Le grandi firme di Secondavisione
 
 
Siccome la forma recensione è ormai morta, un residuo novecentesco, ci siamo resi conto che oggi il pubblico  vuole sentire parole affidabili, da persone che conoscono su cui possono fare affidamento empatico, di cui si fidano. Si è deciso che non si va al cinema e si parla di film senza averli visti. Però invitando gente che conta, mica cazzi. Altro che Friday Prejudice, caro Kekkoz, noi solo giudizi di un certo livello.
 
L’arguto corsivista di Repubblica – N – Io e Napoleone di Paolo Virzì
 
Il cinema italiano, e non solo, è forte di una tradizione di grandi commedianti. Ma artigiani della risata come Age, Scarpelli, Dino Risi e Monicelli sono sempre stati aiutati dalla bieca natura dell’Italietta fatta di piccole furbizie, di volemose bene, e di irresponsabilità condivisa.
L’erede di questa tradizione è il toscanissimo Paolo Virzì, che usa Napoleone per parlare dell’Italia di oggi. E del simbolo del suo andare alla deriva, Silvio Berlusconi. Come aveva già fatto l’ottimo Nanni Moretti, Virzì parla di pregi e virtù dell’italiano medio. Magari più qualunquista rispetto a Nannì, come lo chiamano a Cannes, ma le soverchierie dei potenti parvenu nei confronti rimangono uguali come una tara atavica del nostro paese, che solo nelle canzoni di Apicella – non Michele, alter ego del caro Nannino – è quello del sole e del mare, mentre nella cruda realtà secolare di potere prima democristiano e poi berlusconiano è fatta di grandi squali che se ne approfittano, e di gente che prova ad arrangiarsi e a cullare una rivincita. Il Napoleone di Virzì è il perfetto simbolo di un paese sempre in deficit democratico
Ah, la nostra bella Italia che se non ci fosse Silvio non guarderebbe quel deserto dell’animo umano che è la pupa e il secchione, e saprebbe a memoria le poesie di Allen Ginsberg e Alda Merini!
 
Il sociologo – The Departed di martin Scorsese
 
L’occidente non ha più storie da raccontare. Come se fosse un piccolo imprenditore tessile di Prato, anche il grande cantore della New York multietnica e conflittuale deve prendere a prestito da altre culture le storie. Il grande Scorsese, colui cha aveva innovato il linguaggio e lo sguardo sul mondo di Hollywood, si riduce a fare un remake di un film cinese. Non trovava più il respiro epico nell’America del politically correct e di Bush, non c’erano più tragedie, lacrime sangue e rapporti carnali raccontati. È dovuto andare a cercare soggetti da un’altra parte, in una cultura più vitale, dove ancora c’è una frontiera, dove le metropoli brulicano di energia nascente, e non morente. Il futuro ha gli occhi a mandorla, anche quello della settima arte, che è sempre di più uno specchio della realtà globale, glocale e anche un poco liminale che ci circonda.
 
Il pubblicitario – Miami Vice di Michael Mann
 
Sonny e Rico. Rico e Sonny. Il sole che si rilette sulla carena di un offshore tra l’amata Miami dei grattacieli e la cuba seppiata. Non riesce più a dettare moda, ma è solo un ricordo dei bei tempi che furono, quelli della serie dove si impazziva a cercare la giacche di Don Johnson, e gli occhiali di Philip Michael Thomas, e tutti desideravano di sgommare su una Ferrari. Non riesce più a essere il sunto dell’immaginario, ma è solo una rifrazione di un passato delle merci.
 
Il giovane turco 3.0 – La sconosciuta di Giuseppe Tornatore
 
Tornatore continua a fare cinema di papà! Pfui! A confondere il virtuosismo con lo stile! A non avere nulla d dire e infestare le sale con la sua estetica finto non televisiva! Il cinema è un’invenzione senza futuro! Ah, la realtà che parla con le carni del suo corpo di pellicola nelle pulsioni a 24 foto/grammi al secondo! Empatia, sguardo e corporeità, perdindirindina.
 
Quella che si fa le foto ai piedi – Fur di Steven Shainberg
 
Un giorno, avevo 12 anni, ero da sola a casa e non avevo tanta voglia di fare i compiti, e la tv mi aveva annoiato. Allora andai nel salotto, e mi misi a guardare la libreria dei miei genitori. Mi aveva sempre causato un certo timore, con tutti quei libri grandi che non venivano ami tirati giù per essere letti. Credevo che fossero lì per sbaglio, o che ci fossero cose passate, poco importanti, o troppo difficili per me bambina. Ma quel giorno la curiosità ebbe la meglio: ne tirai fuori uno a caso e cominciai a sfogliarlo. E dopo poco non riuscivo più a staccarmi. Guardavo quei soggetti bizzarri, patetici, pieni di dolore e che emettevano una vibrazione umana mai sentita prima. Io abituata alle foto ricordo di Gardaland e delle vacanze a Forte dei Marmi e della settimana bianca, mi resi conto con sommovimenti tellurici dell’animo del potere della fotografia. Le foto possono provocare tutto questo, possono svelare gli aspetti più nascosti, più eccentrici del mondo, e farlo con un rispetto mai visto. Le foto erano quelle di Diane Arbus: mi ha donato, per caso, la passione per la fotografia e la necessità interiore di “guardare oltre”, oltre le apparenze, oltre i, visi, per cercare quello che nel mondo c’è di bizzarro, affascinante, nascosto. E io, nel mio piccolo, cerco di imitarla, cercando di trovare con il mio sguardo meccanico i punti oscuri della mia vita quotidiana. Quello che mi ripeto sempre per procedere nella mia passione vulcanica è: niente è banale, se visto con un grandangolo. Grazie Diane.
 
