranne il sesto senso. Ma questa volta, non c’è dubbio alcuno. Insopportabile. Magari fosse durato un’oretta scarsa sarebbe potuto essere anche guardabile. Ma è noioso. Montato con un’accetta, girato male. Nel senso, non c’è una sola inquadratura che riesca a fondere realtà e favola in modo decente, i due mondi sbattono la faccia l’uno contro l’altro, la gente ci crede, e via si va avanti; la rievocazione di un’atmosfera si basa esclusivamente su di una musichetta timidamente tendente al magico che ogni tanto scatta. E fin qui potrebbe essere tutto letto in chiave teorica: ha fatto un film su come si costruisce/legge una favola. A parte il chissenefrega più che doveroso, anche se fosse davvero questo l’intento, è incredibilmente noioso. Perché pare di stare ad una lezione universitaria ma di quelle brutte brutte mentre fuori piove dalle 17 alle 19. Ci si addormenterebbe se non fosse per quegli incredibili momenti di ilarità (non voluta) in cui un bambinetto legge il futuro dalle scatole dei cereali (li pisciavo davvero in testa a quello davanti, per il ridere), o chi cerca Dio nelle parole crociate, o per la morale della ricerca del proprio scopo….sconcertatnte. Per il resto si dorme, perché la “teoria sulla favola” va avanti davvero a scatti, visto che tutto è mediato dalla cinesina universitaria insopportabile che racconta al panciuto attore/bambino le regole del gioco. E altri personaggi accennati, tutti tremendamente irritanti quanto indifferenti. Per me è una bella e buona presa per il culo. Poi perché si è ritagliato lo spazio del messia? Me lo spiegate? Perché si siede sul cesso facendosi dire che la sua opera sarà così scomoda che lo farà ammazzare? Io, dopo il film, mi sono augurato che glielo pubblicassero davvero, ma nella realtà, così magari smetteva di far film.
    È una bufala, non ha alcuno stile, si sente dio, è noioso, cos’altro? E poi perché è sempre pubblicizzato come regista horror se di horror non ne fa mai uno? Ci prende in giro. Non c’è niente da salvare in questo film, a mio parere.
    n.

  4. anonimo
    Posted 6 ottobre 2006 at 17:51 | Permalink | Rispondi

    Sono perfettamente d’accordo con te. E’ che al fondo del brutto, a un certo punto io mi diverto a trovare elementi interessanti. Ma è più un divertimento.
    Il film è brutto senza se e senza ma (che bello che questa locuzione sia passata di moda)
    m.

  5. Posted 6 ottobre 2006 at 20:33 | Permalink | Rispondi

    Oggi ho visto un film francese ambientato nel 1992 con un ragazzetto che diceva spesso “nella misura in cui”.

    Il film non era bello, ma vorrei tanto sapere quale fosse l’intercalare originale.

  6. Posted 7 ottobre 2006 at 10:26 | Permalink | Rispondi

    Dimenticavo: perché non date la password per scrivere qui anche al commentatore numero 3, quello che si firma “N.” ? Così vi ravviva un po’ il blog mentre voi andate (giustamente) a caccia di farfalle ?

    (Violetta)

  7. anonimo
    Posted 7 ottobre 2006 at 11:02 | Permalink | Rispondi

    Ma siamo impegnatissimi-issimi.
    In effetti un po’ si langue, l’unico post che posso fare è sul Dott. House.
    m

  8. Posted 10 ottobre 2006 at 20:11 | Permalink | Rispondi

    secondo me neanche il teorico della narratività si diverte. semmai quello va a prendersi Propp…

  9. Posted 11 ottobre 2006 at 16:05 | Permalink | Rispondi

    a me quel fighetto di non-so-come-pronunciarlo non mi frega più. “The Village” è il film che ho odiato di più dopo “La scelta di Sophie” – e dico poco. Questa recensione conferma i miei peggiori timori e mi convince definitivamente a risparmiare euri per altro
    p.s. parlerete della retrospettiva di Peckinpah ? vi attendo ansioso anche su “Belle toujours” (o vi siete già espressi ?)

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