 
 
Il controcultural-avant-pop che di solito si occupa di quello che di cool succede nel mondo in quanto esperto di cool – A Scanner Darkly di Richard Linklater
 
 
Ero a Junies (Ohio) a sentire il concerto di Olaf Katzenberger, clavicordista dei My desperate Ullas, un mix tra Monteverdi e Trent Reznor, esemplare geniale del meticciato nordamericano, e lì una mia amica mi invita all’anteprima del nuovo film di Linklater, un autore che mette assieme l’anima di Peter Bogdanovich e lo sguardo di Brett Ratner. Lo fanno in una multisala di Junies, un luogo sperso nel nulla ma la nuova frontiera delle tendenze che arrivano dagli States. Quando entro nella multisala, affollata come mai sarà in Italia, penso che l’architetto dovrà aver pensato di far copulare l’estetica di un deposito Ikea con quella di un bordello di las Vegas.
E poi, si spengono o le luci, e comincia il film: un viaggio allucinante nel mon do di Philip Dick mixato con le figure del Corriere dei piccoli anni 50: un’esperienza stordente, fantasmagorica, inquietante, empatica e postmoderna. È come unire Capitan America con il fenachistoscopio, costruire un ponte tra Tex Avery e i Wachowski Bros, la pubblicità del Coccolino, quella che mi inquietava da bambino nel 1985, e i lamenti strazianti di Siouxsie, fondere Cary Grant e la Playstation 3. In una parola: fichissimo.

12 Comments

  1. anonimo
    Posted 30 ottobre 2006 at 15:55 | Permalink | Rispondi

    adesso prendo, trascrivo il tutto a penna su dei post it, vado dal primo tatuatore che incontro… ed è fatta.
    Incredibile.
    Fmc

  2. Posted 30 ottobre 2006 at 17:54 | Permalink | Rispondi

    Departed scazza un pò nel finale, diciamolo.

  3. anonimo
    Posted 30 ottobre 2006 at 20:29 | Permalink | Rispondi

    Sì, ma i nomi di questi geni? Così poi posso, incontrandoli nuovamente, cercare parole affidabili; conoscendoli, fidarmi e contare su un rapporto ormai empatico, e fare così lo sborone con gli amici evitandomi anche il tedioso cruccio di recarmi al cinema, persino, a vederli, ‘sti film.
    Ferroviere siderale

  4. Posted 30 ottobre 2006 at 21:10 | Permalink | Rispondi

    Grande.
    Ciaoo Rob

  5. anonimo
    Posted 31 ottobre 2006 at 00:35 | Permalink | Rispondi

    Secondo me il commento di Fur l’ha scritto Antonella Clerici (dopo aver incontrato Marzullo al cinema, proprio la sera stessa)

    J/P

  6. anonimo
    Posted 31 ottobre 2006 at 12:06 | Permalink | Rispondi

    secondo me se li è inventati tutti Manu…

    lonciccì

  7. anonimo
    Posted 31 ottobre 2006 at 13:04 | Permalink | Rispondi

    ovviamente.
    poi non so perchè non si firma.
    Fmc
    i tuoi dvd sono pronti

  8. anonimo
    Posted 31 ottobre 2006 at 13:11 | Permalink | Rispondi

    non si firma perchè è un divo e lo sa.
    come non identificarlo? ogni riga trasuda le sue marche enunciative…

    (semiotica mal digerita dal sottoscritto)

    lonchaney

  9. anonimo
    Posted 31 ottobre 2006 at 13:15 | Permalink | Rispondi

    a proposito di giovani turchi sbavanti e limacciosi, che fine ha fatto Francesco Ruggeri?

  10. Posted 31 ottobre 2006 at 13:33 | Permalink | Rispondi

    Si scrive “Siouxsie”, non “Siouxie”.

    Un vero soggettone controcultural-avant-pop dovrebbe saperlo :-P

  11. anonimo
    Posted 31 ottobre 2006 at 14:13 | Permalink | Rispondi

    Mi sono scordato di firmare, e un o’ perché me la tiro.
    In effetti l’errore c’è, mea culpa e lo correggo subito.
    manu

  12. anonimo
    Posted 1 novembre 2006 at 18:22 | Permalink | Rispondi

    Well, right, ci son cascato come un merlo. Prox volta leggo più attentam.
    Ferr sid

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